Il racconto dettagliato di Francesca Borciani, giovane ferrarese, che abbiamo incontrato ieri, 25 agosto, in centro a Ferrara in occasione del sit in organizzato da Rete Pace

di Andrea Musacci

«L’Afghanistan oggi è una distopia per le donne. Lì ho visto una chiusura e un livello di violenza inimmaginabili». Così Francesca Borciani, 28 anni, ieri a Ferrara (sua città d’origine) ha raccontato la propria esperienza in uno dei Paesi più dimenticati. L’occasione, il sit in settimanale organizzato da Rete Pace davanti alla Cattedrale. Oltre a Borciani e ad alcune letture, sul tema Afghanistan è intervenuta anche Alessandra Annoni, docente ordinaria di Diritto internazionale al Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe. Il suo intervento lo pubblicheremo domani in versione integrale qui sul nostro sito.

Borciani dall’Afghanistan è tornata venerdì scorso, dove ha svolto il ruolo di Field procurement manager (responsabile degli acquisti e delle forniture per gli ospedali) a partire da settembre 2025. Stesso ruolo che in passato ha ricoperto in Sierra Leone, Uganda e Sudan, dopo essersi laureata alla Bocconi e aver fatto alcune esperienze lavorative in Italia.

 

MALNUTRIZIONE E FUSTIGAZIONE

Prima del racconto di Borciani, alcuni dati dall’inferno afghano. Pochi giorni fa, Tajudeen Oyewale, rappresentante dell’Unicef in Afghanistan, ha spiegato come nel Paese 3,7 milioni di bambini soffrono di deperimento in quanto affetti da malnutrizione acuta. Tra loro, un milione di bambini soffre di malnutrizione acuta grave, potenzialmente letale. Quasi il 40% dei bambini ricoverati in ospedale con grave deperimento e complicazioni mediche ha meno di 6 mesi. E i bambini sotto i 2 anni rappresentano oltre l’80% dei casi di malnutrizione acuta grave in tutto il Paese.

Recentemente, l’Afghanistan Human Rights and Democracy Organization (AHRDO) ha spiegato come nel 2024 erano state documentate 593 persone sottoposte a fustigazione, mentre nel 2025 il numero è salito a 1.074. Nei primi quattro mesi del 2026 l’organizzazione ha già registrato 553 casi. Tra il 22 febbraio 2022 e il 21 aprile 2026 sono almeno 2.745 le persone sottoposte a fustigazione pubblica in 634 episodi. Tra le vittime, 422 donne e 1.761 uomini (per 562 persone il genere non risulta indicato). La maggior parte dei casi documentati riguarda accuse riconducibili alla sfera sessuale o alla moralità (relazioni extraconiugali, adulterio, “corruzione morale”, fuga da casa o favoreggiamento della fuga, rapporti omoaffettivi).

 

EMERGENCY IN AFGHANISTAN

In Afghanistan, Emergency opera a Kabul, Anabah (nel Panjshir, al nord, zona storicamente di resistenza ai Talebani), e Lashkar Gah, nell’Helmand, a sud, zona in cui, invece, i talebani sono nati. In questi tre centri vi sono una 30ina fra cliniche di primo soccorso e centri sanitari di base. Emergency ha deciso di restare e continuare ad operare nel Paese nonostante la presa del potere dei talebani nel 2021. Ad oggi oltre il 97% dello staff impiegato nelle strutture Emergency è afgano, e il 23% sono donne. Ma l’Afghanistan è «un Paese senza libertà e che sempre più sprofonda nel baratro della povertà», ci spiega Borciani. «Prima di partire per l’Afghanistan mi aspettavo di vivere un’esperienza molto toccante e dura, ma non a questi livelli. E in quanto occidentale so di essere stata una privilegiata».

 

DONNE NASCOSTE

Nelle strutture sanitarie di Emergency – ha spiegato Borciani – «le donne possono ancora lavorare, anche se con sempre più limitazioni: fino a qualche mese fa, le pazienti potevano entrare senza il chadori (il vestito tradizionale afghano, lungo e violetto, interamente coprente, dalla testa ai piedi, con delle retine che coprono gli occhi), mentre ora abbiamo dovuto accettare accordi diversi. Il personale femminile locale può ancora lavorare a contatto con gli uomini, indossando “solo” il velo, ma potendo mostrare il volto, mentre il personale internazionale femminile può ancora stare senza velo all’interno delle strutture. Ma le autorità locali cercano costantemente di opporsi a questi accordi considerati troppo liberi».

 

DIVIETO DI STUDIO, DI LAVORO E DI CURA

Limitazioni, queste, segno di altre: «le donne formate per lavorare nelle strutture sanitarie sono sempre meno, perché alle donne sopra i 12 anni è vietato studiare, e quelle che, pur avendo finito gli studi, non hanno preso il diploma prima dell’agosto 2021, non possono più prenderlo. Di conseguenza, di personale femminile formato per lavorare ce ne sarà sempre meno. E già noi cominciamo a vederne le conseguenze nei nostri centri». È ciò che vogliono i talebani: «le donne non possono essere curate che da donne, e se non ci sono donne che curano, non si pone il problema di portare le donne a farsi curare. E così, il diritto alla sanità è di fatto negato. Ma tanto le donne servono solo a fare figli e, quindi, non importa che vengano curate e tanto meno istruite».

Borciani durante il suo intervento nel sit in di ieri, 25 agosto

IL MASCHIO “NECESSARIO”

Il mahram è la figura maschile della famiglia che deve sempre accompagnare le donne negli spostamenti. Pena, il carcere. «Questo – prosegue Borciani – ha molte conseguenze, anche nel caso in cui una donna abbia un lavoro e decida di usufruire, ad esempio, il nostro servizio di navetta, se nessun suo famigliare maschio può o vuole accompagnarla fino alla fermata, per lei accettare quel lavoro è impossibile. Come Emergency stiamo cercando anche di poter gestire in maniera diversa questa difficoltà».

 

SEGREGAZIONE DI GENERE

Emergency, quindi, oltre che curare donne, le ha anche tra il personale non-medico. «Ho provato – racconta Borciani – ad organizzare un lavoro con la nostra collega logista nazionale, e ci sono riuscita. Ma andare in giro con lei, senza chadori e senza mahram, è stato veramente complicato e rischioso. Abbiamo dovuto avvisare le autorità: anche questo dice molto della segregazione di genere nel Paese».

 

CURE NEGATE

In questo Paese, una donna non è nemmeno libera di scegliere se curarsi, «ma deve chiedere alla propria famiglia, alla comunità», spiega ancora Borciani. «Per colpa dei loro famigliari maschili che ne ritardano l’accesso alle cure, nei nostri ospedali arrivano spesso donne con ferite molto acute, a volte letali. O i famigliari maschi a volte han rifiutato che subissero amputazioni necessarie o le hanno portate in ospedale per visite non prima del terzo mese di gravidanza».

 

MORIRE DI GRAVIDANZA

Nella gestazione, la «mancata identificazione di complicanze o fattori di rischio può portare a gravi conseguenze per la salute della mamma e del neonato. In più le gravidanze sono spesso moltissime per ogni donna e, più aumenta il numero di figli, più le gravidanze possono essere a rischio», prosegue. «Un mese fa, è arrivata una donna in una nostra clinica che era alla 18esima gravidanza».

«Nella nostra maternità di Anabah, continuiamo a vedere mamme morire al parto perché non raggiungono l’ospedale in tempo o a causa di gravi complicanze che si sarebbero potute evitare. E fra l’altro anche questo è un controsenso: la donna serve a fare figli, ma non si considera che per fare figli, serve almeno un minimo livello di salute…».

 

ANCHE LA SPESA È VIETATA

Ma le limitazioni per le donne riguardano la totalità della loro vita, anche in «compiti identificati come “femminili”, come fare la spesa: in Afghanistan, le donne non possono nemmeno andare a farla, se non accompagnate. La spesa, quindi, la fa l’uomo, che gestisce le risorse. La donna sta in casa, possibilmente anche con finestre murate».

 

SOPRAVVIVERE IN UNA PRIGIONE

Pur con le enormi differenze di genere, l’Afghanistan è oggi «un Paese limitante per tutti, anche per gli uomini, costretti a indossare l’abito afghano, a tenere la barba di una certa lunghezza (altrimenti l’uomo viene incarcerato, e con lui il barbiere), passare checkpoint ogni 100 metri, non poter ascoltare musica e non festeggiare, se non nelle feste islamiche». Nonostante ciò – ci spiega Borciani – «l’essere umano si abitua a tutto e quindi ogni afghano cerca di sopravvivere e di vivere una vita il più possibile normale». Un mio collega, nonostante sia benestante, un giorno mi ha raccontato di come la morte sia sempre presente nella sua vita e di come anche lui faccia spesso fatica ad acquistare cibo. La guerra col Pakistan, infatti, ha complicato molto la situazione. In uno stato di guerra le disuguaglianze sociali diventano meno rilevanti».

 

RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Vogliamo concludere questo racconto con un pur flebile segno di speranza. «Quando abbiamo aperto il Centro di maternità di Anabah – racconta Borciani -, per molte famiglie locali era impensabile che le mogli e le figlie lavorassero a stretto contatto con staff internazionale a causa del timore che potesse rappresentare un rischio per l’integrità e la reputazione delle giovani donne impiegate. Attraverso il lavoro nel nostro Centro, molte di queste donne sono diventate non più semplicemente “eccezioni tollerate” ma promotrici di una vera e propria rivoluzione nel superamento dei modelli tradizionali. Noi la chiamiamo “rivoluzione silenziosa”».

 

(Le prime tre foto sono di Borciani in Afghanistan. Le altre, del sit in di ieri, 25 agosto)

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