RESISTENZA. Due studentesse del Liceo Roiti ci raccontano le loro ricerche nell’Archivio storico diocesano su quel prete eroe contro la barbarie fascista

di Emma Ghelli e Maddalena Maietti* 

Sapete chi era don Luigi Bassi? Immaginiamo di no, ma se continuate a leggerci ve lo diremo. La sua è una storia minima, di un pretino di campagna, un esempio di come si potesse fare opposizione al regime fascista senza voltarsi dall’altra parte. L’abbiamo scoperta qualche tempo fa, nell’Archivio Storico Diocesano, dove abbiamo esaminato una serie di documenti del periodo dal 1939 al 1945, resi disponibili dal Direttore, dott. Riccardo Piffanelli. Il quadro che emerge dai carteggi tra il Partito Nazionale Fascista e la Diocesi si è rivelato molto interessante: mostra una Ferrara sospesa tra l’ossequio formale al regime e una sotterranea resistenza morale. Fin dall’inizio si nota un equilibrio precario: se da un lato il regime cercava di consolidare il controllo totale vietando, ad esempio, alle dirigenti fasciste di militare nell’Azione Cattolica, dall’altro tentava di sfruttare la “liturgia religiosa” per legittimare il culto di figure come Italo Balbo (leader violento del fascismo) e in generale trasformare il fascismo in una fede collettiva e Mussolini in una figura carismatica. 

In questo scenario si inserisce la parabola di Enrico Ferri, esperto in diritto penale che transitò dal socialismo al fascismo, portando nel Codice Rocco (ancora oggi base del codice penale) le sue teorie positiviste sulla “pericolosità sociale”, arrivando persino a celebrare Mussolini come la figura giusta ed adeguata al contesto storico in atto, attraverso analisi antropologiche lombrosiane (teorie pseudoscientifiche dell’antropologo italiano Cesare Lombroso, il quale sosteneva che la criminalità fosse un atto biologico ereditario e che quindi bisognasse intervenire celermente e attivamente per preservare il resto della popolazione). Insomma, stiamo parlando di concetti che al giorno d’oggi ci sembrano folli ma è importante rammentare che il giudizio non deve essere immediato, ma deve tenere conto del periodo storico e del contesto in cui sono calati. È come se oggi dicessimo che i nervi partono dal cuore, sarebbe assurdo, ma se dicessimo che questa teoria l’ha elaborata Aristotele nel IV secolo a.C., tutto avrebbe un senso. 

La tensione all’interno dello Stato crebbe drasticamente con l’introduzione delle Leggi Razziali del 1938-1939, che imposero una sistematica “morte civile” alla comunità ebraica ferrarese attraverso l’epurazione dalle scuole e la segregazione professionale. Una comunità fino ad allora perfettamente integrata nella vita economica e culturale di Ferrara, che aveva espresso eroi della Prima Guerra Mondiale e convinti fascisti della prima ora… A questa barbarie, la Chiesa rispose sul piano dottrinale condannando il razzismo perché contrario all’universalismo cristiano, secondo cui le persone sono unite tutte dall’essere create a immagine e somiglianza di Dio. Nonostante la diplomazia vaticana mirasse a mantenere una linea di estrema prudenza pubblica, per preservare il Concordato (parte integrante dei Patti Lateranensi del 1929, in cui Chiesa e regime fascista si riconoscevano reciprocamente), essa attivò, attraverso i propri canali, una rete silenziosa di assistenza e protezione per i perseguitati. 

Con l’inasprirsi del conflitto e l’occupazione tedesca, entrano in gioco anche i ruoli dell’Arcivescovo Ruggero Bovelli e del capo della Provincia Giuseppe Altini, che collaborano in una strategia del “male minore”: il Prefetto funge da figura di mediazione, informando l’Arcivescovo affinché intervenga sul clero locale calmando alcuni atteggiamenti antifascisti, al fine di evitare possibili incursioni violente da parte del regime. 

Agire e resistere contro il fascismo, però, non era concesso solo a figure con un alto status sociale, ma a chiunque sceglieva di non voltarsi dall’altra parte. Come fece don Luigi Bassi (1902-1955): una figura semplice, a tratti simpatica, che descrive come «sfacchinate» le decine di chilometri giornalieri che doveva fare in bicicletta, per benedire tutte le case dei fedeli; che scrive settimanalmente al Vescovo Bovelli, dichiarando di aver bisogno di aiuto perché sennò, di quel passo, sarebbe certamente finito all’ospedale di Copparo…

Don Bassi fu in quel breve periodo in servizio a Jolanda, ma nel suo ministero fu impegnato principalmente – negli anni ’20 e ’30 – a Francolino, Bondeno, Aguscello e in Curia (come Segretario dell’Ufficio Amministrativo, Vice Cancelliere e Cassiere Generale). Fu poi Cappellano delle Monache Cappuccine e Rettore della chiesa di S. Chiara in corso Giovecca. Nel ’40 Pio XII lo nomina suo Cameriere Segreto e nel ’44 viene nominato Canonico effettivo della nostra Cattedrale. Insomma, stiamo parlando di una persona semplice nonostante gli incarichi importanti; e che ha saputo non voltarsi dall’altra parte in occasione del cosiddetto “Eccidio della Macchinina”: il 28 marzo 1944, a seguito di una rappresaglia fascista, don Pietro Rizzo, Ernesto Alberghini, Luigi Cavicchini, Arrigo Luppi e Augusto Mazzoni furono uccisi e l’ingegnere Cesare Nurizzo, ancora in pantofole e pigiama, cadde nel fiume Po, forse ferito o forse svenuto dalla paura. Tornando vivo la mattina seguente, in paese! I capi locali, invece di ammettere la colpa, metteranno in piedi una recita assurda, affermando che erano stati i partigiani ad uccidere il prete e gli altri uomini. Cercando persino di organizzare un funerale solenne per fingere di essere addolorati! È una trappola per prendere in giro tutti, specialmente la Chiesa. Don Bassi, però, sente che qualcosa non torna. Decide di indagare, inizia a fare domande ai Carabinieri, a parlare con la gente del posto. Scopre che i corpi sono stati sepolti in fretta e furia sotto nomi falsi per nascondere le prove. Parla con chi ha visto i militi locali in azione e raccoglie il racconto disperato del sopravvissuto Nurizzo. Pezzo dopo pezzo, smonta tutte le bugie dei gerarchi. 

In definitiva, ci ha interessato molto scoprire le storie personali custodite nelle carte dell’archivio: dai documenti emergevano episodi piccoli e grandi delle vicende di persone comuni, che hanno attraversato gli anni della dittatura e della guerra tra problemi quotidiani e tragedie drammatiche. 

Gli anni finali della guerra, segnati dai devastanti bombardamenti alleati, trasformarono infine la Diocesi in un centro operativo per la ricostruzione materiale e morale, dando vita a una vera “burocrazia della salvezza” che si occupò di censire i danni e sostenere la popolazione sfollata. 

Vedere le foto delle chiese cittadine distrutte dai bombardamenti ci ha molto colpito: si tratta degli stessi luoghi che alcuni di noi frequentano quotidianamente, resi irriconoscibili dalle conseguenze delle esplosioni e dai crolli.

 

* Per la classe 4Q del Liceo Scientifico “A. Roiti” di Ferrara

 

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026)

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