Una ragazza del clan Zigo Zago (gruppo scout Agesci – Ferrara 6 – parrocchia S. Giuseppe lavoratore) ci racconta l’esperienza di tanti nostri giovani per aiutare chi arriva dalla rotta balcanica: la cena, l’ascolto delle loro storie, un pallone…
di Anna Marivo*
«Chi sopravvive si augura di morire ogni giorno». Questa è la frase, tra le molte sentite durante i giorni di servizio a Trieste, che mi è rimasta più impressa.
Io e il mio clan Zigo Zago, del gruppo scout Agesci – Ferrara 6 della parrocchia di San Giuseppe Lavoratore, ci siamo recati a Trieste, dal 2 al 5 gennaio scorsi, per conoscere una realtà poco nota, sebbene non tanto lontana da noi, con l’intento di portare aiuti concreti ai migranti che ogni giorno giungono in città dalla rotta balcanica. Trieste è la prima città europea in cui i migranti scappati dal Medio Oriente e dalla penisola indiana possono fermarsi, dove non vengono maltrattati, picchiati, e rimandati indietro, come succede invece nell’Europa balcanica. Molti partono da soli, lasciando la famiglia, la casa e il luogo in cui sono cresciuti, intraprendono un viaggio ignoto verso quello che sperano possa essere un futuro migliore; abbiamo sentito migranti chiamare il viaggio lungo la rotta balcanica “game”, gioco perché rivela e presenta via via prove e “livelli” da superare e un traguardo che pare impossibile da raggiungere. Le persone fuggite partono senza sapere nulla di cosa faranno, di dove saranno il giorno successivo, se saranno vivi o no, se il sogno di un futuro dignitoso in Europa potrà mai realizzarsi, partono con poco, pieni solo di speranza, mettendo in gioco la propria vita.
Abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con alcuni di loro, ragazzi giovani, educati e desiderosi di raccontare la propria storia. Le loro testimonianze parlavano di giorni e notti trascorsi correndo nei boschi, cercando di restare nascosti, subendo violenze disumane in Bulgaria o in Croazia: pestaggi da parte delle forze dell’ordine e respingimenti ai confini. Nonostante ciò, nessuno di loro ha mai avuto il pensiero di tornare indietro o di arrendersi, la motivazione di arrivare in Europa era troppo forte, così hanno continuato il viaggio per raggiungere l’esistenza a cui aspirano. Il valore che questi ragazzi attribuiscono alla vita, fa capire quanto essa sia la cosa più preziosa. Abbiamo riflettuto molto ed è nata in noi questa consapevolezza che ci hanno trasmesso.
Una volta arrivati a Trieste, i migranti sperano di trovare accoglienza, un luogo sicuro in cui fermarsi prima di proseguire il proprio viaggio verso il resto dell’Europa. Trieste però non è adeguatamente attrezzata per ospitare queste persone che ogni giorno vi giungono. Essi vivono in edifici abbandonati affacciati sul Porto Vecchio, ogni giorno si recano in Questura per cercare di far proseguire l’iter di riconoscimento di asilo politico, ma vengono ripetutamente mandati via, con l’invito a tornare nei giorni successivi per verificare lo stato della pratica. Siamo partiti quindi per vedere con i nostri occhi, ascoltare, annusare queste storie e, soprattutto, per dare un aiuto pratico e concreto a chi, impotente, rimane bloccato lì senza casa, cibo, lavoro e famiglia. Fondamentale è stato l’aiuto di tutti coloro che a Ferrara hanno donato cibo, coperte, sacchi a pelo e giacche; noi abbiamo raccolto tutto, suddiviso il cibo in ceste alimentari e successivamente provveduto alla distribuzione nella città friulana.
Il nostro servizio è consistito prima nel preparare la cena, poi nel servirla; abbiamo quindi cucinato riso e fagioli per un totale di circa 200 pasti caldi. Arrivati in Piazza della Libertà, ribattezzata Piazza del Mondo, siamo stati accolti da un gruppo di ragazzi migranti, già in Italia da alcuni anni e ben inseriti, che ogni giorno vengono in piazza ad aiutare i volontari e guidarli nella distribuzione. Non nego di essermi sentita un po’ intimorita inizialmente, ma sono bastati i sorrisi e la gratitudine negli occhi di chi ci guardava scaricare il cibo, per riempirmi di fiducia e desiderio di impegnarmi, nel mio piccolo, ad aiutare quelle persone. Ci siamo suddivisi i compiti: chi preparava i piatti, chi li riempiva e chi li distribuiva. Siamo stati talmente tanto impegnati e concentrati che neanche abbiamo alzato la testa per tutta la prima parte del servizio, attorno a noi però si stava compiendo un’esemplare manifestazione di umanità ed unione. Tutti i migranti erano disposti circolarmente in una fila ordinata, tranne un piccolo gruppo, apparentemente emarginato. Di questo gruppo facevano parte i migranti appena arrivati da un viaggio di sopravvivenza, avevano freddo, dolore ai piedi e soprattutto fame; erano tenuti da parte non per escluderli, ma al contrario, per dare loro la precedenza e tutte le attenzioni di cui potevano aver bisogno: venivano soccorsi e curati se feriti, ricevevano il cibo per primi, aiutati e inseriti nel contesto. Di tutto questo ce ne siamo accorti la seconda sera, quando abbiamo affiancato un altro gruppo di volontari provenienti anch’essi da Ferrara: questo gruppo fa parte dei cosiddetti Fornelli Resistenti, una rete di volontari che ogni sera da diversi anni garantisce la cena ai migranti in piazza. Questa rete è nata e si è ampliata negli anni, a partire dall’esempio di Lorena Fornasir e del marito Gian Andrea Franchi, fondatori dell’associazione Linea d’Ombra, e i primi a prendersi cura dei migranti già dal 2016. Oggi si può leggere la loro storia di solidarietà e umanità sul sito della Fondazione Gariwo, acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide (Giardini dei Giusti in tutto il mondo): https://it.gariwo.net/
Tornando al nostro racconto, dopo il servizio della cena, entrambe le sere siamo rimasti in piazza più a lungo per distribuire dolci, frutta e interagire con i ragazzi: c’era chi ci raccontava del proprio viaggio, della situazione nel suo Paese e della nuova vita a Trieste. Dove non sono arrivate le parole, ci è arrivato il gioco, è bastato un pallone da calcio per riunire noi, altri scout, volontari e migranti in un unico grande cerchio, dove era sufficiente passarsi la palla per capirsi.
Questa esperienza ha dato tanto a chi aveva bisogno quanto a noi, il servizio non è solo un gesto di solidarietà, ma ci obbliga a guardare la nostra umanità, le nostre paure e responsabilità. Perché dietro ogni numero c’è un nome che non conosciamo, una lingua che non capiamo, un dolore che spesso preferiamo non ascoltare. Eppure, con quei gesti semplici, un pasto caldo, una parola gentile, una presenza che non giudica, un po’ di indifferenza scompare. A Trieste abbiamo imparato che il servizio non cambia solo la vita di chi arriva stremato dopo un lungo viaggio, ma cambia anche lo sguardo di chi resta, di chi vede, di chi ascolta e non può più dire di non sapere.
* Clan Zigo Zago, gruppo scout Agesci – Ferrara 6
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 gennaio 2026)
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