Partendo da un editoriale del notiziario FAI, riflettiamo sulle tante chiese chiuse in Italia e nella nostra Arcidiocesi: ne analizziamo tre presenti a Ferrara e riflettiamo sull’importanza di questi luoghi non solo per la Chiesa ma per chiunque riconosca nel cristianesimo la base della nostra civiltà

di Alessandro Accorsi

Il 179° notiziario del FAI, numero di maggio-giugno-luglio 2026, comincia con un editoriale piuttosto interessante sulla tutela e conservazione, e anche riutilizzo, dei beni ecclesiastici. L’autore dell’articolo, il Direttore del FAI Marco Magnifico, cita due esempi, forse anche un po’ provocatori, di una chiesa di Amsterdam adibita a supermercato, e di uno splendido edificio religioso di Milano usato come campo da tennis. Sono sicuramente due esempi emblematici di un patrimonio immobiliare estremamente cospicuo, così tanto che la relativa conservazione ed utilizzo risulta spesso problematica.

In Italia, prosegue Magnifico, sono censite 67952 chiese, di cui 800 sono abbandonate; ma se quella cifra fosse vera ci sarebbe addirittura da gioire, dato che in realtà le chiese abbandonate sono in un numero esponenzialmente più elevato; basterebbe restaurarle e riaprirle al culto, ma se la soluzione fosse così semplice questa operazione si sarebbe già effettuata ampiamente.

In primis, nell’ultimo secolo (il XX), vi è stato un notevole calo delle vocazioni religiose, da cui una diminuzione del numero di Ministri di Culto; quindi non è più possibile associare la stessa chiesa a più religiosi: anzi, spesso lo stesso membro del clero (in particolare la figura del parroco), si trova a dover amministrare più strutture. Secondo fattore è la limitatezza delle risorse: sono tante, ma non così cospicue come dice uno stereotipo anticlericale, e anche un po’ “blasfemo”, secondo il quale la Chiesa disporrebbe di un patrimonio economico pressoché infinito, e i suoi membri sarebbero ridotti alla stregua di abili uomini di affari… Niente di più falso!

Per finire, si ricordi che gli interventi sulle chiese, ed edifici religiosi, sono spesso resi difficili da un dettaglio poco conosciuto che potrebbe sorprendere i più: un numero enorme di chiese, anche officiate, non sono di proprietà della Chiesa, questo principalmente dovuto alle soppressioni Napoleoniche del 1798-1810, e Sabaude del 1866-67.

Nella nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, oltre a tutte le situazioni sopra citate, ampiamente verificatesi, è da aggiungere l’azione di una calamità naturale quale il terremoto avvenuto il 20 maggio 2012, che andò a sinistrare una grande quantità di edifici.

Restando nella nostra Arcidiocesi, per chiarire ulteriormente la complessità della situazione, si citeranno tre casi significativi di chiese che hanno avuto, o stanno avendo, un percorso piuttosto travagliato di recupero, ma che allo stesso tempo lasciano ben sperare.

La prima chiesa di cui si parlerà è quella che adesso sta affrontando il momento più delicato. La chiesa di San Domenico fu costruita dall’Architetto Vincenzo Santini nella prima metà del XVIII secolo su significative preesistenze medievali; si trova in via Spadari, quindi nel pieno centro città. Tale edificio, che era retto dai padri domenicani, aveva anche nelle sue adiacenze il Tribunale dell’Inquisizione. Nel 1798 il complesso di San Domenico fu soppresso, e da allora fu sempre di proprietà statale anche se il culto continuò ad essere celebrato, e i padri domenicani tornarono fino al 1924. Proprietario attuale dell’immobile è il Ministero dell’Interno, che ha in progetto di restaurare l’edificio e di riaprirlo al culto a seguito di una vicenda piuttosto travagliata: la chiesa è chiusa dal 2012 per via del famigerato terremoto di quell’anno; ma il momento più drammatico di questo edificio avvenne il 3 maggio 2018, quando cedette parte del tetto. Oggi però, fortunatamente, l’edificio è in restauro, date le impalcature che ne ricoprono la facciata.

La storia più tormentata che mi accingo a raccontare è però quella della chiesa di San Cristoforo alla Certosa. Enorme Monastero Certosino sino al 1798, venne poi utilizzato per gli usi più degradanti ed impropri sino a che nei primi anni del secolo XIX non fu convertito in cimitero monumentale. La sua chiesa, dedicata a San Cristoforo e attribuita a Biagio Rossetti, già provata dai maltrattamenti subiti e dalle spoliazioni, nel 1944 fu pure bombardata. La ricostruzione dell’edificio fu cosa assai delicata ed impervia, per non parlare delle numerose campagne di restauro, che però ebbero i suoi effetti positivi: oggi, la chiesa di San Cristoforo alla Certosa appartiene al Comune di Ferrara, versa in ottimo stato di conservazione, è stata riammobiliata, ed è musealizzata, seppure vi sia ancora officiato il culto, in particolare cerimonie funebri, data la vicinanza col cimitero.

Ultimo caso su cui si può porre l’attenzione riguarda un edificio di proprietà ecclesiastica, che costituisce anche parrocchia: la chiesa della Conversione di San Paolo. Edificio di antichissime origini, venne sinistrato da un terremoto nel 1570; i lavori di ripristino della struttura furono affidati ad Alberto Schiatti. La nuova chiesa fu riconsacrata nel 1611 dal Vescovo Giovanni Fontana (da come si può notare, i lavori duravano tempi biblici anche allora, ma ne uscì un capolavoro di Architettura tardorinascimentale). In tempi più recenti, già nel 2007 fu necessario chiudere la chiesa per problemi strutturali, molto acuiti dal terremoto del 20 maggio 2012. I lavori di restauro furono lunghi e impegnativi; ma nel 2024 la chiesa fu finalmente riaperta al Culto: un edificio rinato due volte dopo eventi sismici, testimonianza che è sempre possibile rinascere migliori di prima dopo le avversità.

Questa piccola e per niente esaustiva rassegna (si noti che addirittura non ho citato la Cattedrale), dimostra quanto sia complesso e articolato il discorso dietro il mantenimento dell’edilizia ecclesiastica: proprietari eterogenei, difficoltà nella reperibilità dei fondi economici, clero esiguo, con l’aggiunta, nel nostro caso locale, di una calamità naturale, sono solo i motivi principali che rendono arduo il compito di trasmettere ai posteri un patrimonio dal valore inestimabile che, al di là della mera economia, rappresenta il fondamento forse dell’intera civiltà occidentale: nelle chiese si è espresso il genio dell’arte; la fede cristiana è il fondamento dei nostri valori morali, condivisi spesso anche da chi non è credente; e la chiesa è catalizzatore della vita comunitaria (ultimamente meno, ma questo discorso esula dagli intenti del presente articolo; fatto sta che non solo la religione è in crisi nel nostro tempo).

Marco Magnifico, direttore del FAI, ci invita nel suo editoriale – calorosa esortazione che accolgo e ribadisco nel mio piccolo – a puntare l’attenzione, e a non trascurare, la cosa più bella che abbiamo, senza la quale non saremmo niente. Il Direttore Magnifico ci propone di votare sul sito del FAI i “Luoghi del Cuore”, il che non è affatto inutile dato che questa iniziativa ha salvato dall’oblio numerosi posti di straordinario fascino; io propongo qualcosa di meno ambizioso, ma forse ancora più efficace: quando si passa davanti ad una chiesa, credenti o meno, si ricordi che quel che siamo oggi (concentrandoci sugli aspetti positivi del nostro tempo, che sono comunque tanti nonostante le difficoltà), lo dobbiamo a quel che rappresenta quella struttura: che sia una sontuosa basilica rinascimentale, o un modesto capitello di campagna, è quello che ci ha formati, ed è quello che ha costruito la nostra civiltà.

 

(Foto: chiesa di San Cristoforo alla Certosa – Wikipedia)

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