Spesso i confini artificiali nati da volontà umana diventano muri, mentre quelli naturali creano connessioni tra le persone. Alcune riflessioni importanti anche per il nostro complesso territorio

di Marilena Martinucci

«Gli esempi di collaborazione ambiziosa e concreta, ottanta anni dopo la firma dell’Accordo di Parigi, riaffermano la validità del modello sviluppato in Alto Adige/Südtirol, il suo successo, la sua esemplarità a livello internazionale e il valore dell’autonomia per questi territori».
L’intervento del presidente Mattarella alla Giornata dell’Autonomia 2026 a Merano lo scorso 6 settembre fa riflettere su quanto sia difficile comprendere e accettare confini netti e definiti su basi non naturali, mentre invece ribadisce la validità dell’Accordo di Parigi che ha dimostrato come «i confini, da storici ostacoli naturali o artificiali, sono divenuti punti di incontro fra terre e popoli desiderosi di vivere in armonia e di prosperare insieme».
Abbiamo in Italia altri confini con rapporti identitari complessi, dal Friuli alle terre giuliane, alla vicenda del territorio di Trieste. Abbiamo visto in questi anni che la storia, le culture, i modi di vita sono legati al territorio fisico e si adattano e modificano con esso e non si può limitarli con linee nette e ostacoli fisici o normativi.
Mentre quelli che appaiono come ostacoli naturali molto spesso si rivelano invece come occasione di rapporti fra le persone, quelli artificiali, come muri o recinti, di solito creano conflitti e prima o poi vengono abbattuti. La storia ce lo ha dimostrato molto chiaramente.
In natura il passaggio da un ambiente ad un altro avviene solitamente con una fascia di transizione che permette anche una connessione senza conflitti fra due aree diverse. Se il passaggio è netto significa che c’è un cambiamento drastico di caratteristiche per il sostegno della vita che quindi deve adattarsi o sparire.
Questa transizione graduale, che evita conflitti fra civiltà, culture, rapporti sociali, e che vediamo raggiunta ai nostri confini, quindi per volontà e opera di chi ci vive, dovrebbe essere considerata come un valore anche per le nostre attività sul territorio.
Dovremmo avere più conoscenza del nostro territorio fisico perché è da questo ecosistema che vengono le risorse per la nostra vita e in base alle esigenze di questo sistema operare con le nostre attività. Il Sistema Urbanistico è alla base del nostro benessere dandoci un ricovero per abitare, lavorare ed essere collegati; la massima parte del territorio è dedicato all’agricoltura, per il nostro sostentamento che utilizza il suolo e l’acqua, ma il nostro ambiente antropico deve rapportarsi anche con gli ambienti degli altri esseri viventi sul territorio.
È qui che nascono quei conflitti che sempre ci sono stati ma ora ci fanno riflettere. È qui che ci chiediamo se abbiamo il dovere di rispettare i territori di altri esseri viventi quando non c’è luogo dove ci sia impedito di arrivare.
I daini del Bosco della Mesola non hanno fatto lezioni di educazione stradale; le nutrie allevate un tempo ormai passato per la pelliccia e ora ben accasate negli argini dei nostri canali non hanno accettato lo sfratto. Nelle valli ai fenicotteri rosa, ben inseriti nell’ambiente lagunare, si sono aggiunti gli ibis considerati una grave minaccia. Molte specie, considerate invasive, sono state introdotte dall’uomo che ora deve intervenire perché creano problemi economici e anche di salute. Si aggiungono poi i cambiamenti del clima che modificano anche la vita nell’acqua, come ormai stiamo sperimentando.
Non ci sono soluzioni preconfezionate, le dobbiamo trovare con la conoscenza e il rispetto del nostro territorio per creare sinergie e non conflitti fra le varie componenti e questo implica di evitare fratture nette cercando di costruire fisicamente e culturalmente fasce di transizione e non confini.
Stanno funzionando nell’Europa saggia, capace di valorizzare le diversità, come ha ricordato il nostro Presidente; non sono invece messe a frutto da chi vuole prevalere in altra maniera, con la sopraffazione o con limiti invalicabili, modi con cui non si possono ottenere risultati positivi e stabili.

 

(Foto: Pexels – Dawid Zawiła)

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