Una riflessione a partire dal gruppo scultoreo del Bernini con Enea, Anchise e Ascanio: in una società come la nostra dedita al culto della merce e della competizione, la vecchiaia è spesso vista come un peso. Ecco alcuni spunti controcorrente
di don Augusto Chendi*
La constatazione dell’aumento esponenziale di persone anziane nella nostra società porta in rilevo l’emblematica e significativa immagine del gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini che raffigura Enea, Anchise e Ascanio, realizzato tra il 1621 e il 1625, prendendo spunto da un passo dell’Eneide di Virgilio, poema epico scritto tra il 29 a.C. e il 19 a.C.
Osservando questa scultura, il messaggio trasmesso dall’unione dei tre personaggi è la necessità di mantenere una continuità tra passato, presente e futuro, ovvero il rapporto sacrale tra le generazioni. Enea, questo personaggio mitologico a cui si fanno risalire le origini di Roma, mentre fugge da Troia in fiamme si porta sulle spalle il vecchio padre Anchise ed è seguito dal figlioletto Ascanio, tenuto per mano.
I tre protagonisti, di età diverse, visibili dai volti e dai loro corpi, mostrano le tre generazioni, le tre età dell’uomo. Il vecchio Anchise rappresenta il passato, è stanco e regge con la mano sinistra le statuette dei Penati, divinità protettrici della casa, contenenti le ceneri degli antenati. Il figlio Ascanio con la mano sinistra porta in salvo il fuoco eterno della dea Vesta, così da garantire la sopravvivenza e la grandezza del suo popolo. È chiara l’unione tra loro, il rapporto sacrale tra le generazioni.
Sullo sfondo di questa rappresentazione scultorea, si costata che oggi più che mai ci si trova di fronte ad una società impaurita per le gravi crisi che stiamo attraversando ed ancor più per i conflitti in atto. Per questo anche solo il poter parlare, progettare e sperare in un futuro migliore, ci aiuta ad affrontare le avversità. Solo accettando la complessità della mente umana, possiamo considerare le nostre fragilità come parte integrante dell’esistenza di ciascuno: la fragilità del corpo che invecchia, le nostre emozioni positive e negative, che possono a loro volta costituire ricchezza nelle relazioni, permettendoci di recuperare uno sguardo aperto verso il futuro.
Ciascuno può essere anche felice, indipendentemente dall’età. La fragilità, la debolezza e la tristezza non sono “disturbi”, ma momenti della nostra esistenza, comuni a tutti. Purtroppo oggi, la vecchiaia è considerata un “male”, e ciò che un anziano è spesso costretto ad esibire sono i “segni della non vecchiaia”. Deve continuare a lavorare o spendere, così da non uscire dal sistema produttivo.
Mentre un tempo la vecchiaia veniva associata alla non produttività, oggi ciò che conta è che “si consumi”, così da rimanere sempre inglobato nel sistema, ed essere tollerato. Il termine anziano è considerato una fragilità, addirittura in alcuni casi una disabilità. Anzi, chi accetta la propria vecchiaia senza particolari complessi, disturba.
È comunque un dato inoppugnabile che la crescente longevità della popolazione italiana, se da un lato rappresenta certamente un rilevante esito del servizio sanitario pubblico che ha reso disponibili, universalmente, i progressi dell’innovazione scientifica e tecnologica, dall’altro si accompagna ad un progressivo incremento dell’incidenza e della prevalenza di patologie cronico-degenerative. Nonostante ciò, proprio oggi che la vita si è allungata e che il popolo degli anziani è diventato parte considerevole delle nostre città, difficilmente ci si interroga sull’evoluzione del loro ruolo, sul valore aggiunto che essi possono offrire, ai loro coetanei per affinità come a tutti noi. E in tal modo – al di là di facili proclami – non riusciamo a dare risposta su cosa voglia dire una società per tutti, dove ognuno è parte integrante per quel che può offrire e ricevere.
Da qui, al di là delle celebrazioni che possono essere avvertite come stucchevoli e di circostanza, si impone per tutti la doverosa domanda: che tipo di società è quella che non attribuisce più alcun valore – se non solo consumistico – agli anziani, memoria dell’esperienza passata, che può avere solo chi ha già incontrato le difficoltà della vita ed ha già messo in campo le strategie idonee ad affrontare e risolvere i problemi e le situazioni che nella storia si ripetono, seppur con modalità diverse? Oggi non si consente più alla persona anziana di essere tale, dando a questo termine una connotazione positiva: dispensatori di buoni consigli, maestro di vita, e quant’altro. Ma neppure i giovani spesso non possono più essere tali, perché la società impedisce loro di seguire la propria strada. Ed anche i bambini non possono più fare i bambini.
La società impone i propri modelli. Si crea una divisione netta, una separazione tra chi raggiunge gli obiettivi che il sistema prescrive, e gli altri, incapaci e inutili, seppur con una ricchezza interiore che non hanno potuto esprimere, perché diversa, non controllabile dal sistema, e quindi da eliminare. E con ciò viene gettata, non utilizzata, non condivisa una grande ricchezza. I legami di amore, di affetto vengono resi quasi impossibili nella loro autenticità, perché l’amore è ciò che unisce le differenze, sfumandole, rendendoci partecipi, senza paura, delle diversità. È sicuramente difficile rapportare la ricchezza aggiunta che possono donare gli anziani ai messaggi quotidiani del mondo reale e virtuale, dove prestanza ed efficienza fisica sono discriminanti; ciononostante essi chiedono di essere parte integrante delle nostre vite.
Emerge, invece, un globale impoverimento relazionale che mette in evidenza, soprattutto, una profonda difficoltà nella relazione con noi stessi, senza distinzioni di età; giovani, adulti e anziani. Si dovrebbe quindi imparare a vivere bene giorno per giorno, invecchiando bene, prestando più attenzione al nostro ben-essere, potendo arrivare ad una longevità attiva, modificando gradualmente anche i nostri comportamenti abituali, al fine di conseguire corretti stili di vita e conservare il senso del vivere, sempre e in ogni suo frammento cronologico. È necessario soprattutto contrastare la solitudine, la malinconia, la tristezza di fondo che porta alcuni anziani a vivere passivamente, senza prendere iniziative.
Inoltre, affrontando i problemi relativi alla salute dell’anziano, ci consente di vedere la malattia attraverso un approccio bio-psico-sociale, e quindi come il risultato di meccanismi di interazione a livello organico, interpersonale e ambientale. Un trattamento integrativo, infatti, ha ricadute positive sullo stile di vita, influendo sul benessere.
Il prendersi cura dei nostri anziani significa, non da ultimo, sperare che altri possano prendersi cura di noi nel bisogno, ed educare i giovani a tutelare il benessere delle persone più fragili e più vulnerabili. Per ogni figlio, ogni nipote e per intere generazioni ogni anziano, con la propria storia, rimane “memoria nel tempo”, perché ciò che abbiamo appreso dai genitori e dai nonni resta dentro di noi come fondamento portante della nostra singolarità, seppur all’interno di una realtà che ci accomuna.
In sintesi, se ognuno di noi pensasse, anche solo per alcuni istanti, alla propria vecchiaia, alla malattia e alla cura, a dove vorrebbe trascorrere gli ultimi anni della propria vita, con quali persone, in quale ambiente…, forse vorrebbe poter vivere accanto alle persone che ci amano, che si prederanno cura di noi, nella nostra casa, in cui ogni oggetto ha una storia e un ricordo e in cui ogni fase della nostra vita possa rappresentare una tappa evolutiva, di intimità profonda, di scambio reciproco, tra noi e chi ci è caro.
La realizzazione di questo semplice e naturale percorso di vita è auspicabile possa concretizzarsi, anche attraverso nuovi strumenti di assistenza sanitaria adeguata, che potenzino e rafforzino una medicina di prossimità, vicina alla persona, con cure domiciliari ad hoc, introducendo, se del caso, nuove tecnologie, apprese da chi l’assiste o dall’anziano stesso, garantendo alla persona un’attenzione costante ai propri bisogni e alla “qualità” e “valore” della sua vita.
Ma per far sì che tutto ciò possa realizzarsi, figli e nipoti dovrebbero considerare un “tempo” da dedicare ai propri genitori e ai propri nonni, come tempo di ri-apprendimento e di ri-arricchimento di antiche risorse, ormai sopite nell’attuale contesto culturale, ma ben presenti come antichi valori nascosti nel “sé profondo”.
* Direttore Ufficio diocesano Pastorale della Salute
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025
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