Per alcuni mesi Palazzo dei Diamanti ha ospitato la mostra dell’esponente della Pop Art. Ma non si è affrontata la sua profonda spiritualità: ecco il suo rapporto col cristianesimo e una meditazione tra nichilismo e identità, effimero e sacro

di Andrea Musacci

Le opere di Andy Warhol hanno da poco lasciato le sale del Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Fino al 19 luglio, infatti, la nostra città ha ospitato la mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, a 50 anni dalla storica esposizione del 1975-76 con protagoniste drag queen afro e latinoamericane e altre immagini divenute nel tempo iconiche.

Ma qui vogliamo proporre alcuni spunti di riflessione che vadano oltre la contingenza espositiva e cerchino di indagare il rapporto di Warhol, celeberrimo interprete della Pop Art, con la fede cristiana ereditata dalla madre Júlia Justína Zavacká.

Andrej Warhola (questo il suo vero nome) nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh da una famiglia di immigrati cecoslovacchi (era il più giovane di tre figli) e muore a New York il 22 febbraio 1987. La madre, di origini rutene (slavi orientali), era una donna profondamente religiosa, appartenente alla Chiesa uniate (Chiesa greco-cattolica di rito bizantino). Il giovane Andrej frequentava la chiesa di San Giovanni Crisostomo nella sua città natale: il padre guidava la famiglia «per chilometri ogni domenica alla messa, la casa era piena di icone, si dicevano le preghiere insieme», spiega don Michele Dolz in un suo libro[1]. Anche a New York Warhol andava regolarmente a Messa, particolare che spesso segnò nei suoi diari pubblicati postumi nel 1989. «A casa sua, dopo la sua morte – racconta padre Antonio Spadaro[2] -, fu trovato un altare per la preghiera e nella sua camera da letto i segni religiosi sono ben presenti. Accanto al suo letto si trovava un libro di preghiere», quello della sua infanzia. E «il parroco della chiesa newyorkese di Saint Vincent Ferrer a Lexington Avenue vedeva quest’uomo fermarsi quasi quotidianamente lì e accendere una candela, facendo anche uso della cappella privata». Nella Grande Mela – racconta Dolz – «fece trasferire presso di sé la madre vedova, e questa arrivò con i suoi tre gatti, le sue icone e le sue ferree consuetudini pie. Ad Andy andava benissimo: ogni giorno, prima di uscire di casa s’inginocchiava e diceva le sue preghiere con lei in slavo antico; sotto la camicia indossava una catenina con una croce e portava con sé un messale tascabile e una corona del Rosario».

 

NULLA DAL NULLA?

ESSERE NULLA. Ma ora cerchiamo di indagare il nichilismo (apparente?) del Pope of Pop Art, come fu chiamato. «Sono sicuro che finirò per guardarmi allo specchio e non vedere niente. Mi dicono sempre che sono come uno specchio, e se uno specchio si guardasse allo specchio, cosa potrebbe mai vedere?», scrisse Warhol: lo specchio non può vedere nulla ma ciò che si crea è l’illusione di un tunnel di luce infinito, una cavità ottica. Il “nulla”, appunto.

«DIETRO NON C’È NIENTE». «Se volete sapere tutto di Andy Warhol, vi basta guardare la superficie dei miei quadri, dei miei film e della mia persona, ed è li che sono io. Dietro non c’è niente», disse Warhol in un’altra occasione: proprio come dietro gli idoli non vi è nulla, non portano a nulla, sono simulacri, oggetti che bastano a sé stessi, pseudo icone. La religione del consumismo – ossessione di Warhol -, infatti, per sua essenza non può avere icone perché l’icona è sempre segno che rimanda ad altro, a un Altro, a una trascendenza. Il rappresentare il consumismo con stili e codici del consumismo stesso fu da parte di Warhol un’azione furba o coscientemente autodistruttiva, tremendamente disperata? Pare, infatti, un suicidio il suo voler essere inghiottito dal sistema consumistico che diceva di voler criticare.

LO SGUARDO CHE SALVA IL MONDO. Esiste, però, uno sguardo, il mondo è guardato; arrivando all’assurdo, la realtà esiste perché vi è almeno un occhio che la individua, che le dona, cioè, individualità, definizione (nel triplice senso di mettere a fuoco; di delimitare, cioè di dare confine, quindi corporeità; e di concettualizzare). Niente è la mancanza di uno sguardo. Ma anche solo la possibilità di un solo sguardo è segno che Dio esiste, che il mondo è decodificabile, interpretabile, godibile. E se Dio esiste, il nulla non ha sostanza ontologica, e dunque non è nemmeno pensabile. «Se c’è un Dio, è infinitamente incomprensibile», scriveva Pascal[3]. Dio c’è e non ha limite, la nostra coscienza non può abbracciarlo. «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio» (1 Cor 13,12), scriveva san Paolo, ed è, anche qui, uno sguardo più interiore che esteriore; è quindi nel cuore che si gioca il vero sguardo, la vera conversione, il vero approccio col reale.

 

IDENTITÀ-SPIRITO

SCOMMESSA. Il nulla, ontologicamente non esiste; ma noi lo cerchiamo come se esistesse. È il ribaltamento della celebre scommessa di Pascal: nell’oggetto del consumo da venerare cerchiamo Dio e troviamo il nulla. È la tentazione del male, il male come tentazione. E così è per i volti rappresentati da Warhol: il volto è l’infinito di una persona, eppure Warhol cercava di ripeterlo…all’infinito, usando il cattivo infinito della serialità e della riproducibilità tecnica. Jane Daggett Dillenberger, nel suo libro The Religious Art of Andy Warhol, ha calcolato che Warhol ha raffigurato Cristo ben 448 volte (comprese le opere con ripetizioni della stessa figura): si tratta del ciclo a soggetto religioso più ampio di tutta la storia dell’arte americana.

STRAPPO. Un altro passo avanti: il volto è identità; quella delle persone transessuali/travestite è rappresentata da Warhol con stacchi di colore, campi differenti di tono, zone che paiono sovrapposte, slegate tra loro. L’identità è, quindi, un poliedro, un unico corpo e mille corpi, infiniti volti e strati aggiunti nel tempo. Dietro questi strappi, queste sovrapposizioni, questi colori accecanti, questi sorrisi ammiccanti c’è un’anima, una ferita, una speranza. «Lo sforzo che fanno questi travestiti per mostrarsi trionfalistici non è di una velleitaria e commovente umanità?», scrisse Pasolini[4].

SACRO. Una mostra con le opere di Warhol è quindi già di per sé un tempio svuotato di qualsivoglia sacralità. Rimane solo una solitudine glitterata e disperata. Le sue opere (di)mostrano in maniera radicale e al tempo stesso subdola come l’arte senza spiritualità sia vuota. È la tentazione del nulla, appunto. Un oggetto gradevole, luccicoso, invitante, ma vuoto.

 

PIETÀ SEGRETA

Ma in realtà per Andrej Warhola dietro l’immagine vi era, sempre, un infinito: la fede in Dio – come detto all’inizio – la proteggeva nel nido intimo del proprio cuore, lontana da ogni strumentalizzazione. Molto eloquenti al riguardo le parole che il critico d’arte John Richardson pronunciò durante i funerali di Warhol il 10 aprile 1987 nella cattedrale di San Patrick a New York: «Vorrei richiamare un aspetto del suo carattere che egli nascose a tutti tranne che ai suoi amici più intimi: il suo lato spirituale. Coloro che tra voi lo hanno conosciuto in circostanze che erano in antitesi alla spiritualità potrebbero essere sorpresi che un tale lato esistesse. Ma questo c’era ed è la chiave della psiche dell’artista (…). Sono a conoscenza per certo che egli fu responsabile di almeno una conversione. Traeva grande orgoglio nel finanziare gli studi di suo nipote in seminario. E con regolarità prestava aiuto in una mensa per poveri a homeless e bisognosi. Andy confidava di tenere queste attività all’oscuro di tutti. La conoscenza di questa pietà segreta inevitabilmente muta la nostra percezione di un artista che aveva ingannato il mondo facendogli credere che le sue sole ossessioni fossero il denaro, la fama, il glamour, e che potesse essere disinvolto fino all’insensibilità più totale…».

Il 22 gennaio 1987, un mese esatto prima di morire, Warhol inaugurò al Refettorio delle Stelline di Milano la sua mostra Andy Warhol. The Last Supper dedicata all’Ultima cena di Leonardo (ospitata nel vicino Museo del Cenacolo Vinciano). Forse lì, in quel desco sacro, aveva trovato la sua casa e nel Cristo uno sguardo non effimero, ma d’eterno amore.

 

[1] M. Dolz, Andy Warhol nascosto, Ares ed., 2021.

[2] A. Spadaro s.j., Quale religiosità nell’arte di Andy Warhol?, in La Civiltà Cattolica, quad. 3769, 7 luglio 2007.

[3] B. Pascal, Pensieri, Bompiani ed., 2000.

[4] P. P. Pasolini, Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, 1976, in Saggi sulla letteratura e sull’arte, tomo II, Mondadori ed., 1999.

 

(Foto: Walter Mori – gettyimages.co.uk – Wikipedia. In questa foto, Warhol si trova a Palazzo Diamanti, Ferrara, nel 1975, in occasione dell’inaugurazione della sua mostra Ladies and Gentlemen)

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