Per riflettere

INCONTRO DEI SACERDOTI CON MONS. ANTOINE AUDO, VESCOVO DI ALEPPO - SEMINARIO ARCIVESCOVILE

Appunti non sistemati

Mons. Negri
Un momento di incontro.
Dibattito sulla terribile questione del martirio dei cristiani e dell’enorme massa di migranti che arrivano nel nostro paese. Sensazione che il mondo cattolico non avesse chiare le linee di fondo. Ritengo essenziale, per impostare ecclesialmente queste cose, che il problema non è solo come possiamo assistere, ma come noi siamo parte delle comunità ecclesiali perseguitate. I confini si allargano. Abbiamo il cuore travolto dal sacrificio di molti cristiani uccisi, espulsi dai loro territori… vogliamo vivere l’esperienza ecclesiale con loro. Vogliamo vivere l’unità della Chiesa con loro.
In questo senso dobbiamo darci un obiettivo: aiutarli per quanto possibile a non lasciare i luoghi della loro presenza cristiana. Colpisce come la vita della fede è continuata nei campi profughi, nei tendoni… dobbiamo avere il desiderio che possano restare nelle loro terre, come testimoni della fede cristiana.
Di qui parte tutta la solidarietà verso coloro che sono sottoposti ad operazioni tipo “tratta degli uomini” (ci sono persone che lucrano sui profughi…). Ci occupiamo sì dei poveri, ma a partire dal senso ecclesiale di appartenenza. Partiamo dalle premesse e non dalle conseguenze! Siamo fratelli degli uomini perché siamo fratelli di Gesù Cristo.

Vescovo di Aleppo
Grazie per questo incontro che avete voluto con il vescovo caldeo di Aleppo, presidente della Caritas siriana. Uomo di fede, uomo della chiesa siriana, cittadino di Aleppo. Darà una lettura politica della situazione siriana.
Sono rientrato recentemente da Erbil. Una esperienza indimenticabile, per quelle ragioni di fede cui accennava mons. Negri. Abbiamo incontrato migliaia di cristiani fuggiti due estati fa lasciando tutto, in pigiama. Vivono ancora in container nei quali si trova sempre la croce e il vangelo. Si avverte uno straordinario senso di testimonianza di fede.
Che fare concretamente? Sako ha ringraziato per le preghiere, ma grazie anche perché una delegazione italiana, con due vescovi, è andata lì. I musulmani considerano l’occidente una società fallita, ma quella presenza è stato un segno diverso.
La testimonianza del martirio cristiana deve avere la maggiore eco possibile. Ci siamo inventati un evento: illumineremo di rosso la fontana di Trevi, vedendo contemporaneamente immagini anche molto crude delle persecuzioni dei cristiani e ascoltando alcune testimonianze. Se l’occidente non si indigna, vuol dire che noi non abbiamo portato fino in fondo la nostra testimonianza. Alcune istituzioni europee hanno però dato un segno positivo: hanno qualificato come genocidio quello che sta accadendo. Questo potrebbe muovere ad interventi politici più decisi nella zona.
Occupiamoci delle minoranze, e in particolare della minoranza cristiana in Iraq, dove se va avanti così fra cinque anni non ci saranno più cristiani.
Aleppo aveva 2,5 milioni di abitanti, ora 2. I cristiani sono passati da 150.000 a 50.000 dall’inizio del conflitto. Un duplice conflitto: quello interno governativo e quello con Daesh.

Vescovo di Aleppo
Grazie a mons. Luigi, grazie a voi, grazie a ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’ che ha organizzato questa possibilità di testimonianza non solo a Roma ma anche nelle diocesi italiane. Penso che l’Italia è meno impiegata negli interessi politici ed economici rispetto ad altri stati europei (Germania, Francia, Inghilterra). Per questo è un paese europeo importante, che può avere una parola di difesa per noi.

La situazione umanitaria ad Aleppo e in Siria è molto grave.
Un problema enorme di insicurezza. Violenza dappertutto. Nell’ultimo week end gruppi armati hanno lanciato bombe sulla parte ovest della città (sotto l’autorità del governo) dalla parte est (dominata dai gruppi armati).
I giorni della Pasqua sono stati tranquilli, ma dopo il fallimento dei dialoghi di Ginevra, i gruppi armati e l’esercito ufficiale hanno ripreso i combattimenti. I gruppi armati: Al Nusra, Al Quaeda, sostenuti da Daesh.
Da cinque anni viviamo questa insicurezza. Abbiamo tante chiese distrutte, specialmente tre cattedrali storiche importanti: la cattedrale maronita, quella greco melchita cattolica, quella armena cattolica. I gruppi armati hanno cercato di entrare dalla vecchia città verso il centro, hanno trovato e distrutto queste tre cattedrali.
Perché questo luogo? Perché tre cattedrali cristiane cattoliche?
Questa situazione di insicurezza e di violenza fa che la maggioranza della gente sia senza lavoro. Tutta l’industria di Aleppo è distrutta, l’imprenditoria si è trasferita in Turchia. L’80% della gente è disoccupata. Sul volto e nel vestiario e nelle malattie si vede la povertà. Tutto è deteriorato a livello economico, sanitario, di alimentazione, e anche a livello morale.
Aleppo era una città organizzata e fiorente. Ora tutto è distrutto. Questo causa la partenza dei cristiani: poveri e ammalati cercano di fuggire. Non possono più sopportare questa situazione terribile. Da 150mila a meno di 50mila…
Noi vescovi e preti cerchiamo di rimanere, dare testimonianza e resistere, con una testimonianza straordinaria. Due vescovi ortodossi sono rapiti da tre anni e non si sa nulla di loro. È desolante per le loro comunità, che sono come orfani senza padre e senza pastore.
Il rapimento dei vescovi mostra che il problema siriano non è solo locale, ma internazionale, e in particolare il problema dell’islam e della sua collocazione nel mondo moderno, intrecciato con le mire economiche di Arabia e Turchia.

Senza gli aiuti che vengono dall’estero e in particolare da ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’, la situazione sarebbe ancora più drammatica.
In loco abbiamo la Caritas che fa programmi generali, e le parrocchie che cercano di organizzarsi a livello locale. La Chiesa Cattolica in questo è molto apprezzata, anche dai musulmani.
Il Vaticano e il Papa suscitano rispetto anche tra i musulmani.
I cristiani talvolta dicono: perché Caritas aiuta gli altri? Perché noi dobbiamo dare aiuti agli altri? Io ripeto agli operatori della Caritas che attraverso il nostro lavoro insieme tra cristiani e ortodossi, possiamo dare la testimonianza di diventare cristiani insieme! Non siamo cristiani di riti o di confessione, o etnici o fanatici… Attraverso il servizio e la solidarietà vera possiamo diventare più cristiani! C’è una dinamica di conversione: questo è il dono dello Spirito Santo, che ci fa scoprire di più il mistero di Cristo.
Anche con i musulmani dobbiamo diventare cittadini! La Siria è un mosaico di popoli, molto frammentato, ma la forza sarebbe oggi fare unità nel rispetto della diversità. Diventare cittadini insieme! Non si tratta solo di dare aiuti per comprare la gente, al servizio di una agenda politica… Si tratta di innescare una dinamica di comunione e di rispetto reciproco.

La sofferenza più grande è l’emigrazione dei cristiani.
Io sono vescovo caldeo. Prima della guerra eravamo circa 600 famiglie caldee, con una buona organizzazione ecclesiale: una bella comunità solidale e attiva. Ora più della metà sono partiti. Soprattutto i giovani. Nella mia famiglia, tra ventuno nipoti ne rimangono soltanto 5 ad Aleppo, tre dei quali sposati (ed è difficile spostarsi con la famiglia), uno fidanzato e una che sta finendo l’università.
Facciamo l’esperienza della distruzione, di non aver futuro e speranza.
Aleppo ha la situazione più drammatica in Siria.
Abbiamo paura dell’arrivo di Daesh, che fa di tutto per attaccare Aleppo, entrarvi come ha fatto a Mosul. Questo sarebbe la fine della presenza cristiana ad Aleppo.
Quanto parlo di queste cose con gli altri vescovi e dico questo timore, tutti si arrabbiano con me, mi criticano e mi accusano di demoralizzare i cristiani in Siria. Ma non è questo il mio intendimento: la mia famiglia è di origini irachene, conosco bene la situazione e la storia dell’Iraq. Lo scopo è mettere in guardia, e resistere per mantenere e ricostruire la presenza cristiana in Siria.

La tradizione cristiana in Siria è antichissima, nelle sue varie componenti (caldei, maroniti, bizantini…).
Attenzione alla Chiesa universale. Papa Francesco: non possiamo immaginare il medio oriente senza la presenza dei cristiani. La presenza cristiana è importante anche per i musulmani. C’è una storia di convivenza. Siamo capaci di vivere insieme! L’Islam si è chiuso in se stesso con una grande paura della modernità e della critica dell’islam come religione tradizionale

Il problema politico della Siria che sta dietro a questa guerra.
Ci sono interessi economici e strategici molto importanti a livello regionale, internazionale e locale.
A livello regionale, è molto chiara una lotta tra sunniti e sciiti. Sunniti con l’Arabia Saudita e il suo potere di dollari e petroli, con l’ideologia wahabita, incapace di dialogare con la modernità, con l’imposizione della sharia e il ritorno al passato. La Turchia è sunnita, e si presenta come paese moderno, ma condivide con l’Arabia l’obiettivo di dominare il mondo arabo. Hanno il sostegno a livello internazionale e regionale, per estendere il dominio su Iraq, Siria ed Egitto.
L’Iran è una forza sciita, cui si unisce l’Iraq col governo sciita.
Ci sono gli hezbollah, sciiti del libano che sono una forza militare importante.
C’è la setta siriana jihadista.
C’è poi il problema del conflitto con Israele, sempre in cerca della sua sicurezza rispetto al mondo arabo e che è molto collegato agli Stati uniti.

A livello internazionale, c’è la lotta tra Usa e Russia. Una vera lotta di potere economico (gas, petrolio). I Russi vogliono stare con le basi in Siria per il timore che gli americani prendano potere e minaccino la Russia.

A livello locale, all’interno della Siria, la maggioranza sunnita sostenuta dall’estero combatte la minoranza alahwita di Assad, al potere da cinquant’anni.
Da sei anni Assad ha un potere legittimato, ma Stati uniti e Turchia vogliono cacciarlo, servendosi di Daesh! La domanda è: chi ci vuole guadagnare? Ma far partire Assad non è semplice, perché molta parte del paese è con lui.
Tutti vogliono la divisione della Siria, e questo è l’obiettivo di una certa strategia politica nella regione.
Se Daesh arriva, i cristiani non potranno mai potranno vivere con loro. Tanti estremisti vedono la partenza die cristiani come una vittoria sulla cristianità. L’Arabia Saudita dice per esempio: che fanno i cristiani in terra araba? Dobbiamo pulire da essi la terra araba!
L’occidente non fa niente. Quel che conta è solo il potere economico, il dominio e i propri interessi!!!


Lazzarato. Siamo nel NT, ma rischiamo di attingere all’AT per annientare i nostri nemici. Nelle nostre preghiere, possiamo chiedere di inventare armi sofisticate per fermare quelli che vogliono annientare il mondo, la realtà, vogliono schiacciare gli inermi. O decidere veramente di vivere come i primi cristiani. Forse dobbiamo interrogarci: dobbiamo aspettare, pregare, fermarci, lasciarci annientare?

Negri. Dalla relazione del vescovo di Aleppo abbiamo imparato che non riusciamo a capire che la linea di separazione è più profonda: tra chi sacrifica gli uomini per affermare i propri interessi e chi non lo fa. L’informazione è la prosecuzione della preghiera. La gente non sa nulla, è totalmente suddita degli schemi mediatici.

Vescovo di Aleppo. Dieci giorni fa sono andato in un monastero di trappiste italiane, in Siria, vicino al confine libanese. Sono ammirato davanti al loro coraggio. Ho chiesto: come avete fatto a creare questo paradiso negli ultimi anni, con fedeltà alla preghiera e la semplicità nella accoglienza? Un esempio straordinario di fede. Vivono una una grande determinazione; hanno imparato l’arabo per la preghiera… Sono un segno di speranza per la chiesa di Siria e per noi tutti.

Masini. Avete un giudizio e un rapporto molto più sereno di noi nei confronti dei musulmani. Non siete ingenui, perché li conoscete, ma riuscite a trovare la via per un dialogo, per stare insieme in modo costruttivo. Noi facciamo più fatica, siamo più sulla difensiva. Che consigli ci può dare per stare insieme in modo più autentico, riconoscendo le diversità senza che questo diventi un impedimento.

VdA. Non aver paura di essere cristiani, di dimostrare la nostra fede, di esserne fieri. Noi orientali abbiamo l’impressione che qui in Europa i cristiani abbiano paura di esprimere la loro fede. E questo è visto dai musulmani come una cosa negativa, come una incoerenza del cristianesimo e una sfiducia in se stesso. C’è una propaganda forte nel mondo islamico: dicono che la cristianità è finita, noi siamo la terza e vera e ultima religione. L’occidente non ha più fede e non ha più moralità, e Dio ci ha dato tutto per andare alla conquista delle ricchezze.
Dobbiamo avere rispetto, non dobbiamo avere un atteggiamento di odio o di violenza. Dobbiamo essere coscienti della identità e del contenuto della fede. La modernità può essere vissuta nella fede, per noi cristiani, mentre per i musulmani non è possibile. Questa è una difficoltà grande per i musulmani: identificano politica e religione, mentre per noi c’è distinzione e dialogo e spazio di libertà di riflessione e di coscienza.
Fare attenzione nei rapporti con i musulmani, che hanno la difficoltà di non poter vivere con l’altro senza dominarlo a livello teologico ed esistenziale. Quando non possono si ritirano. Noi siamo nell’atteggiamento della libertà e del rispetto della coscienza, per loro questo non conta. Dio ha dato tutto a loro ed esprimono una volontà di potere verso gli altri.
In politica, l’islam usa una duplicità molto importante. C’è una dialettica di seduzione dell’altro e di atteggiamento di odio: se vuoi essere protetto da questa potenza, sei sotto questa seduzione, se la rifiuti sei sotto l’odio e sei minacciato.
Noi cristiani rifiutiamo la dialettica dei seduzione: il fondamento è il rapporto con il Padre tramite Gesù Cristo! Dobbiamo essere attenti a non entrare nel gioco della seduzione, a non fare concessioni come se tutto fosse uguale a livello religioso; e nemmeno entrare nella logica dell’odio.

Benazzi. A Saraievo, in un recente viaggio, ho trovato gente ancora arrabbiata con gli italiani che moti anni fa hanno bombardato… C’è speranza di una via di perdono.

VdA. È vero che c’è odio del mondo musulmano verso l’occidente, con un modello che identifica occidente e cristianesimo, dal loro punto di vista. La questione del colonialismo è ad esempio molto presente, specie nel nord africa. Colonialismo e crociate… una storia complicata, insegnata come odio per la cristianità. Dobbiamo essere attenti quando si parla di queste cose: leggere con oggettività la storia. Dire i peccati dei cristiani, anche quelli dei musulmani. Quando GPII nel giubileo ha fatto tante richieste di perdono con franchezza e umiltà, è stato criticato dalla chiesa stessa…Ma ha dato il buon esempio perché anche gli altri perché facciano la stessa cosa. Così come il gesto di Francesco di prendere alcune famiglie musulmane a Lesbo: ha posto un segno perché i governanti facciano altrettanto!

Pegoraro. Nessun governo interverrà… gli stati intervengono solo se hanno interessi economici. Dobbiamo stare dalla parte di chi ha la possibilità di intervenire per il bene delle popolazioni.
Dal punto di vista cristiano, se guardiamo la storia della Chiesa e il nostro credo, l’atteggiamento non è la vittoria, ma la forza e la pazienza. Sostenere con la preghiera e sostenere gli interventi della Chiesa e delle associazioni. La vittoria sarà finale. Adesso serve una forte capacità di sopportare il male. Come possiamo essere solidali con queste popolazioni? Sopportando con loro.
Ma non possiamo escludere la possibilità che una potenza militare intervenga. I musulmani sono divisi e non sanno come risolvere questa situazione. Desidero che ci sia una potenza politica che intervenga, anche se interverrà per salvare i propri interessi, ma attraverso di questo potrà dare più stabilità.

Serafini. Non capiamo chi sostiene Isis! E non sappiamo come collocarlo.

VdA. Daesh e i gruppi correlati, tutti sono della stessa matrice, organizzati da una sola testa che sta dietro a questa guerra. Si sa che sono gli ufficiali dell’esercito di Saddam, sunniti messi fuori dalla politica, generali con alti gradi di formazione militare, ben pagati. In secondo luogo, tutti sono sunniti.
In terzo luogo, Daesh ha due missioni: stabilire il proprio potere nella regione e far tutto per far venire i fratelli musulmani sunniti al potere. Arabia Saudita e Turchia finanziano!
Usano i cristiani, deboli, per farli fuggire e dimostrare la vittoria dell’Islam sull’occidente.
È una strategia al servizio dell’occidente, del commercio delle armi. Gli Stati uniti mandano armi per fare piacere a Israele e alla Turchia, con la scusa che si devono difendere da Daesh.

Cavallari. La gente, non solo i cristiani, ma anche i musulmani, ad Aleppo che pensa? Capisce i giochi di potere?
Leggevo di alcuni musulmani che riconoscono che Gesù potrà mettere salvare tutto…
Il nostro problema in occidente è che non capiamo l’islam… non consociamo il Corano, identifichiamo arabi e musulmani…

VdA. Generalmente la gente pensa quel che ho detto finora. Per i musulmani, la maggioranza sunnita è un po’ perplessa: nell’islam non c’è il concetto di libertà di scelta. Il movimento generalizzato è quello di condividere la tensione verso il potere sunnita.

Bedin. Le emigrazioni dei cristiani che movimento seguono? Coinvolgono anche l’Italia o si preferisce restare in zona per poter tornare?

VdA. C’è tradizione di emigrazione caldea in molti paesi dell’europa del nord, dove ci sono molte parrocchie ad esempio caldee, ma non in Italia.


Mons. Negri.
- Chiara identificazione della dinamica dell’Islam, che non è se non una dinamica politica, che si esprime nella volontà di dominio. Quello che manca è l’idea di carità, di gratuità che non si ferma davanti a nessun condizionamento.
- La nostra preghiera deve diventare conoscenza della situazione. Avviare la linea di un giudizio sulla situazione, per star dentro con responsabilità. Offrire delle ipotesi di valutazione, di giudizio, e quindi di azione.
Aiutarli a stare nella loro terra, e se emigrano aiutarli a non cedere alla mentalità anticattolica che c’è nei nostri paesi, dove sembra che l’umanità sia scomparsa davanti ai soldi, al potere e al sesso…

Riflessione di Rav Laras dopo l'uccisione di p. Hamel

Folle o non folle, lupo solitario o branco, con l’uccisione di p. Hamel in chiesa, l’ultima diga è stata rasa al suolo. Uccidere i cristiani nei loro luoghi di culto durante le preghiere non è una novità: si pensi ai copti in Egitto, massacrati nel silenzio dell’Occidente; ai cristiani filippini; ai cristiani in Pakistan; ai cristiani iracheni e al loro sterminio. Alcune immagini le abbiamo perfino viste in diretta, comprese le donne vendute schiave, rinchiuse in gabbia come polli. Le femministe in Occidente tacquero e non manifestarono, le Chiese europee furono troppo tiepide o comunque troppo silenti nei confronti dei loro fratelli di Oriente. Da questa prospettiva, non stupisce che drammaticamente in Europa, in una chiesa, un sacerdote, oggi martire, sia stato sgozzato come un animale. Dalla Normandia alle Filippine, dai fatti di questi mesi a quelli che perdurano ormai da decenni, il minimo comune denominatore è l’Islam jihadista, di cui Daesh è solo un’espressione acuta, assieme al silenzio assordante –o alle parole non bastanti- di tanti altri musulmani per bene, contrari sì ma titubanti o impauriti.
Non stupisce tristemente che, dopo le sinagoghe, si sia passati alle chiese: dopo “quelli del sabato”, “quelli della domenica”. Eppure l’oscenità perpetrata ieri in casa nostra, verso un nostro concittadino europeo, verso un nostro fratello anziano, è talmente un “inedito” da rappresentare simbolicamente l’ultimo baluardo abbattuto. Un fatto tremendo, espressione di una realtà polimorfa che si sente sufficientemente forte e che percepisce l’Occidente e le sue espressioni simboliche (religiose, culturali e politiche) sufficientemente deboli e vecchie. Un simile atto, contro chiesa o sinagoga che sia, avrà certamente epigoni, silenzi e -temo!- ancora molte parole a vanvera.
Il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib, caro alla Comunità di S. Egidio e ad alcuni politici italiani, condanna quanto è accaduto ieri, giustamente. Mi chiedo però dove fosse quando è accaduto altrettanto nei centri ebraici europei, da Tolosa a Parigi. E mi chiedo –e lo chiedo, in relazione a lui e alle sue dichiarazioni con acribia a cristiani, ebrei e musulmani, come pure a politici e intellettuali- che pensi del libro Banu Israil fi-al-Quran wa-al-Sunna del suo insigne predecessore alla medesima cattedra, l’Imam Muhammad Sayyid Tantawi (morto recentemente nel 2010), ove questi così scriveva a chiare lettere: “Il Corano descrive gli ebrei con le loro proprie caratteristiche degenerate, quali uccidere i profeti di Allah, corrompere le Sue parole inserendole in luoghi sbagliati, consumare frivolmente il benessere degli altri popoli, rifiutare di prendere le distanze dal male che essi compiono e altre oscene caratteristiche originate dalla loro profondamente radicata lascivia…soltanto una minoranza degli ebrei mantiene la parola data. Non tutti gli ebrei sono uguali. Quelli buoni diventano musulmani, i cattivi no”.
La Chiesa Cattolica, nelle sue massime istituzioni, nelle sue dirigenze e persino, talora, nei suoi teologi per secoli ha spesso saputo essere -e purtroppo è stata- una persecutrice eccezionale. Questo, almeno, è stato per lo più il rapporto tra cristiani ed ebrei sino a tempi recenti. Leggendo i giornali di questi giorni e molte esternazioni di vescovi e cardinali, il fatto di essere divenuta vecchia e tremebonda, almeno in Occidente, non rappresenta purtroppo in sé un progresso morale. Specie se risulta difficile persino chiamare il male per nome e dire che si tratta di Islam jihadista e che l’Islam jihadista, che non esaurisce l’Islam e il mondo variegato dei musulmani, ma che comunque ne è disgraziatamente parte attiva, nutrita, ben radicata e ricca, è un’ipoteca epocale per il sussistere, almeno in Europa, della nostra civiltà. Al riguardo, l’ultimo discorso meritorio, serio e puntuale è stato il magistrale e profetico Discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, che andrebbe rivendicato, diffuso, riletto e profondamente meditato. Difendere la nostra civiltà, pur con tutti i suoi molti limiti e la sua storia difficile e contraddittoria, ha dei costi. Costi in vite umane, che abbiamo già iniziato a pagare. E costi in arte, letteratura, poesia, architettura, filosofia, teologia, musica, libera ricerca scientifica e, infine, scienza politica. Tutto questo ha richiesto infinito tempo e infinita fatica. Pensare che tutto ciò, che è preziosissimo, non meriti la fatica e le lacrime di essere difeso, costi quel che costi, anche la vita, è o perversione e corruzione oppure già la stessa resa. E il fattore “tempo” è anch’esso non a nostro favore.
Circa i cristiani di Oriente e gli ebrei -o almeno parte di loro-, non posso che rallegrarmi interiormente, a fronte di sì inaudito sfacelo in Occidente, che vi siano oggi almeno gli Stati di Armenia e di Israele, ben difesi e determinati a resistere a ogni costo. Io ringrazio Dio che vi siano questi due Stati che, da quando esistono, hanno insegnato ai nostri rispettivi nemici, antichi e presenti, in Oriente e in Occidente, che, per la prima volta nella storia, il nostro sangue ha finalmente un prezzo. E un prezzo elevato. Mentre prima, per secoli, fu possibile che venisse versato a ettolitri senza che nessuno fiatasse, ne chiedesse conto e ne esigesse non vendetta ma giustizia.
Il Libro dei Salmi, il libro per ebrei e cristiani universalmente conosciuto e citato, da entrambi quotidianamente impiegato per la preghiera, è un inno altissimo alla religiosità, ma è anche un fermo monito contro la violenza –o, meglio, contro i malvagi-, che attentano al prossimo, che perseguitano, uccidano e violentano il mondo. E lì se ne invoca la dispersione e la neutralizzazione.
Oggi gli europei e, nello specifico, i cristiani europei, si trovano a dover operare, volenti o nolenti, una vera rivoluzione della sensibilità e dell’intelletto, dello studio e dell’informazione, scegliendo se vorranno -se non per loro stessi, almeno per i loro figli e nipoti!- affrontare un lungo ed estremamente rigido inverno, dagli esiti incerti, oppure sollazzarsi con le ultime giornate estive, ancorché già perturbate, di sole e di chiacchiere. Giornate che, allora, non torneranno.

Giuseppe Laras

ACCOGLIERE NON VUOL DIRE AGITARE LE MASSE

di Robi Ronza
“Dobbiamo fare ponti, ma i ponti si fanno intelligentemente, si fanno con il dialogo, con l’integrazione. (…) L’Europa deve urgentemente fare politiche di accoglienza e integrazione, di crescita, di lavoro, di riforma dell’economia… Tutte queste cose sono i ponti che ci porteranno a non fare muri”, ha chiarito papa Francesco rispondendo sabato a una domanda rivoltagli durante la conferenza stampa sull’aereo in volo da Lesbo a Roma. La questione merita ampio approfondimento. Il frequente appello del Papa a costruire non muri ma ponti è troppo importante per rassegnarsi a che venga svuotato riducendolo a vuota retorica; oppure a che venga strumentalizzato a sostegno di progetti politici che con esso non hanno nulla a che fare.
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La vera radice dei diritti

Corriere della Sera - OPINIONI

Ernesto Galli della Loggia
Non entrerò nel merito del disegno di legge Cirinnà che ormai si avvia comunque all’approvazione. Farò solo qualche osservazione sul modo in cui per settimane se ne è discusso (cominciando con il notare, tra parentesi, come ancora una volta, e su una questione così complessa e importante, la Rai abbia brillato per la sua assenza. A Viale Mazzini come del resto in tutte le tv italiane, si è convinti che ad approfondire qualsiasi tema, dall’emergenza climatica all’esistenza di Dio, basti e avanzi un bel talk show con l’onorevole Andrea Romano e l’onorevole Gasparri).
Una cosa soprattutto mi ha colpito: il prescrittivismo giuridicista, adoperato così di frequente — in questo come in molti altri casi del resto — dai sostenitori della legge. Sposarsi? È un diritto. Avere un figlio? Un diritto. Adottarlo? Un diritto anche questo. Tutti diritti, e naturalmente tutti rigorosamente statuiti, previsti, dedotti, dalla oggi sempre invocata «democrazia liberale» (oggi che tutti vi si sono convertiti), alias «la libertà». Chi si riconosce nell’una e nell’altra — a sentire i più — non può che riconoscersi necessariamente non solo nel disegno di legge Cirinnà ma anche, si direbbe, in qualunque richiesta dell’Arcigay. Nessuno si è chiesto, però, come mai, pur esistendo la suddetta «democrazia» da oltre un secolo, tuttavia è solo da una decina di anni che il matrimonio gay con le sue varie appendici è entrato (non senza qualche difficoltà) nell’elenco dei diritti che sempre la medesima «democrazia liberale» non potrebbe negare, si dice, se non negando se stessa. Ma come mai — è inevitabile chiedersi — la rivendicazione di un tale diritto in precedenza non era mai venuta in mente a nessuno, neppure ai più libertari tra i libertari? Gli omosessuali non sentivano forse, ieri, il bisogno di sposarsi e di avere figli? La democrazia non era abbastanza liberale? Non eravamo abbastanza democratici, o che?
La risposta ovvia è che l’ascesa del matrimonio gay nel cielo dei diritti non deriva in realtà da alcun principio inerente alla democrazia liberale, da alcuna sua propria prescrizione. È solo il frutto della specifica evoluzione storica della nostra società, della sua progressiva secolarizzazione individualistica, e della conseguente volontà delle maggioranze parlamentari che in essa si formano. I principi non c’entrano, se non come arma retorica. Vengono invocati non solo perché si pensa in tal modo di conferire un crisma di inappellabilità alle richieste in questione, appiccicando agli oppositori la comoda etichetta di reazionari, di nemici della «libertà». Ma anche per aggirare, mettere da parte, le domande che nel nostro orizzonte culturale sembrano massimamente sconvenienti. Quelle nel merito: è bene che i bambini abbiano un padre e una madre o è indifferente? È preferibile una società in cui le identità sessuali siano quelle biologiche o invece una in cui siano le più varie, definite di volta in volta dai singoli?
C’è un’altra ragione ancora dietro l’invocazione dei principi. Questa: se si ammettesse che la democrazia e i suoi diritti c’entrano assai poco, allora sorgerebbe immediatamente una domanda per più versi inquietante: «Basta dunque la volontà di una maggioranza parlamentare, di una qualunque maggioranza parlamentare, per autorizzare una pratica sociale, per stabilire qualunque diritto, anche negli ambiti più cruciali riguardo il profilo storico-antropologico di una collettività?». La risposta è sì: basta il volere di una maggioranza. Se domani, per esempio, qualcuno spalleggiato da un consenso polare vasto, dotato di sufficienti appoggi nei media e di un certo prestigio culturale, proponesse l’introduzione della clonazione umana, si può essere quasi certi che alla fine avrebbe successo. Verrebbe stabilito anche il diritto di ognuno alla clonazione: naturalmente in nome di quanto prescritto dalla «democrazia liberale».
Si obietta di solito che un limite all’arbitrio delle maggioranze però c’è, ed è la Costituzione. Personalmente avrei dei dubbi sull’efficacia di tale limite. Per un motivo soprattutto: la Costituzione vuol dire in realtà una Corte costituzionale chiamata ad interpretarla. Cioè dei giudici con loro idee, destinate inevitabilmente a cambiare anch’esse nel corso del tempo. Nella storia di tutte le Corti non si contano, infatti, i casi in cui il riconoscimento di un diritto (per esempio, quello di abortire) a lungo rifiutato è stato poi ammesso. Le Costituzioni insomma servono solo, nel caso migliore, a impedire che le maggioranze parlamentari violino i diritti esplicitamente menzionati nel loro testo. Ma solo questo. Molto difficilmente valgono a impedire che esse ne stabiliscano a loro piacimento di nuovi: ovviamente ogni volta con l’opportuna invocazione alla «democrazia», alla Costituzione, e alle sue formule necessariamente vaghe, come per l’appunto quella della «pari dignità sociale» scritta nella nostra Carta. In base alla quale, come si capisce, può essere sancita in pratica qualsiasi cosa: dal diritto alla genitorialità a quello, mettiamo, a un trattamento pensionistico eguale per tutti. Quando stabiliscono nuovi diritti le suddette maggioranze lo fanno, dunque, non già per adempiere i comandamenti della «democrazia liberale», ma perché ogni volta ciò gli sembra politicamente conveniente: vale a dire in grado di riscuotere il favore degli elettori, di fargli vincere le elezioni.
Dal che deriva che di fronte alle loro decisioni si potrà benissimo e con buone ragioni continuare a dirsi democratici e liberali: ma semplicemente di diverso parere rispetto a loro. Non mancando magari di ricordare che per loro natura le maggioranze sono condannate ad essere sempre, in un modo o nell’altro, le rappresentanti del pensiero comune e del conformismo sociale.

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Matteo Rigamonti
Cronaca dell’incontro milanese tra monsignor Luigi Negri e Sergio Belardinelli.
«La questione principale del nostro tempo è la riduzione della verità a opinione»

Conoscere la storia è necessario per dare consistenza alla propria identità, a maggior ragione ciò vale per i cristiani, per natura impegnati nel dialogo col mondo. Ne è convinto monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio, che è intervenuto giovedì 28 gennaio a Milano per presentare il suo ultimo libro Il cammino della Chiesa, presso la Sala Teatro Carlo Verga adiacente la Chiesa di san Carlo alla Ca’ Granda. L’evento è stato organizzato da Edizioni Ares, la Fondazione internazionale Giovanni Paolo II e Fondazione Tempi e ha visto la presenza del professore Sergio Belardinelli, mentre il secondo appuntamento sarà il 25 febbraio con il senatore Marcello Pera.
Questo libro, che Belardinelli non ha esitato a descrivere come un «affresco culturale e teologico», scritto da una penna che ha il pregio di «irritare» il lettore, «ha il merito di porre una questione cruciale fin dalle prime pagine e lo fa sostenendo la tesi secondo cui la caratteristica più importante dell’antropologia senza Dio, tipica del nostro tempo, è innanzitutto la riduzione della verità a opinione».

«A mio avviso sta proprio in questa riduzione della verità a opinione il tratto più eclatante e devastante della cultura in cui noi oggi viviamo», ha spiegato Belardinelli, «perché il cristianesimo ha assolutamente bisogno di una cultura dove sia presente il senso della verità» per comunicarsi.
Secondo il filosofo «è possibile che laddove ci sia un forte senso della verità, come nel mondo greco, non ci sia il cristianesimo, ma è impensabile che prenda piede e si sviluppi una cultura cristiana in un contesto in cui non ci sia il senso della verità, dove non sia chiara la differenza tra ciò che è vero e ciò che è falso».
«Non a caso, tutti gli ultimi grandi Papi – ha proseguito Belardinelli – hanno intuito che la questione della verità è il banco di prova di tutte le altre grandi questioni: la questione antropologica, la questione educativa, le questioni bioetiche, il nichilismo, la perdita di senso della libertà, la supremazia del benessere». Fino alla «biopolitica, che oggi pretende di definire quando una vita sia degna di essere vissuta».
Belardinelli ha spiegato l’importanza di avere coscienza della propria identità in un simile contesto, anche per i cristiani, in modo particolare quando ci si trova di fronte al dialogo con l’altro. E l’ha fatto con l’esempio del traduttore: «Il più bravo traduttore – ha detto – non è tanto quello che conosce bene la lingua che deve tradurre, ma quello che è padrone della propria lingua, perché è in grado di rendere in modo migliore ciò che l’altro sta dicendo».
In questo senso, ha ricordato Belardinelli, «la storia della Chiesa non è la storia di un’istituzione qualsiasi», ma bisogna guardarla in virtù di quell’eccedenza che è Gesù Cristo». «E grazie alla storia della Chiesa anche la storia laica può avvantaggiarsi di questo sguardo per imparare a vedere cose di cui diversamente non si accorgerebbe». E «cos’è che potrebbe vedere? Quello che monsignor Negri descrive come il senso del mistero che l’uomo ha di se stesso e della Chiesa».
«Ho cominciato a interessarmi alla storia della Chiesa durante il liceo», ha esordito Negri di fronte a una platea di duecento persone, composta di giovani, parrocchiani e nonni duepuntozero, «confortato e incoraggiato da don Giussani, perché la storia della Chiesa fa corpo con l’umanità di Cristo, che non continua nel mondo nella parola scritta. Come dice San Gerolamo – ha aggiunto – la parola scritta c’è perché uno recuperi sempre più la verità di ciò che gli è stato annunziato». Nemmeno, ha precisato l’arcivescovo, quella di Cristo è una presenza che «continua nelle pratiche di pietà o nelle iniziative morali che il cristiano assume».
«Cristo continua nel mondo nel Suo popolo», ha spiegato l’arcivescovo di Ferrara, «e se continua nel mondo nel suo popolo, l’elemento storia è determinante. Come ha ricordato una volta Giussani», ha rilanciato Negri, «noi viviamo la fede “qui e ora” perché duemila anni fa si è verificato un avvenimento che aveva ed ha in sé l’energia e la forza per arrivare fino ad ora».
«Se il cristianesimo fosse un impegno di carattere caritativo o sociale», ha ribadito Negri, o «se la fede fosse il sentimento che ho di Cristo adesso, che recupero attraverso emozioni di carattere psico-affettivo, non ci sarebbe nemmeno bisogno della storia». Mentre «ce n’è bisogno perché senza storia e senza la conoscenza della storia, l’avvenimento della fede diventerebbe debolissimo».
Se è vero che «la Chiesa è un popolo», ha ripreso l’arcivescovo, «il popolo ha la dimensione storica e lo svolgimento che questo popolo ha vissuto, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, entra a far parte della mia fede oggi, che è forte del cammino di Cristo fin qui e da qui nasce un futuro». Perché «il tempo è essenziale per l’uomo».
Secondo monsignor Negri, i cristiani devono avere coscienza che oggi «si trovano dentro la stretta della riduzione dell’avvenimento di Cristo a sentimento, da un lato, e del cristianesimo a impegno di carattere moralistico, dall’altro. O luterani o calvinisti! Questo è il destino di una Chiesa che non prende coscienza della storia», ha ammonito il porporato.
«Mi sono occupato della storia per dare consistenza alla mia identità», ha rilanciato l’arcivescovo di Ferrara, spiegando che «il dialogo è l’espressione di un’identità forte. E un’identità è forte quando ha delle ragioni». Per questo motivo, ha detto Negri, «noi dobbiamo lavorare sulla nostra identità e questo lavoro si chiama culto della verità, amore alla verità, che è Cristo». Si tratta di quella «ricerca del vero», che, «come la definiva Giussani, è inesorabile e inesauribile». «Si lavora sull’identità perché la mia identità è quello che Cristo ha rivelato a me di me stesso e all’uomo di sé».
Ma come si lavora sull’identità? «Sorprendendone la crescita in una appartenenza», ha affondato l’arcivescovo, «tenendo conto di tutti i fattori». «Ecco perché mi interessa la storia della Chiesa, tanto quella delle missioni nel XVI-XVII secolo quanto quella del periodo orrendo del giacobinismo e della Rivoluzione Francese». Ma anche «la presenza dei monaci benedettini che ha coinciso con la nascita della società e della cultura in Europa, re-insegnando a coltivare la terra e mostrando con la loro vita che, nei monasteri, c’erano spazi concreti per una convivenza benevola mentre ci si ammazzava per le strade come accade oggi». Una presenza così incisiva da indurre «Papa Gregorio a strutturare le diocesi in base a dove c’erano i conventi».
«Conoscere la storia della Chiesa», ha aggiunto l’arcivescovo, aiuta anche a «chiedersi di fronte ad ogni momento di questa storia, grande e terribile, fatta di santi e peccatori, se in quel momento la Chiesa ha voluto l’unica cosa che deve amare e volere: la missione». Perché «l’immoralità della Chiesa è il tradimento della sua identità». E «di fronte a momenti di involuzione nella vita sociale di un Paese, non è possibile che la Chiesa taccia; se tace tradisce il suo mandato di annunziare Cristo, via, verità e vita». Un compito che essa deve perseguire «senza contrapporre annuncio e testimonianza personale». Perché «le due cose stanno insieme, come ci insegna il gesto più particolare della sua storia, l’Eucaristia, il gesto più personale e intimo di ciò che lega la Chiesa al Signore e ciascun membro al Signore». L’Eucaristia, che «è dove la Chiesa vive la fedeltà più assoluta a Cristo, rifiutando, per oltre duemila anni di storia, ogni tentativo di riduzione, compresa quella luterana».
La formula con cui si chiude la Messa, «Ite, missa est», ha concluso monsignor Negri, «ci ricorda che l’Eucaristia è fonte di missione e la missione è fonte di una presenza pubblica». Come a dire che laddove «è finita la Messa, lì comincia la missione». Anche «di fronte alle circostanze inevitabili, che, se è vero che non le abbiamo decise noi, spetta a noi giudicare, altrimenti significa che condividiamo la logica con cui sono poste».
Tutto ciò, ha puntualizzato l’arcivescovo di Ferrara, sempre consapevoli che «l’esperienza più grande che accomuna le nostre generazioni» è «l’amicizia in nome di Cristo» e «non perché si è sempre d’accordo su tutto». Certi che «le cose vincolanti nella vita ecclesiale sono poche. Certi, di alcune grandi cose, come ci insegna una delle più belle Tischreden di don Giussani, che sono il suo magistero in università». Finanche nella «discrezionalità e pluralità di posizioni» e ben sapendo che l’unica «cosa che ci rende uniti al Mistero di Cristo è l’affezione a Lui e questa amicizia, che non nasce della carne e dal sangue, ma che il Signore ha generato attraverso il Suo spirito. Non lasciatevi rubare da nessuno – ha affondato Negri – questa amicizia. Perché, molto più di quanto voi non crediate, l’ultimo giorno, non sarete giudicati sulla coerenza più o meno limpida ai dettami della morale cattolica, ma sarete giudicati sulla fedeltà a questi gesti che Dio ha assimilato nella vostra vita e di cui avete dovuto o dovete prendervi ogni giorno la responsabilità».

DON GIUSEPPE CANOVAI: OFFERTA, IMPEGNO E PREGHIERA PER L’UNITÀ DELLA FAMIGLIA

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Don Giuseppe Canovai, sacerdote romano e diplomatico della Santa Sede, intellettuale e formatore di giovani, si spese sempre per la salvaguardia della famiglia cristiana e per la trasmissione dell’importanza del sacramento del matrimonio alle giovani famiglie. Un episodio in particolare, intrecciato ad una grave pagina della storia cilena, ce lo dimostra ampiamente.
È il 4 marzo del 1942 e don Giuseppe Canovai, mentre si trova a Santiago del Cile come Incaricato d’Affari ad interim, scopre che la legge sul divorzio potrebbe essere approvata dal parlamento cileno. Alle pagine del suo diario affida tutta la sofferenza ed il timore che una legge contro l’unità della famiglia venga approvata e, per scongiurarlo, offre le sue preghiere e sofferenze per la salvezza della famiglia cristiana. Alla concreta azione diplomatica effettuata attraverso la Nunziatura in Cile, affianca l’intensa preghiera personale, terribili flagellazioni e la continua offerta di sé al Signore. Il grande sacrificio gli ottiene il premio: riparte dal Cile sapendo che la legge non è stata approvata; a tutt’oggi il Cile è uno degli ultimi paesi al mondo in cui la legge sul divorzio sia stata approvata.
Memorabile, tra i continui patimenti e sacrifici di quel periodo, resta la preghiera scritta con il proprio sangue ed offerta contro la distruzione della famiglia: “Prendi Dio mio questa parola che è tutta mia scritta con tutta l’anima mia scritta con il sangue che sospiro di offrirti, che verso sulla carta con l’intenzione di una testimonianza all’amore con cui ti ricerco, più ancora all’amore con cui tu mi hai ricercato, mio dolcissimo amico. con la stessa intenzione, volesse Dio, con lo stesso amore con cui l’hanno versato i tuoi martiri.”
L’importanza dell’unità familiare e del sacramento del matrimonio sono termini che restano presenti in molte delle sue catechesi e che ritroviamo nelle esortazioni ai suoi amici divenuti genitori o sposi. La convinzione che la famiglia cristiana sia il modello in cui marito e moglie possano santificarsi e far crescere i figli nelle vie del Signore sprona don Giuseppe Canovai a battersi ed offrire tutto perché il vincolo di questo sacramento non sia spezzato dalla legge. Perché, come ricorda ad un caro amico: “Dio attraverso il vincolo del grande Sacramento ti ha chiamato a collaborare alla sua opera creatrice e redentrice. Questo è il grande mistero

VADEMECUM SULLE UNIONI CIVILI

A pochi giorni dall’inizio della discussione, presso l’Aula del Senato, del disegno di legge sulle unioni civili, è opportuno fare chiarezza su molti luoghi comuni, che, purtroppo, sono accettati come veri da molti italiani.

Che cosa sono le unioni civili tra persone dello stesso sesso così come previste dal disegno di legge che sarà discusso dal 26 gennaio 2016 presso il Senato?
Le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono una costruzione giuridica di dubbia costituzionalità e connotata da una forte valenza ideologica, con la quale s’intenderebbe dare rilevanza giuridica al rapporto affettivo tra due partner dello stesso sesso, con una disciplina simile a quella prevista per il matrimonio.

Quali sono i punti salienti del disegno di legge sulle unioni civili?
Per la costituzione di un’unione civile sarà necessaria la celebrazione di un rito davanti all’ufficiale di stato civile, alla presenza di due testimoni e si renderà una promessa di impegno, così come nel matrimonio. Si darà, dunque, lettura degli articoli del codice civile da cui deriverà l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione, come nel matrimonio.
I “civiluniti”, altresì, potranno stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi; avranno il diritto alla pensione di reversibilità del partner, godranno del medesimo regime patrimoniale e successorio che il codice civile riconosce ai coniugi e come se ciò non bastasse il disegno di legge stabilisce che tutte le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi», in qualsiasi disposizione legislativa ricorrano, si applicheranno anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.
L’equiparazione, però, tra unioni civili e matrimonio non solo è inopportuna e ingiusta, ma è, anche dannosa, poiché la creazione giuridica di nuovi modelli “familiari” apre la strada a una ridefinizione del concetto di famiglia, che depotenzia la vera famiglia: tante famiglie, nessuna famiglia.
La norma, tuttavia, più controversa e inaccettabile del disegno di legge è quella che prevede la cd. stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio naturale, o adottivo del partner omosessuale.

Quali sono le differenze tra le unioni civili e il matrimonio?
Sostanzialmente nessuna. Il disegno di legge, di fatto, fa continui rimandi alla disciplina che il nostro ordinamento prevede per il matrimonio.
Nel disegno di legge, l’unione civile - con il pretesto di differenziarla dal matrimonio - è definita come “specifica formazione sociale”; tale definizione, però, è soltanto un elemento di facciata, perché nella sostanza, la disciplina che il disegno di legge prevede per le unioni civili è identica a quella del matrimonio.
Il testo che sarà all’esame del Senato, pur non prevedendo formalmente l’adozione piena, prevede, tuttavia, come detto, la cd. stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio naturale, o adottivo del partner omosessuale.
Tale istituto è inaccettabile non solo perché rafforza il business della fecondazione eterologa e apre la strada alla vergognosa pratica dell’utero in affitto, che in alcuni Paesi è, purtroppo, ammessa, ma soprattutto perché non tiene conto di quei bambini che non potranno godere della ricchezza che si è soliti ricevere dal crescere in un rapporto di complementarietà e differenza di ruoli che la natura ha voluto indicare in una famiglia costituita da un padre e una madre.

Quale scopo ha il disegno di legge sulle unioni civili?
I promotori del disegno di legge sulle unioni civili formalmente affermano che il loro scopo è di far riconoscere alle coppie omosessuali gli stessi diritti di cui godono le coppie eterosessuali coniugate, così da rimuovere un’inaccettabile disparità di trattamento. Tale rivendicazione può apparire a molti, anche ad alcuni cattolici, innocua e persino giusta; invero tale pretesa, che non è una priorità, è profondamente iniqua e nasconde, altresì, un fine ideologico e simbolico. Essa tutela, infatti, esclusivamente i desideri degli adulti, senza tener conto dei diritti dei bambini, cui è negato il diritto più naturale di questo mondo: quello di avere per genitori un padre e una madre. È triste costatare la chiara visione adultocentrica del progetto di legge. Alle coppie omosessuali si vuole dare l’agio, per via legislativa, di procurarsi un figlio. È qui chiara ed evidente la pretesa simbolica e ideologica di tali unioni. D’altra parte, chi promuove le unioni civili rifiuta categoricamente un’attribuzione ai conviventi omosessuali di meri diritti individuali - a partire dal diritto all’assistenza del convivente in ospedale, in carcere e così via, già ampiamente riconosciuti dall’ordinamento giuridico - mentre esige che siano riconosciuti i medesimi diritti propri del matrimonio alle coppie omosessuali, in quanto coppie.

Che cosa cela tale pretesa simbolica e ideologica di uguaglianza?
Dietro a tale richiesta di uguaglianza, si cela l’intento di voler decostruire le basi antropologiche, finora fondamento della società, per ricostruirle su basi che intendono un diritto non più orientato alla lettura del reale, ma come strumento per trasformare la realtà; che giunge a considerare diritti dei meri desideri. Il disegno di legge sulle unioni civili omosessuali risponde a un desiderio emulativo nei confronti delle coppie eterosessuali. I rapporti omosessuali ed eterosessuali, però, sono antropologicamente diversi e il diritto dovrebbe tenerne conto. Il diritto, infatti, tutela interessi sociali, non rapporti affettivi, altrimenti tutti i legami di amicizia dovrebbero essere legittimamente tutelati dall’ordinamento giuridico. Il vincolo matrimoniale è storicamente tutelato perché funzionale all’ordine delle generazioni. La vera ragione per cui il nostro ordinamento giuridico dà rilevanza al matrimonio, non è per il fatto che due persone provino affetto l’una per l’altra, ma perché un’unione matrimoniale è potenzialmente feconda e crea un sistema di educazione e inserimento sociale delle nuove generazioni. La tutela giuridica di cui godono le coppie coniugate a differenza delle unioni omosessuali non può essere considerata una discriminazione, in quanto le due fattispecie rispondono a due situazioni differenti, che non possono essere trattate in egual modo, pena il commettere una profonda ingiustizia nei confronti dell’unica famiglia riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico.

Un’approvazione del d.l. sulle unioni civili senza l’art. 5 che prevede la stepchild adoption sarebbe accettabile?
Un’approvazione del disegno di legge con lo stralcio della stepchild adoption o con la previsione dell’affido rafforzato, non sarebbe accettabile, perché non muterebbe il carattere ideologico del provvedimento, che, peraltro, manterrebbe la struttura di un simil-matrimonio. Infatti: a) Saremmo di fronte a una vera e propria ingiustizia di dubbia costituzionalità, perché due fattispecie strutturalmente differenti come unioni civili e matrimonio, sarebbero disciplinate in egual modo pur essendo ontologicamente diverse. b) L’adozione, anche nel caso in cui non dovesse essere inserita in prima battuta nel disegno di legge, tuttavia, non tarderebbe a essere riconosciuta legittima dalle corti di giustizia, com’è avvenuto anche in altri Stati. Due fattispecie analoghe, aventi la medesima disciplina, come il matrimonio e il d.l sulle unioni civili, non potrebbero, a giudizio delle Corti, essere trattate in modo differente e dunque in poco tempo le unioni omosessuali verrebbero in tutto ad essere equiparate al matrimonio, anche riguardo all’adozione piena. Differente sarebbe il caso in cui il Parlamento approvasse un testo unico ricognitivo di tutti i diritti che il nostro ordinamento già riconosce ai conviventi, compresi quelli omosessuali.

Perché si teme che la stepchild adoption possa aprire la strada all’abominevole pratica dell’utero in affitto?
Perché ne è un’immediata conseguenza. In Italia l’utero in affitto è vietato dalla legge 40, ma non lo è in altri Paesi. Com’è accaduto più di una volta in Italia, sono stati proprio i giudici a non punire chi è tornato dall’estero con il bimbo in braccio, frutto di un utero in affitto. Nel momento in cui ci si trova di fronte a casi di utero in affitto, il reato contestato dalle procure è solitamente l’alterazione di stato civile del minore, cioè l’aver dichiarato falsamente di essere genitori del piccolo; tuttavia i giudici prevalentemente hanno più volte ritenuto che non fosse configurabile il reato di alterazione di stato civile, quando i coniugi avessero sottoscritto l’atto di nascita ottenuto nel paese estero, in qualità di genitori. Come ho detto sopra, infatti, saranno proprio le corti di giustizia ad ammettere ciò che il legislatore non avrà ritenuto di prevedere. Basti pensare ad alcuni orientamenti giudiziari di apertura verso la pratica dell’utero in affitto, che auspicano – vedi Tribunale di Napoli del 17 luglio 2015 – che siano ammessi in Italia «progetti di genitorialità privi di legami biologici con il nato» diversi dall'adozione; ovvero la sentenza del tribunale di Varese del 7.11.2014 che sostiene che è divenuto irrilevante il metodo di concepimento e che dunque le false dichiarazioni rese dai falsi genitori a un pubblico ufficiale, siano da ritenersi un danno innocuo e dunque non punibile. Tutto ciò consentirà a due partner omosessuali di “procurarsi” facilmente un figlio. Vediamo come: uno dei partner omosessuali di un’unione civile si “procurerà” un figlio all’estero, comprando l’utero di una donna, poi una volta giunto in Italia con il bimbo, consentirà, tramite la stepchild adoption, al proprio partner di diventare genitore adottivo. Certamente interverrà il controllo dei giudici, ma tale controllo invece di tranquillizzare, preoccupa, perché se già ora, che non vi è una legge che prevede la stepchild adoption, alcuni tribunali (vedi ad es. Tribunale dei minori di Roma e Corte d’Appello di Roma) hanno ammesso l’adozione del figlio del partner omosessuale, figuriamoci cosa accadrà nel momento in cui vi sarà una base normativa di riferimento, che ammetterà la stepchild adoption. Il criterio ermeneutico the best interest of de child, ossia il superiore interesse del minore, che è alla base dell’istituto dell’adozione sarà, invero, gravemente disatteso. La stepchild adoption sarà una scorciatoia legislativa per far giungere velocemente all’adozione i “civiluniti” aggirando la disciplina prevista dalla L. 184/1983.

Che peso hanno le corti di giustizia in tutto questo?
Hanno un peso notevole! Molte sentenze stanno riscrivendo il diritto di famiglia, con lo scopo di privatizzare e rendere sempre più fluidi i rapporti familiari, così da favorire l’avvento di una “famiglia on demand”, in cui si potrà scegliere di entrare e uscire a piacimento quante volte si vorrà da un tipo di famiglia che si potrà scegliere tra una varietà di modelli, in base ai propri desideri e ai propri gusti sessuali.
Alcuni giudici si sentono artefici del cambiamento sociale facendo un uso tecnocratico e ideologico del diritto, cioè usandolo come strumento, non per leggere il reale, ma per cambiare la realtà e il corso della natura; il diritto diventa, pertanto, il mezzo per propiziare una società finta e artificiale.
Un elemento di viva preoccupazione desta costatare la posizione di molti giudici schierati a favore della vergognosa pratica della stepchild adoption.

Una regolamentazione delle unioni omosessuali ce la chiede L’Europa?
No. Non è per niente vero. Non esistono, infatti, disposizioni che trasferiscano all'Unione Europea le competenze in materia di diritto di famiglia nazionale. Il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri. Tuttavia, l’UE ha una competenza concorrente con quella degli Stati membri nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, dove l'UE ha ricevuto dai trattati l'incarico di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (compresa la famiglia) con implicazioni transfrontaliere. Ciò, però, non significa assolutamente che l’Europa ci imponga le unioni gay.
Non esiste un consenso tra i vari Stati nazionali sul tema delle unioni omosessuali, la Corte EDU di Strasburgo - sul presupposto del margine di apprezzamento conseguentemente loro riconosciuto - afferma che sono riservate alla discrezionalità del legislatore nazionale le eventuali forme di tutela per le coppie di soggetti appartenenti al medesimo sesso.
La stessa sentenza della Corte EDU Schalk and Kopf contro Austria, infatti, pur ritenendo possibile un’interpretazione estensiva dell'art. 12 della CEDU, che prevede il diritto di contrarre matrimonio anche alle coppie omosessuali, chiarisce come non derivi da una siffatta interpretazione una norma impositiva per gli Stati membri.

È vero che l’Italia è stata condannata dalla CEDU perché non ha nel suo ordinamento una disciplina che regolamenti le unioni omosessuali?
È vero, la Corte europea dei diritti umani con decisione del 21 luglio 2015 Oliari e altri. c Italia ha condannato l’Italia, ma è anche vero che il governo italiano non ha presentato appello contro la sentenza che condanna l’Italia per il mancato riconoscimento delle convivenze omosessuali. Il termine per l’appello è scaduto il 21 ottobre 2015 e la sentenza è ora diventata definitiva. Non aver appellato la sentenza è stata una decisione incomprensibile, che tra l’altro ha come conseguenza il dovere dell’Italia di pagare immediatamente la multa inflitta dalla Corte, a tutto danno dei contribuenti. Gli Stati appellano quasi sempre le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e quella del governo Renzi è una scelta ideologica che mostra chiaramente da che parte sta. Peraltro a fronte di interpretazioni aberranti della sentenza Oliari occorre sempre ricordare che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non ha affatto ingiunto all’Italia di approvare leggi come la Cirinnà, che parificano le unioni omosessuali ai matrimoni. La Corte afferma che gli Stati europei sono tenuti a riconoscere i “diritti fondamentali” dei conviventi omosessuali ma sulle forme di questo riconoscimento lascia piena libertà a ciascuno Stato. E la sentenza afferma esplicitamente che non c’è alcun obbligo d’includere in questo riconoscimento l’adozione.
È utile rilevare, inoltre, che nell’attuazione del loro obbligo positivo ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione, gli Stati godono di un certo margine di discrezionalità. Qualora non vi sia accordo tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa, com’è il caso del matrimonio tra coppie omosessuali, in particolare quando la causa solleva delicate questioni morali o etiche, il margine sarà più ampio (si vedano X, Y e Z c. Regno Unito, 22 aprile 1997, § 44, Reports 1997-II; Fretté c. Francia, n. 36515/97, § 41, CEDU 2002-I; e Christine Goodwin, sopra citata, § 85). Il margine sarà usualmente ampio anche quando si richiede allo Stato di garantire l’equilibrio tra opposti interessi privati e pubblici o tra diritti della Convenzione (si vedano Fretté, sopra citata, § 42; Odièvre c. Francia [GC], n. 42326/98, §§ 44 49, CEDU 2003 III; Evans c. Regno Unito [GC], n. 6339/05, § 77,CEDU 2007 I; Dickson c. Regno Unito [GC], n. 44362/04, § 78, CEDU 2007 V; e S.H.e altri, sopra citata, § 94).
Concludendo, si può, pertanto, ribadire che l’Italia è sovrana nel decidere come regolamentare le coppie di conviventi omosessuali.

La Corte Costituzionale Italiana con le sentenze nn. 138/2010 e 170/2014 ha obbligato il Parlamento a dare regolamentazione giuridica alle unioni di persone dello stesso sesso?
No, la Corte Costituzionale non pone alcun obbligo al Parlamento a disciplinare le unioni di persone dello stesso sesso! Come, infatti, afferma la stessa Corte Costituzionale “spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette”. Il Parlamento è libero, pertanto, di regolamentare o meno tali unioni, senza alcun limite di tempo. La sentenza della Corte Costituzionale n. 138/2010 ha, peraltro, ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile , in riferimento agli articoli 2, 3, 29 e 117, primo comma, della Costituzione nella “parte in cui, sistematicamente interpretati, tali articoli non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso”. Con buona pace di alcuni giuristi, che vorrebbero reinterpretare il dettato costituzionale sulla famiglia, è bene precisare che durante i lavori preparatori della Carta Costituzionale la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta I costituenti, elaborando l'art. 29 Cost., tennero conto di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un'articolata disciplina nell'ordinamento civile. Essi ebbero, infatti, presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. Ciò è stato, peraltro, ribadito sia dalle sentenze della Corte Costituzionale nn. 138/2010 e 170/2014 e anche dalla recente sentenza del Consiglio di Stato del 26/10/2015, n. 4897 in cui si afferma che il matrimonio omosessuale deve, infatti, intendersi incapace, nel vigente sistema di regole, di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate (con i diritti e gli obblighi connessi) proprio in quanto privo dell'indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell'atto di matrimonio. Prova di ciò è che anche il secondo comma dell’art. 29 Cost. afferma il principio dell'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale. Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto.

Al termine di questo scritto resta la speranza che il lettore comprenda che ciò che è in gioco non è la semplice approvazione di un disegno di legge, bensì il futuro della famiglia e dell’umano.

PARLARE AL SANGUE CHE BOLLE. UN DON GIUSSANI MAESTOSO E TREMENDO Clicca QUI

ASHLEY OLSEN/ Metti un’adolescente di 35 anni, una Firenze ubriaca e il nostro falso buonismo…

da: ilsussidiario.net

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LETTERA APERTA A MARTA CARTABIA PERCHÉ DICA UNA PAROLA CHIARA SULLE UNIONI CIVILI

da TEMPI.it

Gennaio 14, 2016 Luigi Amicone
Missiva al giudice e vicepresidente della Corte costituzionale a proposito del ddl Cirinnà e di quanto ne consegue

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Gentilissima ed eccellentissima dottoressa Marta Cartabia, ci permettiamo rivolgerci a Lei, in qualità di Vicepresidente della Corte Costituzionale, non che unica donna e il più giovane membro della Consulta, non solo per la funzione altissima che Ella ricopre. Ma perché tra tutti i componenti della Corte, senza nulla togliere agli altri illustri giudici che La affiancano, Lei si distingue per competenza e sensibilità in materia di diritti umani.
Sotto questo riguardo il Suo è curriculum unico e portentoso. Come segnala il Meeting di Rimini, il grande evento culturale a cui Lei stessa ha recentemente attribuito «qualche connessione» con la sua nomina, «perché sono stata nominata dal presidente Napolitano, credo una settimana dopo la sua visita al Meeting nel 2011» (“Cosa significa fare il giudice Costituzionale”, Rimini, 25 agosto 2015), Lei si è sempre distinta – e distinta per eccellenza di expertise – nello studio e nella cultura dei diritti umani. Ha al suo attivo decine di pubblicazioni in proposito ed ha ricoperto ruoli di assoluto prestigio nei più autorevoli consessi internazionali. Tra l’altro, Lei è stata chiamata dalla Commissione Europea a partecipare al Network of Independent on fundamental Rights e ha fatto parte in qualità di “Esperto italiano” dell’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea a Vienna. Perciò, chi più di Lei può contribuire a chiarire con onestà intellettuale priva di ogni partigianeria i termini del dibattito che si sta svolgendo in tema di “diritti umani” connessi al tema del riconoscimento giuridico delle “unioni” tra persone dello stesso sesso? Sappiamo bene che un giudice costituzionale deve astenersi dall’interferire con il potere legislativo. Ma poiché, oltre alla rilevanza e singolarità del tema in discussione, c’è anche il fresco precedente del giudice Giuseppe Tesauro, che ancora da Presidente della Consulta rilasciò alla stampa (Corriere della Sera, 30.9.14) un’ampia intervista molto ben impostata e chiarificatrice su tutto un ventaglio di temi caldi in cronaca sociale e politica (dal caso Berlusconi alle riforme di Renzi, dalla mancata elezione da parte del parlamento di due giudici costituzionali alla sentenza con cui la Consulta decretò l’incostituzionalità dei tagli agli stipendi dei magistrati), ci aspetteremmo da Lei il coraggio e la magnanimità di offrire al popolo, ai suoi concittadini, una parola chiara, indipendente e competente in tema di diritti umani e civili. Tema oggi particolarmente attuale, ricorrendo un’ampia e, a tratti, aspra discussione sui diritti delle persone omosessuali.
Converrà dunque che Le illustriamo le questioni per punti.

1. Lei forse è a conoscenza del grande equivoco in circolazione che è il considerare “omofobo” o comunque ostile al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, chiunque si opponga alle cosiddette “unioni civili” così come esse vengono regolate nel disegno di legge denominato “Cirinnà”. In verità, come sanno benissimo gli stessi sostenitori del dispositivo della senatrice democratica, non ci sarebbe alcun problema e, anzi, otterrebbe una pressoché totale, unanime adesione, in parlamento e fuori dal parlamento, una legge che riconosca alle coppie omosessuali tutti i diritti e doveri di una convivenza. Ciò che sembra inaccettabile alla luce della Costituzione italiana, è che il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali avvenga richiamando esplicitamente le norme che regolano il matrimonio e, quindi, connesso al matrimonio, le adozioni dei bambini.
Il disegno di legge Cirinnà prevede infatti un nuovo istituto giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso e colloca tale istituto all’interno delle “formazioni sociali” di cui riferisce l’articolo 2 della Costituzione anziché il 29 sulla famiglia. Nel concreto, però, quando la stessa legge passa a disciplinare nei suoi articoli il regime del nuovo istituto, tutti i riferimenti richiamano espressamente lo status del matrimonio (testimoni del rito, cognome del coniuge, regole che si applicano agli impedimenti e alle cause di nullità matrimoniale, pensione di reversibilità, obbligo per l’Italia di riconoscere i “matrimoni” gay contratti all’estero eccetera). Tale sostanziale identità tra “unione” e “matrimonio” civile, emerge definitivamente nell’articolo che consentirebbe l’adozione dei bambini. La cosiddetta “stepchild adoption”, che per una coppia di persone di sesso maschile, essendo strutturalmente impossibilitata a esprimere maternità, non significa altro che la legittimazione della pratica cosiddetta “dell’utero in affitto”. Insomma, si tratta di una legge che punta introdurre il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, epperò in maniera surrettizia, senza neppure avere il coraggio, la franchezza, la lealtà, di investire la Costituzione di questa rivoluzione antropologica, sociale e del venire al mondo e della vita dei bambini.
Non a caso, il segretario della Conferenza episcopale italiana monsignor Nunzio Galantino ha appena affermato che «quello che impressiona negativamente è l’assenza di attenzione nei confronti di quelli che poi subiscono le conseguenze di certe scelte: i bambini! Ho l’impressione che la nostra società e le soluzioni che attraversano la proposta di legge siano “adultocentriche”: il “diritto” al figlio, la pretesa in alcuni casi di volerne determinare le fattezze fisiche e le qualità interiori mi sembrano pratiche eugenetiche, non molto lontane da quelle universalmente condannate nel secolo scorso e che portavano un nome tristemente noto». Dunque, stimatissima Giudice e Vicepresidente della Consulta, non le sembrano tutte quelle descritte sopra obiezioni costituzionalmente e umanamente fondate?
2. L’articolo 29 della Costituzione italiana recita: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Sia detto per inciso: si immagina Lei, illustre Giudice e Vicepresidente della Consulta, quale matrimonio avevano in mente padri costituenti quali Togliatti e De Gasperi allorché, pur da posizioni politiche e culturali radicalmente opposte, convenivano sulla necessità di ancorare la Repubblica alla “cellula fondamentale della società”?
È evidente che la Costituzione italiana NON definisce il matrimonio, né definisce la famiglia, cioè non li fonda. Bensì la nostra Costituzione «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». È qualcosa di più e significa che non sono la Costituzione o la Legge che fondano la famiglia, ma il dato di natura, l’unione di uomo donna in quanto generativi, anche solo potenzialmente, di nuovi individui. Dunque, secondo la Costituzione (e non può essere che così perché altrimenti la Costituzione dovrebbe riconoscere tutti i tipi di legame affettivo, compreso la poligamia) l’oggetto di tutela giuridica non è l’amore, non è il legame affettivo, non è il dato sentimentale, ma è il rafforzamento della posizione dei coniugi, attraverso un sistema di diritti e doveri, in funzione di garanzia dei figli. Perché i figli sono il futuro e la sopravvivenza della società. Il riconoscimento del dato naturale del rapporto uomo-donna in quanto generativo, significa che non è la legge che fonda ma che tale dato è preesistente.
Ora, nella legge Cirinnà, si evita di parlare di “matrimonio” perché chiaramente il termine solleverebbe un problema di costituzionalità. Ma nei fatti, come detto sopra, si fa delle “unioni civili” un istituto praticamente identico a quello matrimoniale. È un trucco da nominalismo giuridico: si fa ricorso a termini equivalenti al “matrimonio”, non per non urtare i cattolici, ma per aggirare la Costituzione. “Unioni civili” – nell’interpretazione che di tali unioni danno gli articoli del ddl Cirinnà – è un po’ come chiamare la bottiglia “recipiente per contenere liquidi”. Si usa una perifrasi ma la sostanza è identica. E poiché il presupposto del riconoscimento giuridico che il nostro ordinamento assicura all’unione uomo-donna sta nella tutela dei figli, allora si capisce perché i sostenitori della legge Cirinnà non vogliono rinunciare alla “stepchild adoption”: i benefici del riconoscimento sono rafforzati dalla possibilità di avere minori. Per assicurare i benefici alla coppia di persone dello stesso sesso, si utilizzano i minori. La tutela del vincolo, della relazione tra due adulti, non è in funzione dell’interesse del minore, ma è il minore a essere utilizzato in funzione della valorizzazione del vincolo per assicurare i benefici agli adulti.
Gentile Vicepresidente, non vede in tutto ciò un cinico ribaltamento del punto di vista e dell’interesse da tutelare? Non vede un’assoluta messa in mora e contraddizione del rispetto del minore, il più debole, il bambino, portatore del diritto umano fondamentale di avere una mamma e un papà?
3. Donne, femministe, persone omosessuali e addirittura uno storico leader del movimento Lgbt hanno sottoscritto un manifesto che chiede la messa al bando della pratica «abominevole» (Livia Turco) del cosiddetto “utero in affitto” o “maternità surrogata”. Pratica che non può essere esclusa – per ragioni biologiche evidenti – in una qualsiasi legge che ammetta la possibilità di adozione da parte delle coppie omosessuali. Come la legge Cirinnà. Ora i cardini del manifesto sottoscritto da queste donne, femministe e persone comuni sono i seguenti. Rifiuto di considerare “utero in affitto” o maternità surrogata” atti di libertà o di amore. Rifiuto dell’idea, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Rifiuto di considerare i bambini cose da vendere o da “donare”. Rifiuto di considerare i bambini come prodotti programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce, trasformandoli quindi in orfani e merce. Rifiuto di considerare “il desiderio di avere figli” come un diritto da affermare a ogni costo.
In conclusione il manifesto di queste donne, femministe e persone comuni che hanno fatto «appello alle istituzioni europee affinché la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale» si fonda sull’affermazione sintetica e fondamentale che «nessun essere umano può essere ridotto a mezzo».
Signora Vicepresidente, come donna e come laica cristiana, come studiosa dei diritti umani e come persona comune, lei non pensa che sia un dovere morale sottoscrivere questo manifesto?
Perdoni se insistiamo, ribadiamo e osiamo chiederLe una Sua gentile ricognizione e risposte rispetto a queste domande. Ma Lei stessa, ancora una volta intervenendo a quel Meeting dove per una magica congiunzione astrale si palesò la Sua nomina, citò il libro di un grande dissidente del totalitarismo ideologico e politico che poi divenne il presidente della libera Repubblica Ceca. Si trattava di Vaclav Havel e del suo libro Il potere dei senza potere. Ecco, presentando il valore gigantesco di quella figura che prese parola quando tutto sembrava contro la vita e nessuna la probabilità di resurrezione dal totalitarismo e dai suoi slogan che tutti ripetevano per timore di perdere il posto di lavoro, essere perseguitati e respinti nella massa dei paria, Lei disse questo citando il suo amico e capo di movimento di Comunione e liberazione don Julian Carrón: «Anche nelle parole di Carrón, quando dice: “Di fronte al buio quello che conta non è né lamentarsi del buio, né parlare della luce, ma accendere un accendino”. È l’idea della testimonianza come un fattore che può provocare una novità anche su ampia scala, per quanto piccola possa essere la fiamma da cui promana quella luce. Perché, dice Havel, le conseguenze di una luce che si illumina sono imprevedibili, tant’è vero che il regime reagisce in modo sproporzionato di fronte ad un uomo che toglie il cartello: gli toglie il lavoro, gli toglie il pane, perché dice “non si può mai sapere quando una palla di neve, un gesto piccolissimo, potrà diventare una valanga. Perché tutti coloro che vivono nella menzogna possono sempre essere folgorati dalla verità”».
Stimatissima Marta Cartabia, eccellentissimo Vicepresidente e giudice della Corte Costituzionale, non è forse questo il tempo della testimonianza, di una piccola luce, del coraggio di sostenere nella vita del popolo la fuoriuscita dagli slogan del potere e della menzogna?
Luigi Amicone

M. PERA: DIRITTI UMANI E CRISTIANESIMO. LA CHIESA ALLA PROVA DELLA MODERNITÀ, 2015

Riflessioni dei Cardinali Müller e Ruini. Roma, 30 settembre 2015

Intervento del Gerhard Card. Müller
Marcello Pera è non soltanto uno dei pensatori più importanti di lingua italiana, ma anche un intellettuale di fama mondiale. Lui stesso si considera un liberale, ma sempre nella consapevolezza che l’uomo è radicato in una realtà che va oltre il dato empirico. Vorrei ricordare il libro che ha scritto con Joseph Ratzinger, Senza radici: Europa, relativismo, cristianesimo, Islam (2004), come anche il volume Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica, con una prefazione di Benedetto XVI (2008).
La tesi di questo nuovo libro è sorprendente ed inquietante allo stesso tempo. L’Autore si chiede se il cristianesimo non stia pagando “un prezzo troppo alto” alla presunta conciliazione che la filosofia illuminista avrebbe realizzato tra cristianità ed epoca moderna, tra ragione e diritti umani. Egli si domanda se il cristianesimo, da visione dell’uomo e del mondo centrata su Dio, in tal modo, non finisca per subordinarsi ad una concezione globale immanente della realtà, priva di Dio o, per lo meno, priva di trascendenza. In questa luce, la Chiesa potrebbe tutt’al più ritenersi un’istituzione umanitaria-sociale fatta dagli uomini per gli uomini; un’ istituzione, che riserva varie offerte spirituali a coloro che, nonostante la razionalità strumentale che determina la loro quotidianità, non vogliono rinunciare a una certa dose di fruscio cosmico di sottofondo e di consolazione per l’anima.
Devo ammettere che l’analisi perspicace delle aporie inerenti alla questione dei diritti umani, se inizialmente mi ha lasciato perplesso, alla fine mi ha convinto.
Ognuno di noi è condizionato dai tratti distintivi dei concetti che risalgono al periodo del nostro “risveglio”, ovvero della nostra maturazione intellettuale. Quando frequentavo il liceo, studiai la Costituzione della Repubblica Federale della Germania, promulgata il 23 maggio 1949. Essendo condizionata dalla storia, non la si può separare dallo sfondo degli orribili crimini che lo Stato nazionalsocialista ha commesso contro l’umanità. Il popolo tedesco si è dato questa Costituzione nella consapevolezza della sua responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Lo Stato democratico di diritto riconosce e garantisce tutti i diritti dell’uomo alla vita e alla sicurezza della sua persona, nonché le esigenze basilari della sua vita intellettuale, materiale e sociale; ma, soltanto con la legge e con la prassi, questi diritti vengono concessi e attribuiti. Tutti i diritti costituzionali degli uomini di questo mondo sono radicati nell’intangibile dignità dell’uomo. Essi spettano a ogni uomo, indipendentemente dal fatto se è cittadino di questo paese oppure no. In tal senso, i diritti dei cittadini tedeschi sono legati ai diritti umani, ma scaturiscono da un’altra fonte. Mentre nelle discipline scolastiche della storia e della sociologia si trattava il diritto costituzionale tedesco, durante le lezioni di religione l’illustrazione del Decalogo individuava la motivazione più profonda della dignità umana nella volontà divina, perché i comandamenti divini sono iscritti nel cuore e nella coscienza di ogni uomo, anche di coloro che non li conoscono attraverso la Rivelazione storica fatta al popolo d’Israele. Perciò, contro la violazione della nostra dignità umana non è sufficiente appellarsi solo alla Dichiarazione universale dei diritti umani (1789; 1948), oppure al riconoscimento di questi ultimi negli Stati di diritto, ma direttamente a Dio, creatore del mondo e dell’uomo. Viceversa, nessuno può appellarsi a Dio per giustificare la violazione dei diritti umani. Recentemente, su facebook, un combattente dell’Isis si è vantato di pregare Dio prima e dopo lo stupro di una vittima non-islamica: qui violazione dei diritti umani e blasfemia sono in realtà soltanto i due lati di una stessa “medaglia”.
Ma laddove i diritti umani vengono formulati e prodotti senza considerare il rapporto dell’uomo con la trascendenza, vale a dire con ciò che è indisponibile, essi diventano banali e si moltiplicano sempre di più. Il problema sta nel fatto che il mondo è relativo e ha bisogno del rapporto con qualcosa di assoluto. Se il rapporto dell’uomo con la trascendenza viene negato, il posto di quest’ultima potrà essere occupato soltanto da qualcosa che fa parte del mondo, ad esempio l’imposizione di una nuova legge positiva, efficace soltanto tramite sanzioni esterne: la decisione a maggioranza del parlamento; il potere amministrativo del governo; oppure la casuale decisione stabilita dalla maggioranza di un corpo di giudici. Allora il dominio di uomini su altri uomini si compirà attraverso un’ideologia dominante e con l’aiuto dello strumentario politico-mediatico.
Forse mai i diritti umani sono stati così spesso violati, come è accaduto dopo la loro Dichiarazione in Francia nel 1789. Essi intendevano contrapporsi all’assolutismo monarchico, ma non sono stati in grado di porre fine al terrore giacobino. In seguito, la dittatura della virtù ha introdotto il totalitarismo dell’atteggiamento interiore che ha sinora accompagnato il mondo, sfociando nei programmi del mainstreaming che imperversano ancora ai nostri giorni.
Per la cosiddetta epoca moderna si pone la seguente domanda: la libertà morale e la libertà civile ci sono senza Dio, oppure tramite Dio? Se l’uomo fosse soltanto un prodotto della materia in balìa di se stessa, allora dovremmo cercare la meta della nostra vita all’interno del mondo: nei beni materiali oppure, in modo più raffinato, nella letteratura, nell’arte, nel teatro, etc. In questo caso, Dio esisterebbe soltanto come finzione o a legittimazione di pretese di dominio, riducendosi a essere un “guastafeste” ed anzi il nemico della nostra libertà. Se Dio invece è la meta che, pur essendo oltre la breve durata dell’esistenza terrena, coinvolge anche questa vita, muovendo a sé l’intelligenza e la volontà, allora Egli è anche capace di attirare a sé, come Amore in persona, tutta la nostra libertà.
Perciò, dal punto di vista teologico, non si dovrebbero minimizzare le critiche che i Papi del Settecento e dell’Ottocento hanno rivolto alle Dichiarazioni dei diritti umani di provenienza illuminista, riducendole, in modo un po’ forzato, ad un semplice “ritardo” del treno diretto all’epoca moderna. Un ritardo che – così si sostiene – sarebbe stato poi recuperato con l’enciclica Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII, nonché con la Costituzione pastorale Gaudium et spes (1965) del Concilio Vaticano II. In realtà, ciò che rimane è il diritto, anzi il dovere, del Magistero di metterci in guardia contro una ridotta visione secolarizzata della ragione e dei diritti umani, e di ricordarci la necessità di un loro radicamento nella trascendenza.
Nel suo saggio storico-sistematico La Iglesia y la libertad religiosa (2007), il teologo spagnolo Gerardo del Pozo Abejon dimostra che l’interpretazione delle dichiarazioni magisteriali deve sempre tener conto anche dei diversi destinatari e degli argomenti in essi trattati. La dottrina è in evidente sviluppo, e non può essere diversamente perché la Rivelazione è Parola divina che si esprime nelle parole umane. Ma si tratta di uno sviluppo interiormente coerente e fedele all’immagine dell’uomo, che è sempre teocentrico, in vista della Rivelazione soprannaturale e della chiamata in causa, da parte di Dio, di ogni coscienza nell’ambito della legge morale naturale.
È perciò un atto di grande miopia quando i diritti umani vengono intesi come pretesa per soddisfare i propri desideri personali a tutti costi e quando vengono usati contro la Chiesa stessa. La Chiesa insegna che indulgere in atti contro il Decalogo è peccato perché non esiste alcun diritto che ci autorizzi ad agire contro il bonum individuale et commune, come ci dicono la coscienza ben formata e la Rivelazione.
E il culmine della contraddizione emerge dalla nebbia della logica proprio nel momento in cui certi “diritti”, riguardanti la vita ecclesiale, vengono rivendicati da parte di alcuni credenti anche nei confronti di Dio. Chiunque ritiene di potersi appellare ad un diritto nei confronti di Dio, a cui dobbiamo la nostra esistenza, la nostra vita e la pienezza della grazia, pensando di metterlo così nel torto, dovrebbe riflettere sulla seguente domanda: “O uomo, chi sei tu per disputare con Dio?” (Rm 9,20). Non abbiamo alcun diritto nei confronti della grazia, ed anzi la grazia divina costituisce la base per una autonomia interiore ed esterna dell’uomo verso lo Stato e la società, per quanto riguarda la sua vita spirituale, materiale e sociale.
L’uomo come persona, nella famiglia, nella sua pratica del culto divino, nel lavoro e nel suo tempo libero, viene prima dello Stato, ed è al di sopra di esso. L’uomo, nelle forme culturali e sociali di vita inerenti alla sua natura, ha diritto ad una legittima autonomia, ed è inaccettabile che tali forme di vita vengano condizionate, o addirittura abolite, dallo Stato e da singoli gruppi. In tal senso, è presunzione credere di poter definire che cosa sia il vincolo del matrimonio, senza attingere alla ragione umana o alla Rivelazione divina.
La società pluralistica è un esperimento recente e l’esperienza non ha ancora provato se essa può riuscire oppure no. Una concezione decretata dal mondo, come ad esempio il laicismo, che sta originando l’annullamento della libertà religiosa, comporta gli stessi rischi di una religione di Stato imposta dall’alto – con la sola differenza che nelle classiche religioni di Stato i regnanti dovevano loro stessi rendere conto a Dio sulla base del Decalogo e della legge morale naturale, mentre la visione laicista del mondo non trascende l’orizzonte spirituale dei suoi rappresentanti.
La tendenza – oggi ampiamente diffusa – di moltiplicare sempre di più i diritti umani, e di usarli contro la stessa Chiesa, ci deve spingere a riaprire il discorso sul loro fondamento. Ciò riguarda innanzitutto la filosofia, che potrebbe, ad esempio, approfondire il legame costitutivo tra i diritti, i doveri, la giustizia e la dignità della persona umana. Ma anche la teologia è chiamata ad occuparsi nuovamente della questione, considerando il fatto che il concetto di dignità della persona umana, fondamento dei diritti dell’uomo, oggi non è più così evidente come nel 1948 e necessita di una sua ultima fondazione nel Creatore.

Ma occorre anche considerare che i diritti umani – siano essi motivati con deboli ragioni immanentistiche oppure fortemente teocentriche – non possono definire la meta della vita morale-spirituale dell’uomo. Essi servono tuttavia come mezzo di resistenza all’arbitrio dei potenti negli assolutismi e totalitarismi politici, monetari e mediatici. Se la libertà è la chiave dell’epoca moderna, la fede nel Dio dell’infinita verità e dell’infinito amore è allora la porta che apre all’inizio della vita e del futuro senza fine.
La costruzione di un mondo più giusto e uno sviluppo tecnico-sociale più umano possono e devono essere portati avanti, grazie alla collaborazione tra uomini che credono in Dio e uomini di buona volontà, senza assolutizzare nessuna delle loro realizzazioni. Qui vige infatti una riserva escatologica, poiché i cosiddetti paradisi costruiti dagli uomini sulla terra si sono spesso trasformati in realtà infernali. Mentre il bene che cerchiamo e che operiamo può trasformarsi in qualcosa di definitivo e duraturo soltanto per mezzo della grazia che Dio dona.
In conclusione, mi congratulo sinceramente con Marcello Pera per questo volume, che dimostra una grande competenza in materia, una acuta valutazione dei segni dei tempi e una profonda preoccupazione per il futuro del mondo e della Chiesa. La lettura di queste dense pagine dovrebbe spingere tutti gli uomini di buona volontà a riflettere seriamente sul significato e sul fondamento dei diritti umani.

Intervento del Card. Camillo Ruini
Inizio ripetendo per questo libro la valutazione che ho dato quasi sette anni fa, presentando un altro libro di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani. Affermavo allora che si trattava di un testo rigoroso e organico, opera di uno studioso di grande cultura e di intelligenza penetrante. Aggiungevo che quel libro era scritto per farsi capire dal pubblico più ampio possibile; in alcune pagine poteva richiedere un piccolo sforzo filosofico, ma entro limiti accettabili per il normale lettore: un libro capace di congiungere il rigore argomentativo con la passione personale e l’immediatezza del linguaggio. A mio parere il nuovo libro Diritti umani e cristianesimo merita in pieno una valutazione analoga. Devo dire subito, però, che l’orientamento di questo libro mi sembra abbastanza diverso da quello del libro precedente. E’ questa la prima domanda che vorrei porre all’Autore.
I diritti umani sono un argomento con il quale abbiamo a che fare continuamente. Pera osserva molto giustamente che assistiamo a una loro autentica proliferazione; una proliferazione tendenzialmente illimitata perché si tratta di diritti difficili e forse impossibili da determinare. Nel medesimo tempo viene rivendicato il loro carattere indiscutibile, perché apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prima di ogni scelta culturale, politica o religiosa, scelta che deve semplicemente riconoscerli e rispettarli. Di fatto, invece, sempre più spesso questi diritti appaiono “costruiti”, attraverso decisioni politiche e legislative, o anche attraverso decisioni giudiziarie delle varie magistrature, con il supporto determinante di forti correnti culturali e di grandi campagne mediatiche. Tutto ciò Marcello Pera lo sostiene fin dalla Prefazione e poi, ad esempio, dove parla della rottura del vaso di Pandora dei diritti umani (pp. 45-53). Così dà voce a una sensazione diffusa e personalmente mi trova senz’altro consenziente.
Non è questo, però, il focus, il tema centrale del libro, ma è piuttosto quello del legame tra lo sviluppo della dottrina dei diritti umani e l’allontanamento della nostra civiltà dal cristianesimo, affrontato fin dall’inizio e approfondito soprattutto nella seconda parte del libro. Si tratta, a parere dell’Autore, non solo di un legame di fatto, ma anche di un legame necessario, dovuto cioè non a particolari e accidentali circostanze storiche ma alla logica intrinseca e inesorabile delle idee. Proprio qui, almeno all’apparenza, il libro attuale sembra confliggere con quello del 2008, nel quale si affermava invece che la parabola storica dell’allontanamento della nostra civiltà dal cristianesimo non è stata qualcosa di necessario, ma una deviazione rispetto alle premesse. In concreto il liberalismo autentico e originario, quello di Locke, Jefferson e Kant, è la dottrina dei diritti fondamentali dell’uomo in quanto uomo, che precedono ogni decisione positiva degli Stati. Proprio questo liberalismo originario ha, secondo il libro del 2008, un legame essenziale con il cristianesimo, mentre è incompatibile con il relativismo che si oppone a ogni pretesa di validità universale. Posso ora precisare la domanda che vorrei porre a Marcello Pera: nel volgere di questi anni, dal 2008 al 2015, egli ha legittimamente rivisto le sue posizioni, a seguito del lavoro di approfondimento che ha compiuto sul difficile tema dei diritti umani; o invece le due tesi del 2008 e del 2015 in realtà non si oppongono, se viene compreso il loro significato profondo, che a me può essere sfuggito?
Al di là del confronto con il libro del 2008, mi soffermo ora su Diritti umani e cristianesimo. Accolgo così, per parte mia, l’invito che Marcello Pera rivolge alla Chiesa di riesaminare la sua attuale posizione, decisamente favorevole ai diritti umani, per valutare criticamente la sua reale consistenza. Lo faccio nei limiti delle mie competenze, che in materia di diritti e di filosofia – o teologia – del diritto sono purtroppo molto scarse, per non dire nulle. Il libro di Pera mostra però quanto siano vaste le connessioni tra la questione dei diritti umani e altre tematiche che mi hanno sempre appassionato, come quelle dei rapporti tra natura e grazia, umanesimo e cristianesimo, cristianesimo e modernità e postmodernità, al di là del carattere alquanto problematico di quest’ultimo concetto. Fondandomi su queste connessioni cercherò di proporre qualche spunto di riflessione.
Il primo si riferisce a una piccola frase che troviamo a p. 92: “Dal solo ambito ontologico non si derivano valori”. Marcello Pera sembra presupporre che quest’affermazione possa essere pacifica. Essa esprime la cosiddetta “legge di Hume”, che effettivamente nel pensiero moderno è largamente condivisa. Se l’accettiamo, è giusto concludere con Pera che dalla dignità della persona umana si possono derivare dei diritti solo a patto di intendere “persona” non semplicemente in senso ontologico – come essere razionale, che per i cristiani è creato a immagine di Dio, secondo la concezione di S. Agostino, di Boezio, di S. Tommaso –, bensì in senso deontologico, come ha fatto Kant, per il quale l’uomo va sempre trattato come un fine e mai semplicemente come un mezzo e possiede “in sé un valore assoluto”. La legge di Hume, però, era estranea, anzi incompatibile con l’universo di pensiero di S. Agostino e S. Tommaso, come prima di loro di Platone e di Aristotele, e rimane ben difficile da accettare anche per la Chiesa oggi. Per tutti costoro, infatti, la realtà è intrinsecamente intelligibile e positiva, dotata di senso e di significato. Perciò la dignità ontologica della persona fonda i suoi diritti. O meglio, possiamo dire che il senso ontologico di persona e quello deontologico sono semplicemente inseparabili. Da questo punto di vista non sembra dunque che, per sostenere in maniera coerente i diritti umani, il cristianesimo e la Chiesa debbano necessariamente far propria quella svolta che Emanuele Kant ha impresso al pensiero moderno.
Un secondo spunto di riflessione riguarda il tema vastissimo dei rapporti tra Dio e l’uomo. Marcello Pera sottolinea l’alternativa tra la moderna centralità dell’uomo e la cristiana centralità di Dio. Anche qui, a prima vista, sembra delinearsi una divergenza, in particolare rispetto a ciò che scriveva Giovanni Paolo II all’inizio dell’Enciclica Dives in misericordia del 1980. Vi leggiamo infatti: “Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull’uomo, quanto più è, per così dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, dell’ultimo Concilio”. Mi scuso per la lunghezza della citazione ma queste frasi di Giovanni Paolo II sono, per me, davvero chiarificanti. Da una parte egli non teme di adoperare una parola, “antropocentrismo”, che nel linguaggio cattolico ed ecclesiastico è stata e spesso è tuttora ritenuta inaccettabile. Dall’altra, però, Giovanni Paolo cambia il segno di questa parola, collegandola positivamente, e intrinsecamente, al teocentrismo. Ciò per una fondamentale ragione cristologica, dato che in Gesù Cristo Dio ha salvato l’uomo e lo ha unito a se stesso. Penso di poter aggiungere una seconda ragione: tutta la realtà dell’uomo, in virtù della creazione, viene da Dio e quindi rimanda a Lui intrinsecamente.
Così la divergenza rispetto alle posizioni di Pera risulta più concettuale che sostanziale. Lo conferma un celebre assioma teologico, formulato dal Concilio Lateranense IV del 1215 e continuamente richiamato anche oggi, secondo il quale “tra il Creatore e le creature non si può osservare una somiglianza tanto grande che non si debba osservare tra loro una dissomiglianza ancora più grande”: quindi l’unità tra Dio e l’uomo non può essere concepita a scapito dell’infinita trascendenza e superiorità di Dio.
Più specificamente quanto alla questione dei diritti umani, proprio S. Tommaso, mentre distingue tra le perfezioni dovute alla nostra natura e le perfezioni non dovute – in primo luogo la grazia che ci fa figli di Dio –, è attento a precisare che in nessun caso, nemmeno quando si tratta delle perfezioni dovute alla natura, Dio è debitore alle creature, ma soltanto a se stesso, in quanto la sua volontà non può non essere conforme alla sua sapienza e in ultima analisi alla realtà stessa di Dio. Quindi non può non voler conferire alle creature quelle perfezioni senza le quali esse non sarebbero intelligibili. I diritti umani di cui oggi si parla non possono intendersi dunque come diritti nei confronti di Dio, ma piuttosto come diritti intrinseci all’uomo perché Dio glieli ha donati nel crearlo. Verso Dio l’uomo ha invece un debito e un dovere inestinguibili, o meglio, è egli stesso questo debito, perché esiste per dono gratuito di Dio.
Un ulteriore spunto di riflessione lo prendo dalla critica di Marcello Pera all’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, che porterebbe a non attribuire al cristianesimo alcun “valore costitutivo per la costruzione di una società ben ordinata”, ma al massimo un valore aggiuntivo e suppletivo (così alle pp. 111-115). Qui il pensiero di Pera appare simile a una tesi del grande teologo e storico del pensiero Henri de Lubac, avanzata nel 1946, respinta da Pio XII nell’Enciclica Humani generis del 1950, ma non dal Concilio Vaticano II, dopo il quale questa tesi è stata anzi accolta da grandissima parte dei teologi cattolici. Nel mio lavoro di dottorato, pubblicato nel 1971, ho sostenuto invece una tesi abbastanza diversa. In sintesi, de Lubac ritiene che la cosiddetta “seconda Scolastica” del XVI e XVII secolo, escludendo ogni collegamento intrinseco della grazia di Dio con la natura dell’uomo, abbia legittimato involontariamente il processo di secolarizzazione e alla fine di autentica scristianizzazione. Personalmente penso che questa sia solo una delle due facce del problema. L’altra è che quel collegamento non può comunque essere tale da compromettere la totale gratuità della grazia rispetto alla natura, senza la quale la “legittima autonomia delle realtà terrene” di cui parla il Vaticano II (Gaudium et spes, n. 36) sarebbe impossibile e tutto lo sviluppo della modernità non potrebbe trovare spazio nel cristianesimo. La grandezza di S. Tommaso sta proprio nell’aver saputo congiungere, nella sua teologia del soprannaturale, questi due aspetti che poi nella seconda Scolastica sarebbero stati infelicemente contrapposti.
La mia posizione è dunque contraria a quella di Marcello Pera? Direi proprio di no e ne spiego il motivo. Tradizionalmente, quando tratta di natura e grazia, la teologia considera la natura umana solo da un punto di vista essenziale, o ontologico, prescindendo dalle condizioni concrete e storiche in cui l’umanità esiste. Quando invece la teologia – di Tommaso come di Agostino come di ogni altro teologo autentico – allarga lo sguardo a queste condizioni, la sua valutazione è molto diversa: di fatto l’uomo è prigioniero del “regno del peccato”, come scrive San Paolo nella Lettera ai Romani, capitoli 6 e 7, e può essere liberato solo dalla grazia di Cristo (Romani 5 e 8). Possiamo anzi dire che soltanto quando la salvezza che viene da Dio ci è stata rivelata in Gesù Cristo l’umanità ha avuto la forza di vedere e riconoscere fino in fondo la gravità della sua condizione senza Cristo. Perciò Marcello Pera sottolinea giustamente la centralità della teologia della croce (pp. 119-120), dalla quale non sono però separabili la teologia dell’incarnazione e della risurrezione. Secondo un assioma teologico caro a S. Tommaso, la grazia non distrugge ma presuppone e perfeziona la natura. Allargando lo sguardo alle condizioni concrete dell’umanità, dobbiamo aggiungere che tra umanesimo e cristianesimo vi è sempre anche un momento di rottura: in altre parole, un cristianesimo semplicemente umanistico, che oggi in buona fede viene spesso proposto, non è il cristianesimo autentico, perché non fa spazio alla novità sconvolgente della morte e della risurrezione di Cristo.
Tento infine di rispondere alla domanda che Marcello Pera pone alla Chiesa nella conclusione del suo libro, intitolata “La Chiesa alla prova dei diritti umani”. La domanda è questa: i diritti umani si applicano o non si applicano all’interno della Chiesa? Entrambe le risposte a giudizio di Pera sembrano impossibili: non possiamo infatti rispondere negativamente perché i diritti umani appartengono all’uomo in quanto uomo e quindi in nessun caso possono essergli tolti. Ma non si può nemmeno rispondere positivamente, perché nella Chiesa cattolica i sacerdoti non hanno il diritto di sposarsi, le donne non possono diventare sacerdoti, nelle strutture ecclesiastiche non vige il diritto alla democrazia, e questi esempi possono facilmente moltiplicarsi.
Questa domanda è senza dubbio molto attuale, sta infatti sotto a molte questioni oggi dibattute dentro la Chiesa e fuori di essa. La risposta, a mio parere, è sottile ma non impossibile. Una prima osservazione, non risolutiva ma concretamente importante, è che i diritti umani oggi rivendicati sono in buona parte degli pseudodiritti, oppure dei diritti storicamente condizionati, come Marcello Pera fa notare giustamente (p. 18). Ma il punto decisivo è che gli stessi diritti umani autentici vanno distinti in due categorie: quella dei diritti irrinunciabili, nel senso che non può rinunciarvi nemmeno la persona che è il soggetto dei diritti, e quella dei diritti rinunciabili, nel senso che il soggetto può liberamente rinunciarvi, anche per sempre. Quando entriamo liberamente nella Chiesa o, sempre liberamente, accogliamo una vocazione come quella al sacerdozio, rinunciamo a diritti di questa seconda categoria. O quanto meno, chi volesse sostenere che rinunciamo a diritti irrinunciabili, dovrebbe accollarsi l’onere di provarlo. L’obiezione che così la Chiesa diventerebbe “una qualunque associazione privata” (p. 147) per un verso mi sembra eccessiva, perché la Chiesa trae la sua legittimità da Dio che le ha dato vita in Gesù Cristo, ma soprattutto pare non tener conto di un fatto essenziale, che cioè l’appartenenza alla Chiesa implica sempre una fondamentale decisione personale: la decisione di credere.
Ringrazio di cuore l’amico Marcello Pera, che con il suo nuovo libro mi ha molto stimolato a riflettere, e ringrazio voi tutti, che avete avuto la pazienza di ascoltarmi.

TRE GIORNI DEL CLERO 14-15-16 settembre 2015

AL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO “LIBERO”

Gentile Direttore.
ti ringrazio per l’ospitalità che Libero (24 settembre 2015) ha dato alle disposizioni della Diocesi di Ferrara-Comacchio riguardo all’accoglienza dei profughi. Tali indicazioni sono la sintesi del dialogo, oggettivo ed equilibrato, con tutti i sacerdoti della Diocesi durante la recente “Tre giorni” del Clero. Nel ringraziarti di avere messo in evidenza l’impegno dell’Arcivescovo per la difesa dell’identità cristiana - impegno profuso non da ora e non in modo esclusivo ma propositivo - ricordo anche che rispetto alle recenti migrazioni la nostra Diocesi ha un piano di accoglienza che, unito alle altre realtà sul territorio provinciale, è di prima grandezza in Regione. Si tratta di un piano già operativo da molti mesi e che offre ospitalità a diverse centinaia di migranti. Con le recenti “Linee guida” abbiamo voluto ulteriormente sensibilizzare il mondo delle parrocchie - come indicato da Papa Francesco - affinché, attraverso un’accoglienza responsabile, collabori con le realtà associative che già operano nel settore, e si adoperi a sensibilizzare tutti i fedeli che hanno disponibilità di ambienti.

Con stima
Don MassimoManservigi
Ufficio Stampa Diocesano

LA LEGGE CIRINNÀ E IL DESIDERIO DI ESTINZIONE

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A PROPOSITO DI TUTELA ALLE FAMIGLIE...

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A DON F. VENTORINO

Da Il FOGLIO del 19 Agosto 2015

di Giuliano Ferrara
Don Ciccio era il prete che ciascuno vorrebbe avere incontrato nella vita. A tavola, dove faceva con grazia e sobrietà la sua figura di commensale, saltabeccava tra argomenti di quotidianità, teologici, politici, ecclesiastici, ma (come gli dissi una volta tra sorrisi) tentava sempre di convertire a sorpresa l’interlocutore prima ancora che venisse servita la frutta. Da sacerdote attivista, militante, costruttore di socialità e di quella che nella sua chiesa considerava la verità, la sola verità di fondo della fede, aveva una pazienza infinita e aveva fretta, e le due cose erano distinte ma inestricabili.
So poco della sua stagione aurea, dell’amicizia con don Giussani e del fervore di combattimento tipico dei movimenti ecclesiali della seconda metà del secolo scorso, e di Comunione e liberazione su tutti; ma quel poco che ne so lo ritrovavo tutto, come tempra razionale, come capacità di dialogo, come intuito della persona, del suo peccaminoso orgoglio e della sua insopprimibile libertà, nelle conversazioni, anche pubbliche, della stagione ratzingeriana, quando le encicliche papali parlavano di speranza paolina, di cose non vedute che pure sono, di patristica e di filosofia, fino a Kant e a Nietzsche, e le questioni di società erano sussunte sotto la categoria della politica intesa come la forma più alta della carità. Se ne parlava nei teatri di Catania, nei palazzetti dello sport di Milano, nelle sale d’albergo trasformate in seminario, c’erano un interesse, un pubblico, una felice disposizione a vedere nelle cose per poter guardare magari oltre le cose.
Francesco Ventorino era filosofo come si può essere filosofi nella fede cristiana di confessione cattolica. Per il teologo Romano Guardini, che parlava di Blaise Pascal, in un certo senso non si può essere “grandi cristiani” o “grandi filosofi cristiani”, perché la filosofia come discorso comincia e finisce nel possente e umile silenzio del credere, in quel particolare cammino che è, per le genti di intensa devozione e di irresistibile vocazione alla verità, il cammino del Signore. Don Ciccio era di formazione un tomista, aveva l’imprinting del pensiero accudito e coccolato nella stagione della sua formazione, quando la chiesa cattolica difendeva sé stessa, perfino con troppa convinzione. Quel che pensava della vita, del matrimonio (tema di suoi saggi pieni di sensibilità), della coscienza personale, del peccato, dei criteri che guidano l’esistenza moderna se ne stava non chiuso e arcigno ma certo fortificato e ben difeso, à la Chesterton, entro le categorie del realismo. La sua materia non era la mistica, nemmeno come risposta alla crisi delle forme cristiane di vita. Se c’è del vuoto, pensava, è un vuoto di comprensione, di articolazione nel presente della forte storicità del cristianesimo, il tormentone giussaniano dell’incontro personale che decide, della storicità assoluta del racconto evangelico. E quel vuoto non lo si può riempire altro che con il pieno di una fede esposta alla ragione e di una ragione esposta alla fede. In lui parlava certo anche la coscienza personale dei tanti giovani che aveva seguito, organizzato, istruito, insomma il riverbero del loro essere per sé e per gli altri, ma non il cuore solitario e orante; in lui parlava un’esperienza dotata di intrinseca politicità, legata per vie ecclesiali alla vita sociale e alla faticosa militia Christi.
Era un uomo che sapeva sorridere, sapeva fare e sopportare la fatica di fare, sempre in giro con valigie pesanti, sempre incantato dalle opere di carità, magari le ultime o penultime per i carcerati di Catania, e dall’evangelizzazione come istruzione, tirocinio della fede, organizzazione del pensiero. Maurizio Crippa gli dedicò un ritratto di smagliante bellezza nel Foglio. Aveva messo in piedi un suo cortile dei gentili quasi personale, raccogliendo filosofi postmarxisti, oratori senza fede confessionale un po’ svitati e altri amici in una compagnia di giro che si teneva ai margini dei circuiti ufficiali ma al centro di un interesse vero di tanta gente comune. L’ultimo periodo della sua esistenza sacerdotale e del suo attivismo illuminato deve essere stato un po’ complicato, Cl non sa più tanto che fare e come farlo, e qualche volta si rifugia nel non fare, produce l’attesa come esercizio spirituale, un circuito mentale e psicologico che credo fosse del tutto estraneo ai rendiconti esistenziali dell’amico e allievo di don Giussani.
L’interesse pubblico e memoriale della persona che ha lasciato questo mondo è che con i modi tranquilli del prete diocesano, ma dentro la disciplina, i rigori militanti e le avventure di un movimento di popolo e di idee come Cl, don Ciccio era due in uno: dei derelitti si occupava con lo stesso animo raccontato da Adriano Sofri nel suo libro sulle prigioni degli altri: “da piccolo andavo al mare per paura che le bottiglie dei naufraghi non fossero raccolte”; e poi voleva intensamente evitare il naufragio della civiltà cristiana, qualunque cosa questo significhi per chi legge, qualunque cosa significasse per lui. Per questa politicità caritatevole don Ciccio era circondato dall’innamoramento dei suoi e dei suoi amici più lontani per esperienza e per tratto personale, e tutti lo veneravano come quel prete di passaggio che ciascuno vorrebbe aver incontrato nella vita.

I CRISTIANI TRUCIDATI IN KENIA

I cristiani trucidati in Kenia ci ricordano come i cattolici si sono condannati a un eterno venerdì santo di rassegnazione

di Giuliano Ferrara
Sono entrati al mattino nel giorno dell'umiltà in coena Domini. Si sono sparsi per i dormitori del Garissa University College, nel Kenia orientale, e hanno selezionato i musulmani, per risparmiarli, e individuato le studentesse e gli studenti cristiani, per massacrare le une e gli altri Come avranno fatto la cernita per arrivare al numero di 147 martiri? Due anni fa un'altra strage nel mali di Nairobi: domandavano che nome avesse la madre del profeta, o la sua prima moglie, e a una esitazione nella risposta fucilavano clienti del centro commerciale e passanti. Anche Bin Laden aveva dei dubbi sul gruppo operativo somalo al Shabaab, che non stava abbastanza attento a colpire solo crociati ed ebrei, ma dopo un anno dalla sua morte al Shabaab ha trovato la soluzione, o così pare, ed è entrato nell'organico di al Qaida.
Non è stato un "bagno di sangue", un atto terroristico. Sono definizioni improprie e falsamente consolatorie, per quanto macabre e paurose. E' stata, come da rivendicazione, una "operazione contro gli infedeli". Studiare in un College cristiano, appartenere a una comunità mista, equivale a una condanna a morte per miscredenza. Non c'entra se non simbolicamente l'imperialismo coloniale degli occidentali, il colore della pelle degli uccisi, la circostanza di fatto che è maschera di un'ideologia politica assassina. C'entra il discrimine tra chi si è assoggettato e chi no. Il confine della sottomissione è entrato con feroce violenza nell'istituzione educativa. Annichilirne 147 per colpirne a milioni, in una guerra a chi non si sottomette.
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DIAVOLO D'UN OCCIDENTE

da «DIEU OU RIEN» du Cardinal Robert Sarah avec Nicolas Diat

Anticipazione fogliante. Esce in Francia un gran libro del cardinale prefetto del Culto divino. Parole chiare su gender, aborto, eutanasia, relativismo. La crisi della postmodernità occidentale vista dalla battagliera chiesa d’Africa
di Robert Sarah da IL FOGLIO 13 Marzo 2015

Nella mia vita, Dio ha fatto tutto; da parte mia non ho voluto che pregare. Sono sicuro che il rosso del mio cardinalato è veramente il riflesso del sangue della sofferenza dei missionari che sono venuti fino al fondo dell’Africa per evangelizzare il mio villaggio.

La perversa ideologia del gender
E’ a ragione che Benedetto XVI sottolinea che “l’identità europea si manifesta nel matrimonio e nella famiglia. Il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale, è stato forgiato a partire dalla fede biblica”. Al contrario, ci sono tentativi ripetuti per impiantare una nuova cultura che nega l’eredità cristiana. In certi paesi africani sono stati creati ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di aiuti economici! Alcuni governi africani, per fortuna minoritari, hanno già ceduto alle pressioni in favore dell’accesso generale ai diritti sessuali e riproduttivi. Constatiamo con grande sofferenza che la salute riproduttiva è divenuta una “norma” politica mondiale, contenente ciò che l’occidente ha di più perverso da offrire al resto del mondo in cerca di sviluppo integrale. Come possono, certi capi di stato occidentali, esercitare una tale pressione sui loro omologhi in paesi spesso fragili? L’ideologia del gender è diventata la condizione perversa per la cooperazione e lo sviluppo.
In occidente, persone omosessuali chiedono che la loro vita comune sia giuridicamente riconosciuta per essere assimilata al matrimonio; dando eco alle loro rivendicazioni, alcune organizzazioni esercitano forti pressioni affinché questo modello sia così riconosciuto dai governi africani in nome del rispetto dei diritti umani. In questo caso preciso, a mio giudizio, usciamo dalla storia morale dell’umanità. In altri casi, ho potuto constatare l’esistenza di programmi internazionali che impongono l’aborto e la sterilizzazione delle donne. Queste politiche sono tanto più ripugnanti in quanto la gran parte delle popolazioni africane è senza difesa, alla mercé di ideologi occidentali fanatici. (…) La Santa Sede deve giocare il proprio ruolo. Noi non possiamo accettare la propaganda e i gruppi di pressione delle lobby lgbt – lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Il processo è tanto più inquietante perché rapido e recente. Perché questa volontà forsennata di imporre la teoria del gender? Una visione antropologica sconosciuta fino a pochi anni fa, frutto dello stavagante pensiero di qualche sociologo e di qualche scrittore, come Michel Foucault, sarebbe il nuovo eldorado mondiale? Non è possibile rimanere inteneriti davanti a una tale prepotenza, immorale e demoniaca. Papa Francesco ha ragione a criticare l’azione del demonio che opera per minare le fondamenta della civilizzazione cristiana. Dietro alla nuova visione prometeica dell’Africa o dell’Asia, c’è il segno del diavolo. I primi nemici delle persone omosessuali sono le lobby lgbt. E’ un grave errore ridurre un individuo ai suoi comportamenti, soprattutto sessuali. (…)

Dignità della donna non è sì all’aborto
E’ stata dichiarata una guerra contro la vita, con mezzi finanziari giganteschi. Come è concepibile che tanti bambini senza difesa siano eliminati nel seno della loro madre con il pretesto di un diritto della donna alla libertà del suo corpo? La dignità della donna è una nobile e grande sfida, ma non passa dalla morte dei nascituri. Giovanni Paolo II aveva compreso che intenzioni generose nascondevano un vero programma di lotta contro la vita. In Africa, quando vedo le somme faraoniche promesse dalla Fondazione Bill e Melinda Gates indirizzate ad aumentare esponenzialmente l’accesso alla contraccezione per le ragazze non sposate e alle donne, aprendo così la via all’aborto, non posso che ribellarmi di fronte a una volontà di morte.
Quali sono le motivazioni nascoste di queste campagne di grande portata che hanno come esito decine di migliaia di morti? C’è una ben studiata pianificazione per eliminare i poveri in Africa e altrove? Dio e la storia un giorno ce lo diranno.

L’eutanasia come idolo della postmodernità
Oggi, l’eutanasia è diventata la nuova battaglia ideologica della postmodernità occidentale. Quando una persona sembra aver finito il suo percorso di vita su questa terra, con il pretesto di alleviare le sue sofferenze certe organizzazioni sostengono che è meglio darle la morte! In Belgio, questo diritto – che diritto non è – è stato appena esteso ai minori! Con la scusa di aiutare un bambino che soffre, è possibile dargli freddamente la morte. I sostenitori dell’eutanasia vogliono ignorare che le cure palliative sono oggi perfettamente adattate a coloro che non hanno più speranza di guarigione; la morte fredda e brutale è diventata l’unica risposta. L’eutanasia è diventata il marcatore più evidente di una società senza Dio, infraumana, che ha perduto la speranza. Rimango stupefatto nel vedere fino a che punto chi propaga questa cultura si ammanta di una buona coscienza, dandosi l’aura facile di eroi di una nuova umanità. Per una sorta di strana inversione dei ruoli, gli uomini che lottano per la vita diventano mostri da abbattere, barbari d’altri tempi che rifiutano il progresso. Con l’aiuto dei media, i lupi fanno credere di essere generosi agnelli a fianco dei più deboli! Ma il piano dei promotori dell’aborto, dell’eutanasia e di tutti gli attentati alla dignità umana è sempre più pericoloso.
Se non usciamo dalla cultura di morte, l’umanità va verso la perdizione. In questo inizio di Terzo millennio, la distruzione della vita non è più barbarie ma progresso della civiltà; la legge prende a pretesto il diritto alla libertà individuale per dare all’uomo la libertà di uccidere il suo prossimo. Il mondo potrebbe diventare un vero inferno. Non si tratta più di decadenza, ma di una dittatura dell’orrore, di un genocidio programmato di cui sono responsabili le potenze occidentali. Questo accanimento contro la vita rappresenta una nuova tappa, determinante, nell’accanimento contro il piano di Dio. Tuttavia, durante i miei viaggi, assisto a un risveglio delle coscienze. I giovani cristiani dell’America del nord vanno sempre più al fronte per respingere la cultura di morte. Dio non si è addormentato, Egli è davvero con coloro che difendono la vita! (…)

L’occidente ha tradito le sue radici
Oggi l’occidente vive come se Dio non esistesse. Come hanno potuto, paesi di antiche tradizioni cristiane e spirituali, tradire le loro radici fino a questo punto? Le conseguenze appaiono talmente drammatiche da rendere indispensabile comprendere l’origine di questo fenomeno.
L’occidente ha deciso di prendere le distanze dalla fede cristiana sotto l’influenza dei filosofi dei Lumi e delle correnti politiche che ne sono derivate. Se esistono comunità cristiane tuttora vivaci e in missione, la gran parte delle popolazioni occidentali non vede più in Gesù che una forma di idea, ma non un avvenimento, e ancor meno una persona che gli apostoli e numerosi testimoni del Vangelo hanno incontrato, amato e alla quale hanno consacrato tutta la loro vita.
L’allontanamento da Dio non è il prodotto di un ragionamento ma di una volontà di distaccarsi da Lui. L’orientamento ateo di una vita è quasi sempre un’opzione della volontà. L’uomo non vuole più riflettere sul suo rapporto con Dio perché vuole diventare egli stesso Dio. Il suo modello è Prometeo, personaggio mitologico della razza dei Titani che rubò il fuoco sacro per darlo agli uomini; l’uomo è entrato in una logica di appropriazione di Dio, non più di adorazione. Prima del movimento detto “dei Lumi”, quando l’uomo ha tentato di prendere il posto di Dio, di essere a Lui uguale o di eliminarlo, si trattava di fenomeni individuali minoritari.
L’ateismo trova la propria principale origine nell’individualismo esacerbato dell’uomo europeo. L’individuo-re, che aspira sempre più a una forma di autonomia o di indipendenza assoluta, tende all’oblio di Dio. Sul piano morale, questa ricerca della libertà assoluta implica progressivamente un rigetto senza distinzioni delle regole e dei princìpi etici. L’universo individualista diventa centrato unicamente sulla persona che non ammette più alcuna costrizione. Da questo punto di vista, Dio è considerato come colui che crea ostacoli per imprigionare la nostra volontà imponendo leggi; Dio diventa il nemico dell’autonomia e della libertà. Pretendendosi totalmente libero, l’uomo rifiuta ciò che considera una costrizione e arriva anche a respingere qualsiasi forma di dipendenza nei confronti di Dio. Egli rifiuta l’autorità di Dio che tuttavia ci ha creato liberi affinché, attraverso l’esercizio responsabile della nostra libertà, potessimo superare i nostri impulsi selvaggi e padroneggiare tutto ciò che di istintivo è in noi, assumendo pienamente la responsabilità della nostra esistenza e della nostra crescita.
L’ateismo rappresenta così una volontà di ignorare la ragione che ci rapporterebbe al nostro Creatore, vera luce che dovrebbe illuminarci, orientarci e mostrarci il cammino della vita. In questa logica, certi filosofi non parlano più di Dio come di un Padre ma come di un architetto dell’universo. Il rifiuto di Dio si colloca in un movimento di conquista scientifica e tecnica che connota l’Europa dalla fine del XVIII secolo. L’uomo vuole dominare la natura e prendersi la propria indipendenza. La tecnica gli dà l’impressione di essere padrone del mondo. Diventa dunque il solo reggente di uno spazio senza Dio. La scienza non dovrebbe peraltro allontanare l’uomo da Dio. Al contrario, dovrebbe avvicinare l’uomo all’amore divino. Certo, il grande mistero del male può spingere alcuni verso il dubbio e l’ateismo. Infatti, se Dio è nostro Padre, come può permettere che tanti innocenti soffrano? E’ superfluo insistere sulla quantità insondabile dei mali da cui è afflitta l’umanità. In Africa abbiamo, purtroppo, pagato un pesante tributo alle guerre, alle carestie, alle epidemie. Nel Pontificio consiglio Cor Unum, sono stato testimone di tante sofferenze che cerchiamo di lenire con mezzi ridicoli rispetto all’ampiezza delle necessità. (…)

Dio è diventato un’ipotesi superflua
Nel mondo postmoderno, Dio è diventato un’ipotesi superflua, sempre più allontanata dalle diverse sfere della vita. Penso che gli uomini che vogliono conservare la presenza di Dio nella loro esistenza debbano essere coscienti delle sottigliezze che possono tanto facilmente condurre verso l’ateismo pratico e lo svuotamento della fede; essi potrebbero diventare, come i pagani di un tempo, quegli uomini “senza speranza e senza Dio nel mondo”, descritti da san Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2, 12). Oggi, non possiamo non essere coscienti del modo in cui Dio è sistematicamente respinto nell’oscurità; anestetizzati, gli uomini salgono su una barca che li conduce sempre più lontani dal Cielo. (…)
Vorrei citare un passaggio dell’omelia del 18 aprile 2005 nella Missa pro eligendoRomano Pontifice. Il cardinale Joseph Ratzinger dichiarava allora: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. E’ lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. E’ quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come ‘un cembalo che tintinna’ (1 Cor 13, 1)”. Oggi, il relativismo appare come l’asse filosofico delle democrazie occidentali che rifiutano di considerare come la verità cristiana possa essere superiore a ogni altra. In modo perfettamente consapevole, esse negano la frase di Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov 14,6). In un sistema relativista, tutte le vie sono possibili, come frammenti multipli di una marcia del progresso. Il bene comune sarebbe il frutto di un dialogo continuo di tutti, un incontro di differenti opinioni private, una fraterna torre di Babele dove ciascuno possiede un pezzetto della verità. Il relativismo moderno arriva a pretendere di essere l’incarnazione della libertà. In questo senso, quest’ultima diventa l’obbligo aggressivo di credere che non esiste alcuna verità superiore; in questo nuovo Eden, se l’uomo rifiuta la verità rivelata da Cristo, diventa libero. Il vivere insieme prende la forma di un orizzonte ineludibile, in cui ogni individuo può disporre della propria visione morale, filosofica e religiosa. Di conseguenza, il relativismo spinge l’uomo a crearsi la propria religione, popolata di molteplici divinità, più o meno patetiche, che nascono e muoiono a seconda delle pulsioni, in un mondo che non può non richiamare le antiche religioni pagane.
In queste catene totalitarie, la Chiesa perde il suo carattere assoluto; i suoi dogmi, i suoi insegnamenti e i suoi sacramenti sono praticamente proibiti o ridimensionati nel loro rigore e nella loro necessità. La Sposa del Figlio di Dio è marginalizzata, in un disprezzo che genera cristianofobia, perché rappresenta un ostacolo permanente. La Chiesa diventa una tra le altre, e l’obiettivo finale del relativismo filosofico resta la sua morte per progressiva diluizione; i relativisti attendono con impazienza questo grande avvenimento, e con loro il principe del mondo. Essi lavorano all’avvento del regno delle tenebre.
Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avevano colto l’importanza del mortifero pericolo delle teorie relativiste. La dichiarazione “Dominus Iesus” è in gran parte una risposta al relativismo. (…)

Papa Francesco e la mondanità spirituale
Il Papa mostra un vero coraggio esprimendosi in questi termini (sulla mondanità spirituale, ndt). Ci possono essere nella chiesa, specialmente nel suo governo, persone che si lasciano andare a comportamenti e abitudini mondane. La mondanità spirituale si nasconde dietro apparenze religiose e spirituali, ma non è altro che una vera negazione di Cristo. Il Figlio di Dio è venuto a dare agli uomini la salvezza, e non un po’ di effimera felicità in salotti rivestiti di bei velluti cremisi. Chi cerca il benessere materiale, il comfort mondano o la propria gloria, lavora per il diavolo, non per l’opera di Cristo. Chi usa il suo sacerdozio per vivere meglio i piaceri di questa terra è un rinnegato. Chi dimentica che il vero potere viene solo da Dio, contravviene alle promesse della sua ordinazione. In molti casi la mondanità spirituale non è lontana dal cadere in una forma di pelagianismo. Il mondano conta sulle proprie forze, lasciando da parte il vero potere della grazia. Infatti, la mondanità è il nemico più perverso dello spirito missionario.

La battaglia in vista del Sinodo
Ho molto rispetto per il cardinale Reinhard Marx. Ma la sua affermazione (“la ricerca di un accompagnamento teologicamente responsabile e pastoralmente appropriato dei credenti divorziati o divorziati e risposati civilmente appare ovunque tra le sfide urgenti della pastorale familiare e coniugale nel contesto dell’evangelizzazione”, ndt) mi sembra l’espressione di una pura ideologia che si vuole imporre a marce forzate a tutta la chiesa. Secondo la mia esperienza, in particolare come segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, la questione dei “credenti divorziati o divorziati e risposati civilmente” non è una sfida urgente per le chiese d’Africa e d’Asia. Al contrario, si tratta dell’ossessione di certe chiese occidentali che vogliono imporre soluzioni cosidette “teologicamente responsabili e pastoralmente appropriate”, che contraddicono radicalmente l’insegnamento di Gesù e del magistero della chiesa. (…)
La verità del Vangelo deve sempre essere vissuta nel difficile crogiolo dell’impegno di piena vita sociale, economica e culturale. Di fronte alla crisi morale, in particolare a quella del matrimonio e della famiglia, la Chiesa può contribuire alla ricerca di soluzioni giuste e costruttive, ma non ha altra possibilità che parteciparvi riferendosi in modo vigoroso a ciò che la fede in Gesù Cristo apporta di proprio e di unico all’impresa umana. In questo senso, non è possibile immaginare una qualsiasi distorsione tra il magistero e la pastorale. L’idea che consisterebbe nel piazzare il magistero in un bello scrigno separandolo dalla pratica pastorale, la quale potrebbe evolvere a seconda delle circostanze, delle mode e delle passioni, è una forma di eresia, una pericolosa patologia schizofrenica. Affermo dunque solennemente che la chiesa d’Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l’insegnamento di Gesù e del magistero.
Se posso permettermi un richiamo storico, nel IV secolo la chiesa d’Africa e il concilio di Cartagine hanno decretato il celibato sacerdotale. Poi, nel XVI secolo, quello stesso concilio africano costituisce la base sulla quale Papa Pio IV farà affidamento per fronteggiare le pressioni dei principi tedeschi, che gli chiedevano di autorizzare il matrimonio dei sacerdoti. Anche oggi, la chiesa d’Africa si impegna in nome del Signore Gesù a mantenere invariato l’insegnamento di Dio e della chiesa sull’indissolubilità del matrimonio: ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi.

«DIEU OU RIEN» du Cardinal Robert Sarah avec Nicolas Diat © Librairie Arthème Fayard, 2015
(Traduzione di Nicoletta Tiliacos)

SE LA MACCHINA DEL FANGO ENTRA NEL CONFESSIONALE

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LA CRISI DELLA CHIESA, IL BISOGNO DELLA SANTITÀ

da La Nuova Bussola Quotidiana del 15 dicembre 2014

di S. E. Mons. Luigi Negri
La Chiesa si vive. Dobbiamo partire da questa certezza per comprendere il momento che la Chiesa e la società stanno vivendo. Della Chiesa non si parla come di un oggetto a partire dalle proprie presupposizioni di carattere ideologico, culturale, filosofico o altro. La Chiesa si vive. Per la Chiesa si soffre, per la Chiesa si gioisce, soprattutto si tenta di dare il nostro apporto significativo e creativo.
Ebbene, lo scandalo della situazione della Chiesa oggi – e uso volutamente la parola “scandalo” - è che la Chiesa è stata buttata in pasto alla stampa. La Chiesa è uno strumento manipolabile e manipolato dalla stampa, da una stampa che in Italia è per il 90% di impostazione laicista e anticattolica. Quindi siamo al paradosso che la mentalità laicista la fa da padrona in casa nostra pretendendo di decidere chi sono i veri ortodossi e chi sono gli eterodossi, qual è la posizione corretta e qual è la posizione del Santo Padre, perché poi ciascuno di questi pretende o millanta un credito presso il Santo Padre. Per cui noi assistiamo impotenti a una manipolazione che è avvilente, cioè avvilisce la fede del nostro popolo. Perché il nostro popolo ha un’esperienza di fede reale e personale che non ha nulla da spartire con le pensate di Eugenio Scalfari e altri.
Questi possono essere strumenti che verificano una posizione, ma il dialogo – come più volte ha detto Benedetto XVI nel Sinodo sull’evangelizzazione - è l’espressione di una identità forte. Forte non di mezzi, ma forte di ragioni. Se c’è un’identità forte è inevitabile che questa identità ponendosi incontri uomini, situazioni, condizioni, problemi, fatiche; quindi entri in dialogo con chi ha un’altra impostazione. Ma se non c’è un’identità il dialogo è un illusione. Il dialogo è la conseguenza di un’identità, non può essere l’obiettivo. L’obiettivo è l’evangelizzazione.
È un momento ben definito da quell’affermazione di Paolo VI a Jean Guitton, pochi mesi prima di morire: «All'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». È un’affermazione che sollecita all’assunzione di un criterio di giudizio a cui consegue un comportamento.
Voglio ricordare questa splendida frase della lettera di san Giacomo: «Considerate perfetta letizia fratelli miei quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi perché siate perfetti ed integri senza mancare di nulla» (Gc 1, 2-4).
Questo è il tempo in cui viviamo. Dire che è un tempo di prova, non significa analizzare e programmare una soluzione di questa crisi. È per l’incremento della santità. Dio permette certe cose perché uno assumendo una posizione vera di fronte a Cristo e alla Chiesa, possa diventare "perfetto". Per meno di questo non vale la pena discutere della Chiesa, come non varrebbe la pena discutere di niente.
Ecco dunque una prima osservazione, che è anche uno dei nodi centrali del cammino conciliare che la Chiesa ha fatto su se stessa, sulla sua identità, e che si è espressa nella Lumen Gentium, Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II che poi ha trovato il suo approfondimento straordinario nel magistero di Giovanni Paolo II. La Chiesa è un evento di popolo. La Chiesa non è una struttura di mediazione fra un messaggio cristiano e il popolo. La Chiesa è il popolo di Dio, è il popolo generato dal suo Spirito, dallo Spirito del Signore crocifisso e risorto che, comunicandosi a coloro che il Signore sceglie, fa di loro un popolo. Un popolo che non nasce dalla carne e dal sangue, cioè dalle determinazioni naturali, ma nasce dallo Spirito, quindi è una realtà irriducibile a qualsiasi altra formulazione di popolo. È stata la grande esperienza dei primi secoli, perché il tentativo di appiattire la Chiesa sulla realtà ebraica, sulla realtà greca, sulla realtà dei popoli barbari è stata smentita: «Non c’è più né greco né giudeo, né schiavo né libero né uomo né donna perché voi siete un essere solo in Cristo Gesù».
Il cristianesimo è la Chiesa, e Cristo arriva fino a te incontrandoti nell’unità dei suoi. Che cosa rende presente il cristianesimo nel mondo? L’unità dei suoi, presente nell’ambiente, in connessione vitale con il vescovo e con il Papa. Sono pagine che ha scritto don Luigi Giussani precedendo la Lumen Gentium. Questo è qualcosa che si deve sempre di nuovo conquistare. Non può essere dato per scontato e non dipende dalle condizioni.
Che cosa avviene in questo incontro con Cristo nei suoi? Che cosa avviene nella persona? Avviene l’esperienza della novità. Ma cos’è la novità? La novità della vita è l’esperienza di una corrispondenza imprevedibile ma reale fra questo incontro e la mia umanità. Se la fede non genera questo è un’aggiunta posticcia alla vita. Perché la vita vuole l’eternità, tutta la vita chiede l’eternità. La vita vuole l’eternità, l’incontro con Cristo è la certezza qui ed ora – come spesso diceva papa Giovanni Paolo II –; qui ed ora avviene questo, cioè ti capita di sentirti rivelato nel tuo io più profondo.
Cristo incontra il mondo perché lo incontra in me anzitutto, perché la partecipazione alla stessa realtà umana e storica ci accomuna. Portare Cristo nell’ambiente, nel mondo, vuol dire investire la realtà umana del pezzo di società in cui siamo chiamati a vivere della novità della nostra comunità. L’esperienza che Cristo è la risposta alla vita deve diventare ogni giorno che passa più vera per noi, e attraverso di noi deve investire la vita dei nostri fratelli uomini.
Questo si chiama missione, la presenza della Chiesa come novità di vita che tende a comunicarsi agli uomini. E la missione assume necessariamente il volto del giudizio. Perché il giudizio è l’incontro fra la concezione della vita, la realtà di vita nuova che viviamo e la realtà umana, storica, in cui vivono gli uomini. La cultura è nata così. Investire il mondo con la serena baldanza di portare la verità di Cristo. Investirla di un giudizio che non è la nostra capacità, è un dovere di coscienza. Paragonare tutto ciò che si incontra con la novità di Cristo che abbiamo incontrato.
Questo è un punto fondamentale. Non c’è età della vita che esima da questo, non c’è responsabilità culturale, sociale, politica, economica, ecclesiastica, non c’è nessuna situazione che esima da questo incessante riproporre l’avvenimento di Cristo agli uomini perché io stesso lo comprenda sempre di più.
In questo deve essere ripresa quella intuizione di Giovanni Paolo II che definì la missione come l’autorealizzazione della Chiesa. Non una serie di iniziative che si pongono accanto a una Chiesa che ha già trovato la sua consistenza nella sua struttura organizzativa, nel suo pensiero. No, la missione è essenziale perché la Chiesa sia se stessa. La Chiesa non ha il problema di giudicare il mondo e di cambiare il mondo, ha il compito di giudicare il mondo perché i suoi figli e coloro che si convertono possano vivere loro la responsabilità di trasformare il mondo. Non è l’istituzione ecclesiale che trasforma il mondo, è il popolo cristiano che entrando nella società con una certa impostazione ultima dà il suo contributo al cambiamento in meglio della società.
Eccoci dunque alla seconda osservazione. Qual è la crisi attuale della cristianità (e per cristianità si deve intendere un’esperienza di popolo cristiano che gioca la sua identità in questo momento della storia)? Nel periodo che si estende ai due pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la Chiesa era una realtà che giudicava, e agiva conseguentemente. E quindi dava un suo contributo, maggioritario o minoritario non interessa, dava il suo contributo a favorire una lettura della situazione e una linea di sviluppo adeguata, almeno quella che si poteva pensare come adeguata. Non era un giudizio astratto, ideologico, era il tentativo di investire la situazione di una certezza di giudizio che nasceva dalla certezza della fede.
Come ha detto George Weigel, a Giovanni Paolo II è stata data la ventura di cambiare il senso della storia. Giovanni Paolo II in forza solo della sua fede, e della sua straordinaria capacità di rivivere tutta la grande esperienza ecclesiale polacca e in essa la grande esperienza del cattolicesimo, ha dimostrato che il comunismo non era invincibile. Anche la cristianità si era mossa fino ai tempi di Giovanni Paolo II schiacciata da una ipotesi terribile: che comunque avrebbero vinto loro. Ed essendo già scritto che avrebbero vinto loro - per la potenza politica, economica, militare - si trattava di salvare il salvabile. Questa espressione tornò continuamente in certi ambiti della cristianità italiana e determinò alcune scelte di tipo ecclesiastico, come ad esempio cosiddetta Ostpolitik, condotta sul filo del “salvare il salvabile”. Il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ridato alla cristianità il senso di una unità reale e di un giudizio, e di una doverosità del giudizio.
Su questo oggi c’è la crisi. Non è negabile, oggi la cristianità sembra non essere più in grado di dare dei giudizi pertinenti, ma direi di più. Certi settori della cristianità dicono che non è assolutamente necessario dare dei giudizi, anzi che la formulazione dei giudizi rappresenterebbe qualcosa di patologico perché metterebbe in crisi la radicalità e la purezza della fede sporcandola con quelle circostanze di carattere storico e quindi contingenti.
Ciò significa che l’ideale è una Chiesa senza capacità di giudizio, una Chiesa ridotta individualisticamente a certe pratiche spirituali, a certe emozioni individuali o a una certa pratica caritativo-sociale. Sono le cose da cui Benedetto XVI mette in guardia la Chiesa all’inizio della sua enciclica Deus caritas est, quando dice che il cristianesimo non è né una serie di pratiche spirituali né dei sentimenti né un progetto di carattere caritativo-sociale, ma è un incontro con una Persona, la sequela di Lui, il cambiamento della vita in Lui, la comunicazione di questa vita nuova agli uomini.
Ci sono degli aspetti gravissimi in questa resistenza al giudizio. La prima implicazione è l’avere alzato bandiera bianca sul problema della vita. Dopo aver combattuto per decenni perché la vita fosse al centro dell’esperienza della famiglia e della società, perché fosse considerata come è, indisponibile a tutti se non a Dio e quindi come un valore irriducibile a qualsiasi altra condizione, da riconoscere e da difendere in tutte le fasi dal concepimento fino alla fine della vita, noi abbiamo incominciato con il nostro silenzio a lasciare spazi larghi, spazi sempre più larghi a una manipolazione insieme intellettuale, morale e politica. Oggi è diventata maggioritaria l’idea che la vita sia una serie di procedure di carattere bio-fisiologico che possono essere conosciute scientificamente e manipolate tecnologicamente.
Questo silenzio sulla vita, viene poi ribadito da un silenzio pressoché assoluto su quella che è la follia del “gender”, cioè la soppressione della differenza sessuale da qualsiasi indicazione naturale, per una restituzione della sessualità alla pura istintualità, con anche la costruzione di progetti educativi in questo senso. Nelle scuole italiane circola un “progetto amore”, con i riconoscimenti da parte delle autorità scolastiche che devono garantire la buona scuola, progetti che sono demenziali: dove si definisce l’equivalenza maschio-femmina, la compresenza nella stessa realtà personale di due tendenze sessuali che devono essere favorite una dopo l’altra. 

Aspetti di follia che però sono diventati diffusissimi. E nei confronti dei quali esiste una certa reattività delle famiglie. Le famiglie sono in posizione sanamente reattiva, ma quasi senza mezzi e senza strumenti. Senza strumenti di approfondimento, e senza una guida se non parziale, se non in alcuni posti. Ma siccome qui tutti dicono che sono amici del Papa e che portano avanti la posizione del Santo Padre, io vorrei ricordare che papa Francesco nell’incontro con i vescovi italiani il maggio scorso ha detto: “Siete stati investiti dallo tsunami del gender. E che cosa avete fatto? Nulla”. Francesco ha detto a 250 vescovi italiani “dovevate giudicare il gender e non l’avete fatto”, che significa anche che non si potrà continuare a rappresentare una Chiesa italiana che non affronti il tema del gender: perché è devastante, sta devastando la coscienza e il cuore del nostro popolo. Il silenzio su questo è espressione di una assoluta mancanza di fede.
Collegato a vita e gender è anche il tema dei cosiddetti “nuovi diritti”. Si tratta della riduzione dei diritti alla istintualità, ideologica o bio-fisiologica, per cui il diritto è quello che uno ritiene, che vuol provare a essere, con la perdita totale del senso della natura. La natura non è una serie di oggetti, la natura è una realtà vivente, subordinata all’uomo ma vivente. E nel dialogo fra l’uomo e la natura, l’uomo acquisisce valori, insegnamenti, che da solo non riuscirebbe a produrre con la sua sola intelligenza. Ecco perché la coscienza entra in rapporto con la natura, e soprattutto la coscienza umana è l’unico punto in cui questo dialogo con la natura acquisisce la fisionomia della legge legata alla natura. Per questo Benedetto XVI nell’ultimo periodo del suo pontificato ha richiamato continuamente la necessità di recuperare la verità della natura, del diritto naturale, perché i diritti non diventassero semplicemente una serie di opzioni di carattere individualistico nel senso deteriore.
Queste tre battaglie, che ho appena descritto, sono essenziali per la fede. Se si va avanti ancora un po’ di tempo senza una capacità di essere presenti a questo dibattito, senza dare un contributo significativo a questo dibattito, sarà il trionfo del pensiero unico dominante, che ha come caratteristica proprio la volontà di negare la presenza cristiana come una presenza autentica.
È necessario passare dalla fede alle opere, di non sottrarre nulla all’impatto con la fede. I vecchi padri della Chiesa dicevano che «quello che non è stato assunto dal Verbo non è stato salvato». Se c’è una cosa nell’esperienza umana, sociale, su cui la fede cristiana non dà un giudizio vuol dire che c’è una realtà del mondo che stando senza l’incontro con Cristo si salva ugualmente e così il Signore non è più il Redentore. Diceva invece l’Instrumentum laboris del primo Sinodo sull’evangelizzazione, allora redatto da Paolo VI, che «la fede è la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini».
Allora c’è una osservazione conclusiva. Una certa cristianità che ha maturato un suo cammino di fede non deve accettare una rilettura parziale o falsificata della storia della cristianità italiana. Che non è la storia di gente che non voleva accettare di non avere più nessuna egemonia e che per avere questa egemonia ha fatto battaglie sul divorzio, sull’aborto e altre. Battaglie inutili – si dice - perché si sarebbero perse senz’altro. In realtà per più di una generazione furono battaglie fatte per la fede, per la maturità della fede. Sconfitta o vittoria sono state uguali, nel senso che hanno consentito a tutti la maturazione della fede.
La crisi della Chiesa non è una crisi puntuale, è una crisi ampia. Ma non serve un’analisi che tenda a stabilire le responsabilità. La Chiesa è di Dio, la Chiesa non viene meno, la modalità con cui Dio guida la sua Chiesa eccede le nostre capacità. Però noi abbiamo il compito di fare un’esperienza reale di Chiesa, nel cammino che la Provvidenza ci ha fatto incontrare. Facciamo quello che Dio ci ha chiesto di fare poi Dio prenderà quello che stiamo facendo e gli darà il peso. I modi e i tempi li sceglie Lui, a noi spetta la nettezza della nostra posizione, che viene dalla lealtà con la nostra coscienza, e la nostra storia, e da quella capacità di compagnia che se ce la facciamo nella concretezza delle nostre condizioni, rende meno arduo il cammino. Ricordandoci di quello che diceva il Metastasio: «L’aver compagno al duol, scema l’affanno».
da http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-crisi-della-chiesa-il-bisogno-della-santita-11231.htm

SCORGERE GLI ELEMENTI DI SANTIFICAZIONE E VERITÀ

DAL SIR. I padri sinodali hanno voluto sottolineare come anche situazioni matrimoniali "imperfette" in rapporto all'ideale cristiano

Si è conclusa la prima settimana di lavori del Sinodo straordinario sulla famiglia, una settimana di lavoro intenso. La seconda tappa di questo cammino di discernimento ecclesiale, apertasi con la relazione “post disceptationem”, da integrare ni prossimi giorni con i suggerimenti dei circoli minori, darà origine al documento finale del Sinodo (Relatio Synodi), che sarà poi affidato al discernimento ultimo del Papa. L’attesa per il completamento di questo itinerario offre ancora uno spazio opportuno per la riflessione e l’approfondimento di qualcuno dei temi “caldi” affrontati dall’assise sinodale. È questo il caso, ad esempio, della situazione dei matrimoni civili e delle unioni di fatto tra un uomo e una donna, realtà di cui i padri sinodali si sono occupati fin dalle prime riunioni. Innanzitutto una premessa: a fondamento di ogni ulteriore considerazione, occorre rammentare che la prospettiva specifica di questo Sinodo straordinario, fin dal suo titolo “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, è dichiaratamente pastorale, non dottrinale.

Ogni ragionamento sui singoli temi dovrà quindi tener conto di quest’orizzonte ermeneutico per non incorrere nel rischio di banali e grossolani fraintendimenti. Non è quindi in discussione la dottrina sul matrimonio sacramento, con il suo carattere essenziale d’indissolubilità, né la verità che per due battezzati cattolici l’unica forma di unione coniugale coerente con la propria fede sia proprio la celebrazione del sacramento del matrimonio. Questo è e rimane “l’ideale cristiano” che la Chiesa ha il compito di salvaguardare e annunciare a chi riconosce nel matrimonio la propria vocazione di vita. Piuttosto, si tratta qui di assumere la prospettiva del Sinodo e, di conseguenza, “posare lo sguardo sulle situazioni concrete della gente che quell’ideale non riesce a raggiungerlo”, per ragioni diverse. O, con altre parole, adottare quella che in questi giorni il cardinale Coccopalmerio ha definito “l’ermeneutica del Papa”, vale a dire “salvare la dottrina, ma partendo dalle singole persone e dalle loro concrete situazioni e sofferenze”. In quest’ottica i padri sinodali hanno voluto sottolineare come anche situazioni matrimoniali “imperfette” in rapporto all’ideale cristiano - quali sono i matrimoni civili e ancor più le unioni di fatto - debbano essere considerate con rispetto e speranza, perché anche in esse possono essere presenti “elementi di santificazione e di verità”, assunta la precondizione minima di un convinto impegno della coppia alla fedeltà e all’amore reciproco.

Una tale visione sembra ispirarsi alla prospettiva più generale già delineata dalla “Lumen Gentium” quando, pur riaffermando la piena sussistenza della Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica, riconosce come anche “al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica” (LG 8). In quest’ottica la relazione conclusiva sottolinea che “la dottrina dei gradi di comunione, formulata dal Concilio Vaticano II, conferma la visione di un modo articolato di partecipare al Mysterium Ecclesiae da parte dei battezzati” (Relatio post disceptationem 18). Per la comunità cristiana, quindi, anche in ragione della legge della gradualità (cfr Familiaris Consortio, 34) propria della pedagogia divina, si tratta di guardare innanzitutto agli elementi positivi presenti in queste forme imperfette di famiglia, da valorizzare, incoraggiare e sostenere, anche in vista di un possibile cammino di maturazione verso il matrimonio come sacramento.

Non certo per caso sia la relazione introduttiva del Sinodo che quella conclusiva hanno voluto evidenziare come i matrimoni civili, essendo connotati da un vincolo pubblico e, in linea di principio, da affetto profondo, dall’impegno di responsabilità verso la prole, dalla capacità di resistere alle prove, rappresentano un “germe da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio”. Vale anche per questi sposi, infatti, quanto afferma ancora la LG 16: “Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita”.

Non bisogna dimenticare quindi che chiunque, con retta coscienza, si sforza di vivere il vero bene e l’amore autentico, anche senza un’adesione esplicita alla fede, in qualche modo è già sostenuto dalla “grazia divina”. E ciò che costituisce l’essenza di ogni matrimonio è proprio l’impegno a vivere l’amore coniugale, un amore che comporta il coinvolgimento di tutte le componenti della persona, corporeità, istinto, sentimento, affettività, volontà e spiritualità; “esso mira ad una unità profondamente personale, quella che, al di là dell’unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuor solo e un’anima sola: esso esige l’indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca definitiva e si apre sulla fecondità” (FC 13). Dunque, anche gli sposi legati da un matrimonio civile o, pur se in misura minore, da un’unione di fatto possono vivere autenticamente il loro impegno all’amore coniugale, santificandosi nella misura della propria rettitudine. La rinnovata attenzione pastorale che il Sinodo auspica per queste situazioni matrimoniali “imperfette”, quindi, dovrà aver cura di riconoscere e coltivare i semi di grazia già presenti in esse, cercando di farne crescere di nuovi. Senza dimenticare, però, che solo col sacramento del matrimonio “l’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (FC 13).
Maurizio Calipari

RASSEGNA STAMPA NOVEMBRE 2014

AMICIZIA EBRAICO – CRISTIANA DI MILANO
Segnaliamo questi due importanti messaggio a seguito dell'eccidio nella sinagoga di Gerusalemme del 19 novembre. Scarica i PDF “Messaggi”

150 milioni di cristiani nel mondo sono perseguitati. Petrosillo: sentirsi tutti coinvolti Clicca QUI

IL PAPA AD ANKARA
La pace pretende medesimi diritti e medesimi doveri
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Preti «di strada», s'avanza il pensiero unico
di Riccardo Cascioli
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RIFLESSIONE DELL'ARCIVESCOVO AI SACERDOTI

9 ottobre 2014 - settimana Madonna delle Grazie.
Incontro dei sacerdoti in Seminario a Ferrara

Appunti offerti da don Michele Zecchin.

Riprendere una convivenza nel presbiterio, convivenza che non va mai data per scontata. Chiediamo questo dono per l’intercessione della Madonna delle Grazie.
Pensiero alla avventura di Maria: avvenimenti che nella loro assoluta eccezinalità confermavano che il suo destino e quello del suo figlio erano staordinari. Ma poi sono cominciate le cose di tutti i giorni, la vita quotidiana, le inevitabili incomprensioni. La vita del figlio sembra smentire le promesse: tutti lo conoscevano come il figlio del carpentiere.
La nostra convivenza deve tenere tutta l’ampiezza della promessa. Piedi e cuori radicati nella promessa del cambiamento totale della nostra vita. Il sacerdozio ci è stato dato per maturare nella santità. Serviamo il popolo di Dio perché accada in noi il sacerdozio regale, profetico e sacerdotale. La vita quotidiana non può essere vissuta come progressivo allontanamento dalle promesse. Deve essere umile richiesta allo Spirito che qui ed ora riaccada quel che è cominciato.

Dialogo, possibilità di intervenire in modo franco, libero, ragionevole.
Strumento di lavoro: il Direttorio sulla vita e il ministero dei presbiteri.

1. Come dare alla nostra convivenza di presbiteri uno spazio reale di familiarità? Come fare accadere una ‘parentela’ nel nome del Signore, che ci aiuti a crescere senza sostituirci nelle responsabilità che dobbiamo assumere in certi livelli di discernimento e coinvolgimento? Non sostituirci, ma sostenerci! Mi sembra che sia un momento favorevole, e io sono chiamato in prima persona ad assumermi questa responsabilità.
- Ho notato nell’esperienza seminaristica di alcuni di voi, nelle varie fasce, che si sono create amicizie serie e significative, che hanno resistito nel tempo e nelle varie situazioni. Pericolo che vengano portate avanti automaticamente, rimanendo a livello psicologico e consolatorio. Una amicizia deve essere aperta e non esclusiva.
Vicariato: è un livello importante, luogo in cui il contatto può essere frequente e favorire una amicizia non datata anagraficamente, perché nasce dentro ad un comune impegno. Il quarantenne e l’ottantenne non devono sentirsi diversi, dovesse essere così si farebbe prevalere il parziale (la diversità d’età) sull’essenziale (il ministero). Gli incontri vicariali non sono cda di imprese (in via fallimentare) o di onlus. Reticenze reciproche nel nome di un buon senso comune ha portato situazioni pesantissime per la diocesi oggi.
Dare spazi oggettivi in cui declinare la famigliarità di un presbiterio unico.
Non facciamo una alternativa ai monaci. Dobbiamo aiutarci a vivere la communio sacramentale che ci lega a Cristo e al nostro popolo. Il prete ha una spiritualità ecclesiale, che sta al centro e può eventualmente essere arricchita da doni e carismi particolari.
L’amicizia tra preti, dove c’è, può rimanere ‘naturalistica’, di nostalgia del passato, oppure come un tentativo di condizionare la libertà.
Penso ad una amicizia che porti al dialogo, che impedisca la solitudine che è non è una virtù (come non lo è l’ignavia). Il signore non ci chiede l’assenza o la rottura dei legami

2. Come comunicare al nostro popolo il cammino che quest’anno apre?
Il giorno conclusivo della settimana della Madonna delle Grazie il vescovo fa un po’ il punto. L’anno scorso non ho sfruttato questa occasione. Quest’anno comunicherò prima il testo compiuto di quel breve intervento, con le cose più urgenti che voglio comunicare alla nostra società.
Gesù Cristo non si è opposto a nessuno: si è proposto. Rendiamoci conto delle grandi povertà in cui viviamo.
Anzitutto la povertà materiale, su cui abbiamo fatto e faremo. È spaventosa ed ha bisogno di essere compresa, amata, portata nel vivo del nostro cuore. Custodire la povertà dei nostri poveri, specie là dove non è di immediata evidenza.
Poi la povertà spirituale e culturale, che è non meno spaventosa, e che è anche dove la gente è ricca e invidiata. Dobbiamo sentirci mandati a rispondere. Con la capacità di condividere e con la chiarezza dell’annuncio. La povertà culturale ha una soluzione: è l’annunzio di Cristo. L’esito di questo dipende dalla libertà degli uomini. Vedi la parabola del seme: una autopresentazione di Gesù che si sottopone alla libertà degli uomini.
Gioele: i figli dei vostri figli vagheranno spinti dalla fame della Parola, e non ci sarà nessuno che la proclami.
Annunzio come apertura di una prospettiva di vita nuova.
Si può annunciare male, ma la soluzione non è quella di non annunciare più! Bisogna annunciare bene. Proporre e non imporre. La verità cristiana si pone come risposta esauriente al bisogno dell’uomo e come tale è proposta! La verità non esclude, ma include. La nuova evangelizzazione richiede di ritenere che l’annuncio è inevitabile dovere di coscienza cristiana e sacerdotale. Guai a me se non predico il vangelo! Coniugare verità e carità è importantissimo. Non vanno contrapposte! Non sottrarsi all’annuncio ‘perché non è il momento, perché sennò sembra una crociata…’! Il mondo sta crepando nella sua disperazione e noi non annunciamo? Una Chiesa silenziosa non è la mia Chiesa. Il mandato della Chiesa è la predicazione, e non solamente il conforto: su questo altri ci battono (e sono pi furbi perché si fanno pagare).

3. Mi prendo la responsabilità di dire alla società di Ferrara tutta la violenza sulla vita, quella nascente e quella che soffre di certe patologie e perciò è dalla scienza considerata ‘non normale’. Aborti, manipolazioni genetiche, uteri in affitto… sono cose che a una certa generazione cristiana sembrano Sodoma e Gomorra. Non possiamo non dire che questo è assolutamente negativo e riprovevole. La società deve stare attenta: non rischia la barbarie (che era una cosa seria: i barbari erano aperti alla civiltà), ma la barbarie di ritorno, che nasce dalla negazione della tradizione cristiana che ha informato secoli di cultura europea. Il delitto contro i piccoli e i poveri diventerà incontrollabile. L’eugenetica anglo americana del XIX secolo, diventata drammatica realtà nel nazismo ora prende concretezza nella nostra società nella apparente normalità. Io non ci sto ad accettare che queste cose diventino ‘di routine’ senza dire nulla.

LA FAMIGLIA. SENZA VIRGOLETTE

Obiezioni chiodate – al recensore Crippa e al recensito Melloni – intorno a un saggio in cui il matrimonio tradizionale diventa un’ideologia del potere da relativizzare accanto a Gesù, magari in una chiesa guidata da Tim Cook

di Giuliano Ferrara | 03 Aprile 2015
Caro Crippa, hai recensito l’altroieri un pamphlet di Alberto Melloni in cui si mette la parola famiglia tra virgolette, “famiglia”; lo hai fatto con stile, eleganza e, com’è tradizione della ditta, distacco non privo di passione. Ti conosco da molto tempo e so che per le idee e la fede sei cristianamente pronto al martirio, con ironia, ma temi straussianamente la persecuzione, o meglio un clima di “rissa” (definisci rissa noiosa il gran baccano in occidente su famiglia, sesso eccetera), e quindi usi un’arte scrittoria che lascia la tua verità e molto altro tra le righe. Vorrei stanare un po’ la tua cautela, anche in aiuto al lettore occasionale, su una delle poche questioni non noiose della vita contemporanea, e inchiodare alle mie obiezioni recensore e recensito (il libro non l’ho ancora letto, ma le tesi mi sono chiare da tempo, e lo farò presto).
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IL LAICO TESTIMONE CATTOLICO DELLA FEDE NELLA SCUOLA

SACRA CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA. SCARICA IL PDF

INTRODUZIONE
1. I laici cattolici, uomini e donne, impegnati nella scuola elementare e media, hanno acquistato progressivamente in questi ultimi anni una importanza sempre più rilevante.(1) Importanza meritata, che si estende sia alla scuola in genere sia alla scuola cattolica in particolare. Da essi infatti e da tutti i laici, credenti o no, dipende sostanzialmente la riuscita della scuola per realizzare i suoi progetti e per conseguire i suoi obiettivi.(2) Il ruolo e la responsabilità di tutti i laici cattolici, che. in qualsiasi scuola svolgono attività diverse (di insegnamento, di direzione, di amministrazione o ausiliarie), sono stati riconosciuti dal Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione sull'educazione cristiana, che ci invita ora a un ulteriore approfondimento del suo contenuto. Con ciò non si intende misconoscere o minimizzare le grandi realizzazioni conseguite in questo campo dai cristiani di altre confessioni e dai non cristiani.
2. Il motivo fondamentale dell'importanza del laicato cattolico, considerato positivo e arricchente dalla Chiesa, è teologico. L'autentica figura del laico nel popolo di Dio si è andata riscoprendo nella Chiesa soprattutto in quest'ultimo secolo, fino a concretarsi nei due documenti del Concilio Vaticano II che approfondiscono l'interiore ricchezza e peculiarità della vocazione laicale: la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa e il Decreto sull'apostolato dei laici.
3. A questo approfondimento teologico hanno contribuito le situazioni sociali, economiche e politiche dei tempi recenti. Il livello culturale, intimamente legato ai progressi scientifici e tecnici; si è gradualmente elevato e di conseguenza esige una maggiore preparazione per l'esercizio di qualsiasi professione. A questo si deve aggiungere la presa di coscienza sempre più estesa del diritto della persona all'educazione integrale, che risponda cioè a tutte le esigenze della persona umana. Queste due conquiste dell'umanità hanno esigito e in parte ottenuto un notevole sviluppo dell'istituzione scolastica in tutto il mondo e un grande aumento di educatori che vi sono impegnati, e di conseguenza anche del laicato cattolico che in essa lavora.
Questo processo ha coinciso in questi ultimi anni con una notevole diminuzione di sacerdoti, religiosi e religiose dediti all'insegnamento. Ciò è dovuto, in particolare, alla scarsità di vocazioni, all'urgenza di impegnarsi anche ad altre attività apostoliche e, in alcuni casi, perfino all'erronea teoria che la scuola non fosse un campo atto alla pastorale della Chiesa.(3) Tuttavia la Chiesa, per l'efficace e stimato lavoro apostolico che tradizionalmente viene realizzato dalle numerose famiglie religiose nell'insegnamento, non può far a meno di lamentare questa diminuzione di personale che ha colpito la scuola cattolica specialmente in alcuni Paesi. Essa infatti considera che la presenza dei religiosi e dei laici cattolici è necessaria per l'educazione integrale dei fanciulli e dei giovani.
4. Questo insieme di fatti e cause ha mosso questa S. Congregazione a vedere in ciò un autentico «segno dei tempi» per la scuola e un invito a riflettere in particolare sul laico cattolico come testimone della fede in un ambiente cosi privilegiato per la formazione dell'uomo; inoltre, senza pretendere di esaurire l'argomento, ma dopo serio e prolungato approfondimento della importanza del tema, essa desidera ofl'rire alcune considerazioni che, completando quelle già fatte nel documento « La Scuola Cattolica », possano aiutare gli interessati al problema e sollecitarne ulteriori e più profondi sviluppi.

I. IDENTITÀ DEL LAICO CATTOLICO NELLA SCUOLA
5. In primo luogo sembra necessario cercare di delineare la identità del laico cattolico nella scuola poiché il suo modo di essere testimone della fede dipende dalla sua peculiare identità nella Chiesa e nel campo di lavoro. Questo Sacro Dicastero, volendo contribuire a questa ricerca, desidera offrire un servizio sia al laico cattolico che lavora nella scuola e deve conoscere chiaramente i caratteri specifici della sua vocazione, sia al Popolo di Dio, che ha bisogno di avere una chiara immagine del laico che ne è parte attiva e svolge con il suo lavoro un ruolo importante per la Chiesa.

IL LAICO NELLA CHIESA
6. Come ogni cristiano il laico cattolico, che agisce nella scuola, è membro del Popolo di Dio e, come tale, unito al Cristo per il Battesimo, partecipa della fondamentale e comune dignità di quanti vi appartengono, poiché infatti «comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione nel Cristo, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una sola speranza e una indivisa carità».(4) Benché nella Chiesa «alcuni per la volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il Corpo di Cristo».(5)
Come ogni cristiano anche il laico è partecipe «dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo»,(6) e il suo apostolato è « partecipazione alla stessa, salvifica missione della Chiesa e a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso».
7. Questa vocazione alla santità personale e all'apostolato, comune a tutti i fedeli, acquista in molti casi aspetti caratteristici che trasformano la vita laicale in una vocazione specifica e « stupenda » all'interno della Chiesa. «Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio».(8) I laici, trovandosi a vivere in tutte le attività e professioni del mondo e nelle condizioni ordinarie della vita familiare e sociale, « là sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio del loro proprio ufficio, guidati dallo spirito evangelico e, in questo modo, a manifestare il Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità ».(9)
8. Il rinnovamento e l'animazione cristiana dell'ordine temporale che compete in modo specifico ai laici li impegnano a risanare «le istituzioni e le condizioni del mondo»(10) se ve ne siano che spingano i costumi al peccato, a elevare le realtà umane in modo che si conformino per quanto è possibile al Vangelo e «il mondo sia animato dallo spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace».(11) «Con la loro competenza, quindi, nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, contribuiscano validamente perché i beni creati siano fatti progredire per l'utilità di tutti gli uomini, e siano tra essi più convenientemente distribuiti».(12)
9. L'evangelizzazione del mondo si trova di fronte a tale varietà e complessità di situazioni che molto spesso solo i laici possono essere testimoni efficaci del Vangelo in determinate realtà e a molti uomini. Per questo essi «sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro ».(13) Per questa presenza dell'intera Chiesa e del Signore, che essa annunzia, i laici dovranno essere pronti ad annunziare il messaggio con le parole e testimoniarlo con le opere.
10. L'esperienza acquisita dai laici per il loro genere di vita e per la loro presenza nei diversi campi dell'attività umana li rende particolarmente capaci a segnalare con esattezza i segni dei tempi che caratterizzano il periodo storico che sta vivendo il Popolo di Dio. Le loro iniziative, la loro creatività, il loro lavoro competente, conscienzioso ed entusiasta in questo campo - cose proprie alla loro vocazione - faranno si che tutto il Popolo di Dio possa distinguere con più precisione i valori evangelici e i controvalori che questi segni racchiudono.
IL LAICO CATTOLICO NELLA SCUOLA
11. Le caratteristiche della vocazione dei laici nella Chiesa corrispondono anche a quelle di quanti. vivono la loro vocazione nella scuola. Il fatto che i laici realizzino la loro vocazione specifica nei diversi settori e aree della vita umana fa si che la loro comune vocazione acquisti caratteristiche peculiari secondo gli ambienti e gli stati di vita in cui si realizza. Per meglio comprendere la vocazione del laico cattolico nella scuola, si ritiene necessario fare alcune precisazioni.
La scuola
12. Sebbene i genitori siano i primi e principali educatori dei propri figli(14) e il loro diritto-dovere in questo ruolo è « originale e primario rispetto al dovere educativo degli altri »,(15) la scuola ha un valore e un'importanza basilare tra i mezzi di educazione che aiutano e completano l'esercizio di questo diritto e dovere della famiglia. Quindi, in virtù della sua missione, spetta alla scuola coltivare con assidua cura le facoltà intellettuali, creative ed estetiche dell'uomo, sviluppare rettamente la capacità di giudizio, la volontà e l'affettività, promuovere il senso dei valori; favorire le giuste attitudini e i saggi comportamenti, introdurre nel patrimonio culturale acquisito dalle generazioni precedenti, preparare per la vita professionale e alimentare il rapporto amichevole tra alunni di diversa indole e condizione, inducendoli ad aprirsi alla reciproca comprensione.(16) Anche per questi motivi la scuola entra nella missione specifica della Chiesa.
13. La scuola esercita una funzione sociale insostituibile poiché fino ad oggi si è rivelata come la risposta istituzionale più importante della società al diritto di ogni uomo all'educazione e quindi alla realizzazione di se stesso e come uno dei fattori più decisivi per la strutturazione e la vita della società stessa. La crescente importanza dell'influsso dell'ambiente e degli strumenti della comunicazione sociale con le loro contraddittorie e a volte nocive influenze, la continua estensione dell'ambito culturale, l'urgenza di una preparazione alla vita professionale sempre più complessa, più varia e specializzata, e la progressiva incapacità della famiglia ad affrontare da sola tutti questi gravi problemi fanno sì che divenga sempre più necessaria la presenza della scuola.
14. A motivo dell'importanza della scuola tra i mezzi di educazione dell'uomo, compete allo stesso educando e, quando ne sia ancora incapace, ai suoi genitori - poiché ad essi spetta in primo luogo l'educazione dei propri figli (17) - la scelta del sistema di educazione e di conseguenza del tipo di scuola che preferiscono.(18) Appare chiaro così come sia inammissibile, in linea di principio, il monopolio della scuola da parte dello Stato,(19) e come il pluralismo delle scuole renda possibile il rispetto dell'esercizio di un diritto fondamentale dell'uomo e della sua libertà, quantunque tale esercizio sia condizionato da molteplici circostanze secondo la realtà sociale di ciascun Paese. In questa pluralità di scuole la Chiesa offrire il suo specifico contributo e arricchimento con la scuola cattolica.
Ora il laico cattolico svolge una missione evangelizzatrice nelle diverse scuole, non solo nella scuola cattolica, nell'ambito concessogli dai contesti socio-politici esistenti nel mondo contemporaneo.
Il laico cattolico educatore
15. Lo stesso Concilio Vaticano II sottolinea in modo speciale la vocazione di educatore che compete sia ai laici(20) di educatore sia a coloro che abbracciano nella Chiesa altre forme di vita.
Essendo educatore ogni persona che contribuisce alla formazione integrale dell'uomo, gli insegnanti, che hanno fatto di un tale lavoro la propria professione, meritano particolare considerazione nella scuola sia per il loro numero sia per la finalità stessa della istituzione scolastica. A questi bisogna aggiungere tutti coloro che partecipano in diverso grado a detta formazione, soprattutto se hanno incarichi direttivi, quali consiglieri, tutori e coordinatori, completando l'azione educativa dell'insegnante oppure con ruoli amministrativi o ausiliari. L'analisi del concetto laico cattolico come educatore, incentrata nel suo ruolo di insegnante, può illuminare tutti, secondo le proprie attività, e costituire un elemento di profonda riflessione personale.
16. Effettivamente qui non si intende parlare dell'insegnante come di un professionista che si limiti a trasmettere sistematicamente nella scuola una serie di conoscenze, bensì dell'educatore, del formatore di uomini. Il suo compito supera di gran lunga quello del semplice docente, però non lo esclude. Per questo si richiede come per quello e anche più una adeguata preparazione professionale. È questo il fondamento umano senza il quale sarebbe illusorio affrontare qualsiasi azione educativa.
Tuttavia la professionalità dell'educatore possiede una specifica caratteristica che raggiunge il suo senso più profondo nell'educatore cattolico: la trasmissione della verità. In effetti per l'educatore cattolico una qualsiasi verità sarà sempre una partecipazione dell'unica Verità, e la comunicazione della verità come realizzazione della sua vita professionale si trasforma in carattere fondamentale della sua partecipazione peculiare alla missione profetica del Cristo, che egli prolunga con il suo insegnamento.
17. La formazione integrale dell'uomo come finalità dell'educazione comprende lo sviluppo di tutte le facoltà dell'educando, la sua preparazione alla vita professionale, la formazione del suo senso etico e sociale, la sua apertura al trascendente e la sua educazione religiosa. Ogni scuola e ogni educatore devono procurare di «formare personalità forti e responsabili, capaci di scelte libere e giuste», preparando in tal modo i giovani «ad aprirsi progressivamente alla realtà e formarsi una determinata concezione della vita».(21)
18. Ogni educazione si ispira inoltre ad una determinata concezione dell'uomo. Nell'attuale mondo pluralista l'educatore cattolico è chiamato a ispirare coscienziosamente la propria azione alla concezione cristiana dell'uomo in comunione con il magistero della Chiesa. Concezione che, includendo la difesa dei diritti umani, pone l'uomo nella dignità di figlio di Dio, e nella più completa libertà perché liberato dal peccato da Cristo stesso, nel più alto destino che è il possesso definitivo e totale di Dio attraverso l'amore. Lo pone nella più stretta relazione di solidarietà con tutti gli uomini attraverso l'amore fraterno e la comunità ecclesiale, lo stimola al conseguimento del più alto sviluppo del genere umano perché è stato costituito signore del mondo dal suo Creatore, gli presenta infine come modello e meta il Cristo, il figlio di Dio Incarnato, uomo perfetto la cui imitazione costituisce per l'uomo la fonte inesauribile di superamento personale e collettivo. In questo modo l'educatore cattolico può essere sicuro che rende l'uomo più uomo.(22) Toccherà soprattutto all'educatore laico rivelare esistenzialmente ai propri alunni che l'uomo immerso nelle cose terrene - colui che vive pienamente la vita secolare e costituisce la grande maggioranza della famiglia umana - ha una così alta dignità.
19. La vocazione di ogni educatore cattolico comporta una tensione di continua proiezione sociale, poiché egli prepara l'uomo al suo inserimento nella società disponendolo ad assumere un impegno sociale atto a migliorarne le strutture conformandole ai principi evangelici, e per realizzare tra gli uomini una convivenza pacifica e fraterna. Il mondo attuale con i suoi gravi problemi: fame, analfabetismo, sfruttamento dell'uomo, acuti contrasti tra il livello di vita delle persone e dei Paesi, aggressività e violenza, crescente diffusione della droga, legalizzazione dell'aborto e, per molti aspetti, svilimento della vita umana, esige che l'educatore cattolico sviluppi in sé e alimenti nei suoi alunni una spiccata sensibilità sociale e una profonda responsabilità civile e politica. L'educatore cattolico viene coinvolto in ultima analisi nel compito di formare uomini che attuino la « civiltà dell'amore ».(23)
L'educatore laico è chiamato allo stesso tempo a recare a questa progettazione e sensibilità sociale la sua esperienza di vita, affinché l'inserimento dell'educando nella società permetta di elevare la fisionomia specificamente laicale che la quasi totalità degli alunni sono chiamati a vivere.
20. La formazione integrale dell'uomo trova nella scuola un suo mezzo specifico: la comunicazione della cultura. Per l'educatore cattolico è di notevole importanza considerare la profonda relazione esistente tra la cultura e la Chiesa. Quindi, questa non solo influisce nella cultura ed è, a sua volta, condizionata da essa, ma l'assume in tutto ciò che è compatibile con la Rivelazione e le è necessaria per proclamare il messaggio di Cristo esprimendolo adeguatamente secondo le caratteristiche culturali di ciascun popolo e delle diverse epoche. Nella relazione tra la vita della Chiesa e la cultura si manifesta con particolare chiarezza l'unità esistente tra la creazione e la redenzione.
La trasmissione della cultura, poi, per meritare la qualifica di educativa, oltre ad essere organica deve essere critica e valutativa, storica e dinamica. La fede offre all'educatore cattolico alcune premesse essenziali per realizzare questa critica e questa valutazione, e gli mostra le vicende umane come una storia della salvezza chiamata a sfociare nella pienezza del regno che situa costantemente la cultura in una linea creatrice di continuo perfezionamento.
Anche nella comunicazione della cultura è l'educatore laico, quale autore e partecipe degli aspetti più laicali della medesima, colui che, dal suo punto di vista laico, ha la missione di far comprendere all'educando il carattere globale proprio della cultura, la sintesi che in essa raggiungono gli aspetti laicali e religiosi, e l'apporto personale che gli spetta di offrire nel suo stato.
21. La trasmissione della cultura sotto l'aspetto educativo si realizza nella scuola attraverso una metodologia i cui principi e le cui applicazioni si trovano nella sana pedagogia. All'interno dei diversi orientamenti pedagogici deve esserci l'aspirazione dell'educatore cattolico in virtù della stessa concezione cristiana dell'uomo alla pratica di una pedagogia che dia particolare rilievo al contatto diretto e personale con l'alunno. Tale contatto, realizzato da parte dell'educatore convinto del ruolo fondamentalmente attivo che l'alunno ha sulla propria autoeducazione, deve condurre a un rapporto di dialogo che consenta un cammino spedito alla testimonianza di fede che deve configurare la propria vita.
22. Questo lavoro dell'educatore cattolico nella scuola si situa in una struttura, la comunità educativa, costituita dall'incontro e dalla collaborazione delle diverse categorie - alunni, genitori, insegnanti, ente gestore e personale non docente - la quale caratterizza la scuola come istituzione di formazione integrale. La concezione della scuola come comunità, sebbene non si esaurisca in essa, e la coscienza diffusa di questa realtà è una delle conquiste più arricchenti dell'istituzione scolastica contemporanea. L'educatore cattolico esercita la sua professione come parte di una categoria fondamentale di questa comunità. Il che gli offre, proprio attraverso la sua struttura professionale, la possibilità di vivere personalmente e far vivere ai suoi alunni la dimensione comunitaria della persona, alla quale è chiamato ogni uomo come essere sociale e come membro del Popolo di Dio.
La comunità educativa della scuola viene così a essere scuola di appartenenza a comunità sociali più vaste, e quando è anche cristiana, come è chiamata a essere la comunità educativa della scuola cattolica, diventa lo spazio nel quale l'educatore trova la grande opportunità di insegnare all'educando a vivere sperimentalmente che cosa significhi essere membro della grande comunità che è la Chiesa.
23. La struttura comunitaria della scuola pone l'educatore cattolico a contatto con un numero molto grande e vario di persone; non solamente con gli alunni, che sono la ragione stessa dell'esistenza della scuola e della sua professione, ma anche con i suoi colleghi, con i genitori degli alunni, con tutto il personale della scuola, con l'ente gestore. Con tutti questi, con gli organismi scolastici e culturali con i quali la scuola è in contatto, con la Chiesa locale e con le parrocchie, con l'ambiente umano nel quale essa è inserita e nel quale in diversi modi deve proiettarsi, l'educatore cattolico è chiamato a svolgere un'attività di animazione spirituale che può comprendere differenti forme di evangelizzazione.
24. Possiamo dire, in sintesi, che l'educatore laico cattolico è colui che esercita la sua missione nella Chiesa vivendo nella fede la sua vocazione secolare nella struttura comunitaria della scuola, con la maggior qualificazione professionale possibile e con un progetto apostolico ispirato alla fede per la formazione integrale dell'uomo, nella trasmissione della cultura, nella pratica di una pedagogia di contatto diretto e personale con l'alunno, nell'animazione spirituale della comunità alla quale appartiene e in quelle categorie di persone con le quali la comunità educativa è in rapporto. A lui, come membro della comunità, le famiglie e la Chiesa affidano il compito educativo nella scuola. L'insegnante laico deve convincersi profondamente che entra a partecipare alla missione santificatrice ed educatrice della Chiesa, ma non può ritenersi staccato dal complesso ecclesiale.

II. COME VIVERE LA PROPRIA IDENTITÀ
25. Il lavoro è la vocazione dell'uomo e una delle caratteristiche che lo distinguono dal resto delle creature;(24) è evidente che non basta avere una identità vocazionale, che permea il suo essere, se questa identità non si vive. Più in concreto, se col suo lavoro l'uomo deve contribuire «soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società»,(25) l'educatore che non realizza la sua missione educativa cessa per ciò stesso di essere educatore. E se la realizzasse senza che in essa trasparisse orma alcuna della sua condizione di cattolico, ben poco egli potrebbe dirsi tale. Questo aspetto pratico dell'identità comprende alcuni elementi comuni, essenziali, che non potranno mancare in al cun caso, comunque sia la scuola nella quale l'educatore laico vive la sua vocazione; vi saranno però altre caratteristiche che dovranno essere proprie dei diversi tipi di scuole secondo la loro natura.
CARATTERISTICHE COMUNI DI UNA IDENTITÀ VISSUTA
Realismo aperto alla speranza
26. L'identità dell'educatore laico cattolico assume necessariamente i caratteri di un ideale di fronte al quale si pongono innumerevoli ostacoli. Questi provengono dalle circostanze personali e dalle deficienze della scuola e della società che si ripercuotono in maniera particolare sui fanciulli e sui giovani. Le crisi di identità, l'assenza di fiducia nelle strutture sociali, la conseguente insicurezza e mancanza di convinzioni personali, il contagio della progressiva secolarizzazione della società, la perdita del senso di autorità e del debito uso della libertà sono alcune delle molteplici difficoltà che gli adolescenti e i giovani del nostro tempo presentano, più o meno, secondo le diverse culture e i vari paesi, all'educatore cattolico, il quale, per la sua condizione di laico, si vede generalmente amareggiato dalle crisi della famiglia e del mondo.
Le difficoltà esistenti vanno riconosciute con sincero realismo; contemporaneamente devono essere considerate e affrontate con quel sano ottimismo e quel coraggioso sforzo che è richiesto a tutti i credenti dalla speranza cristiana e dalla partecipazione al mistero della Croce. Inoltre, il primo e indispensabile fondamento per vivere l'identità dell'educatore laico cattolico è condividere cordialmente e fare proprie le indicazioni che su tale identità la Chiesa, illuminata dalla divina Rivelazione, ha espresso, e procurare di acquistare la necessaria fortezza nella personale identificazione con il Cristo.
Professionalità. Concezione cristiana dell'uomo e della vita
27. Se la professionalità è uno dei caratteri dell'identità di ogni laico cattolico, la prima cosa che deve sforzarsi di raggiungere il laico educatore - desideroso di vivere la propria vocazione ecclesiale - è quella di conseguire una solida formazione professionale, il che comprende, in questo caso, un vasto ventaglio di competenze culturali, psicologiche e pedagogiche.(26) Non è sufficiente, tuttavia, raggiungere inizialmente un buon livello di preparazione. Occorre mantenerlo ed elevarlo aggiornandolo. Sarebbe vivere al di fuori della realtà ignorare le grandi difficoltà che questo implica, perché l'educatore laico, che spesso non è adeguatamente retribuito, deve svolgere talvolta più occupazioni quasi incompatibili con il suo lavoro di perfezionamento professionale, sia per il tempo che ciò richiede, sia per la stanchezza che provoca. Queste difficoltà sono per ora insolubili in molti Paesi, particolarmente in quelli meno sviluppati.
Gli educatori sanno comunque che la scadente qualità dell'insegnamento, causata dall'insufficiente preparazione delle lezioni o dal ristagno dei metodi pedagogici, ridonda necessariamente in danno della formazione integrale dell'educando, alla quale essi sono chiamati a concorrere, e della testimonianza di vita che sono obbligati a offrire.
28. Il compito dell'educatore cattolico deve essere orientato alla formazione integrale di un uomo al quale si scopre il meraviglioso orizzonte di risposte che la Rivelazione cristiana offre intorno al senso ultimo dello stesso uomo, della vita umana, della storia e del mondo. Queste risposte vanno offerte all'educando partendo dalla profonda convinzione di fede dell'educatore, con il massimo, delicato rispetto della coscienza dell'alunno. È certo che le diverse situazioni esistenziali del discente, in relazione alla fede, contemplano diversi livelli di presentazione della visione cristiana dell'esistenza, che possono andare dalle forme più elementari di evangelizzazione fino alla piena comunione della stessa fede. In qualunque caso, però, tale presentazione dovrà rivestire sempre il carattere di una offerta, per quanto pressante e urgente, mai quello di una imposizione.
D'altra parte tale offerta non può farsi freddamente e da un punto di vista puramente teorico, ma come una realtà vitale che merita l'adesione dell'essere intero dell'uomo sì da far parte della sua stessa vita.
Sintesi tra fede, cultura e vita
29. Questo vasto compito non si raggiunge senza la convergenza di diversi elementi educativi in ciascuno dei quali l'educatore cattolico laico deve comportarsi come testimone della fede. La trasmissione organica, critica e valutativa della cultura(27) comporta evidentemente una trasmissione di verità e conoscenze, e sotto questo aspetto l'educatore cattolico deve star continuamente attento ad instaurare un dialogo aperto tra cultura e fede - profondamente collegate tra loro - per facilitare la dovuta sintesi interiore nell'educando. Sintesi che l'educatore dovrà aver conseguito in se stesso antecedentemente.
30. Questa comunicazione critica tuttavia comporta da parte dell'educatore anche la presentazione di una serie di valori e controvalori la cui considerazione, come tale, dipende dalla concezione di vita e dell'uomo. Di conseguenza l'educatore cattolico non può accontentarsi di presentare positivamente e con abilità una serie di valori di carattere cristiano come semplici oggetti astratti meritevoli di stima, ma deve suscitare dei comportamenti negli alunni: la libertà rispettosa degli altri, il senso di responsabilità, la sincera e continua ricerca della verità, la critica equilibrata e serena, la solidarietà e il servizio verso tutti gli uomini, la sensibilità verso la giustizia, la speciale coscienza di sentirsi chiamati a essere agenti positivi di cambiamento in una società in continua trasformazione.
Dato l'ambiente generale di secolarizzazione e miscredenza nel quale l'educatore laico spesso esercita la sua missione, è importante che, superando una mentalità puramente sperimentale e critica, possa aprire la coscienza dei suoi alunni alla trascendenza e disporli così ad accogliere la verità rivelata.
31. A partire da tali attitudini l'educatore potrà anche mettere in evidenza, con maggiore facilità, l'aspetto positivo di alcuni comportamenti conseguenti a queste attitudini. La sua massima aspirazione deve essere di fare in modo che detti comportamenti giungano a essere motivati e uniformati dalla fede interiore dell'educando, conseguendo così la loro massima ricchezza e estendendosi a realtà che, come la orazione filiale, la vita sacramentale, la carità fraterna e la sequela del Cristo, sono patrimonio specifico dei credenti. La piena coerenza del sapere, delle attitudini e dei comportamenti con la fede sfocerà nella sintesi personale tra la vita e la fede dell'educando. Pochi cattolici sono qualificati come l'educatore per conseguire il fine dell'evangelizzazione, che è l'incarnazione del messaggio cristiano nella vita dell'uomo.
Testimonianza di vita. Contatto diretto e personale con l'alunno
32. Di fronte all'alunno in formazione occupa un posto di particolare rilievo la preminenza che la condotta ha sempre sulla parola. Quanto più l'educatore vive il modello di uomo che presenta, come ideale, tanto più sarà credibile e imitabile, perché l'alunno possa contemplarlo come ragionevole e come degno di essere vissuto, vicino e attuabile. Specialissima importanza acquista qui la testimonianza di fede dell'educatore laico. In lui l'alunno potrà vedere quegli atteggiamenti e comportamenti cristiani che tante volte mancano nell'ambiente circostante secolarizzato nel quale vive, tanto da lasciargli supporre che siano irrealizzabili nella vita. Non si dimentichi, nelle crisi «che colpiscono soprattutto le giovani generazioni», che l'elemento più importante nel compito educativo è «sempre l'uomo e la sua dignità morale, la quale procede dalla verità dei suoi principi e dalla conformità delle sue azioni a questi principi».(28)
33. Sotto questo aspetto acquista una notevole importanza ciò che è stato detto del contatto diretto e personale dell'educatore con l'alunno,(29) mezzo privilegiato per la testimonianza di vita. Questa relazione personale, che non deve mai essere un monologo ma un dialogo, e deve nell'educatore coesistere con la convinzione che essa costituisce un mutuo arricchimento, esige contemporaneamente dall'educatore cattolico il continuo ricordo della propria missione. L'educatore non può dimenticare che l'alunno, durante la sua crescita, sente la necessità di amicizia, di una guida ed ha bisogno di aiuto per poter superare i propri dubbi e disorientamenti. Deve, inoltre, nel suo rapporto con l'alunno, equilibrare, con prudente realismo e adattamento ad ogni singolo caso, avvicinamento e lontananza. La familiarità facilita la relazione personale, ma è indispensabile anche un certo distacco perché l'educando giunga a sviluppare la propria personalità, senza condizionamenti; occorre evitare la inibizione nell'uso responsabile della libertà.
Conviene ricordare qui che l'uso responsabile di tale libertà comprende la scelta del proprio stato di vita. Nei rapporti con i suoi alunni credenti, l'educatore cattolico non può trascurare il tema della vocazione personale dell'educando all'interno della Chiesa. Qui subentrano sia la scoperta e la cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, sia la chiamata a vivere un particolare impegno negli Istituti secolari o in movimenti cattolici di apostolato, compiti molte volte trascurati, sia l'aiuto al discernimento della chiamata al matrimonio o al celibato, anche consacrato, in seno alla vita laicale.
D'altra parte il contatto personale e diretto non è solo una metodologia appropriata perché l'educatore vada formando l'educando, ma è la sorgente stessa dalla quale l'educatore attinge la necessaria conoscenza dell'alunno che gli permetta di formarlo adeguatamente. Tale conoscenza è oggi tanto più indispensabile in quanto maggiori sono stati - in profondità e frequenza - i cambiamenti delle generazioni in questi ultimi tempi.
Aspetti comunitari
34. Contemporaneamente a una equilibrata affermazione della propria personalità e come parte di questa, l'alunno deve essere anche orientato dall'educatore cattolico a un atteggiamento di socialità verso gli altri membri della comunità educativa, delle altre comunità di cui fa parte e dell'intera comunità umana. D'altra parte l'appartenenza alla comunità educativa e l'influenza che la scuola deve esercitare, e spera ricevere dall'ambiente sociale circostante, richiede che l'educatore laico cattolico estenda le sue relazioni e i suoi lavori in «équipe» con i suoi colleghi, in rapporto con le altre categorie di detta comunità e abbia la disponibilità necessaria a collaborare nei diversi settori che il compito educativo comune comporta.
Essendo la famiglia «la prima e fondamentale scuola di socialità»,(30) egli dovrà specialmente accettare volentieri e suscitare i debiti contatti con i genitori degli alunni. Questi contatti sono per altro necessari perché l'impegno educativo della famiglia e della scuola si orienti congiuntamente negli aspetti concreti, per facilitare «il grave dovere dei genitori di impegnarsi a fondo in un rapporto cordiale e fattivo con gli insegnanti e i dirigenti delle scuole»,(31) e soddisfare alla necessità di aiuto di molte famiglie per poter educare convenientemente i propri figli e compiere così la funzione «insostituibile e inalienabile»(32) che spetta a loro.
35. Nel medesimo tempo è anche necessario che l'educatore presti una costante attenzione all'ambiente socio-culturale, economico e politico della scuola; sia a quello più prossimo del quartiere e della circoscrizione nella quale la scuola si trova inserita, sia ai contesti regionale e nazionale che, molte volte, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, esercitano una notevole influenza sugli altri. Solo seguendo con attenzione la situazione reale e nazionale e internazionale, l'educatore avrà i dati precisi per rispondere alle esigenze poste dalla formazione dei suoi alunni e potrà prepararli al futuro come lo prevede ora.
36. Sebbene sia giusto sperare che l'educatore laico cattolico dia preferibilmente la sua adesione alle associazioni professionali cattoliche, tuttavia non può considerare come estraneo al suo compito educativo il partecipare e collaborare con altri gruppi e associazioni professionali o connesse alla educazione e recare il suo contributo, per quanto modesto possa essere, al conseguimento di una adeguata politica educativa nazionale e la sua eventuale attività sindacale in consonanza sempre con i diritti umani e i principi cristiani sull'educazione.(33) Rifletta l'educatore laico quanto possa rimanere separata, a volte, la sua vita professionale dai movimenti "associativi, e le gravi ripercussioni che il suo disinteresse potrebbe recare in problemi educativi importanti.
È vero che molte di queste attività non sono retribuite e il realizzarle dipende dalla generosità di coloro che vi partecipano. È necessario fare, senza dubbio, un invito pressante a questa generosità quando sono in gioco le realtà di una trascendenza che non possono essere estranee all'educatore cattolico.
Una vocazione più che una professione
37. L'educatore laico esercita un lavoro che ha innegabilmente un aspetto professionale, ma che non può ridursi ad esso. La professionalità è inclusa ed assunta nella sua sopranaturale vocazione cristiana. Deve, quindi, viverla effettivamente come una vocazione personale nella Chiesa e non solo come l'esercizio di una professione. Vocazione nella quale, per la sua stessa natura laicale, mirerà a fondere il disinteresse e la generosità con la legittima difesa dei propri diritti, tuttavia, in sostanza, una vocazione con tutta la pienezza di vita e di impegno personale che detta parola racchiude, e che spalanca vastissime prospettive per essere vissuta con entusiasmo.
È poi vivamente auspicabile che ogni educatore laico cattolico acquisti la massima coscienza dell'importanza, ricchezza e responsabilità di una simile vocazione e si sforzi di rispondere a quanto essa esige, con la consapevolezza che questa risposta è fondamentale per la costruzione e il costante rinnovamento della città terrena e per l'evangelizzazione del mondo.
CARATTERISTICHE SPECIFICHE DEL LAICO CATTOLICO
NELLE DIVERSE SCUOLE
Nella scuola cattolica
38. Nota caratteristica della scuola cattolica «è dar vita a un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità, di aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano insieme secondo quella nuova creatura, che in essi ha realizzato il battesimo, e di coordinare infine l'insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza, sicché la conoscenza del mondo, della vita, dell'uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dalla fede».(34) Per tutti questi motivi è ovvio che la scuola cattolica «rientra nella missione salvifica della Chiesa e particolarmente nell'esigenza della educazione alla fede»(35) e include un'adesione sincera al magistero della Chiesa, una presentazione di Cristo come modello supremo dell'uomo e una speciale sollecitudine della qualità dell'insegnamento religioso scolastico.
Di fronte a questi ideali e obiettivi specifici, che costituiscono il progetto educativo generale della scuola cattolica, il laico cattolico, che vi lavora, deve esserne cosciente e essere convinto quindi che la scuola cattolica è lo spazio scolastico nel quale può sviluppare la sua completa vocazione con maggior libertà e approfondimento ed è il modello della sua azione apostolica in qualsiasi scuola, secondo le possibilità offerte. Tutto ciò deve stimolarlo a contribuire corresponsabilmente al conseguimento di questi ideali e obiettivi, in atteggiamento di piena e sincera adesione a essi. Ciò non implica la mancanza di difficoltà, tra le quali occorre ricordare per le sue molte conseguenze la maggior eterogeneità interna degli alunni e di professori nelle scuole cattoliche di molti Paesi.
39. All'interno dei caratteri comuni a tutte le scuole Cattoliche esistono diverse realizzazioni possibili, che, in pratica, corrispondono in molti casi al carisma specifico dell'istituto religioso che le ha fondate e le promuove. Però sia che abbia la sua origine in una istituzione del clero secolare, di religiosi, o di laici, ogni scuola cattolica può conservare le proprie caratteristiche, che si esprimeranno nel progetto educativo particolare o nella sua pedagogia. In questo caso il laico cattolico, che vi lavora, dovrà cercare di comprendere tali caratteristiche e le ragioni che le hanno ispirate e procurare di identificarsi con le stesse in maniera sufficiente perché gli elementi propri della scuola si realizzino attraverso il suo lavoro personale.
40. È importante che, in accordo con la fede che professano e la testimonianza di vita che sono chiamati a dare,(36) i laici cattolici che operano in questa scuola partecipino con semplicità e in modo attivo alla vita liturgica e sacramentale che in essa si svolge. Gli alunni comprenderanno meglio, attraverso l'esempio vivo, l'importanza che questa vita ha per i credenti. È sommamente positivo che in una società secolarizzata - dove gli alunni facilmente costatano che molti laici, i quali si dicono cattolici, vivono abitualmente al di fuori della liturgia e dei sacramenti - possano vedere il comportamento di altri laici adulti che prendono con serietà queste realtà come fonte e alimento della propria vita cristiana.
41. La comunità educativa deve aspirare a costituirsi nella scuola cattolica in comunità cristiana, ossia in vera comunità di fede. Ciò è irrealizzabile, neppure inizialmente, senza la partecipazione cristiana condivisa almeno da una parte delle principali categorie - genitori, professori e alunni - della comunità educativa. È sommamente auspicabile che il laico cattolico, e specialmente l'educatore, sia disposto a partecipare attivamente ai gruppi di animazione pastorale o ad altri nuclei capaci di fermento evangelico.
42. Frequentano talvolta le scuole della Chiesa alunni che non professano la fede cattolica o che forse mancano di ogni credenza religiosa. Come risposta volontaria dell'uomo a Dio che gli si rivela, la fede non ammette violenza. Quindi gli educatori cattolici, nel proporre la dottrina in consonanza con le loro convinzioni religiose e con la identità della scuola, avranno massimo rispetto della libertà degli alunni non cattolici. Saranno sempre aperti a un dialogo autentico, convinti che l'apprezzamento affettuoso e sincero per chi onestamente cerca Dio rappresenta, in tali circostanze, la testimonianza più opportuna della propria fede.(37)
43. La scuola cattolica, come comunità educativa che ha per aspirazione ultima di educare alla fede, sarà tanto più idonea a compiere il suo mandato quanto più rappresenterà la ricchezza della comunità ecclesiale. La presenza simultanea in essa di sacerdoti, religiosi, religiose e laici costituisce per l'alunno un riflesso vivo di questa ricchezza che gli facilita una maggior assimilazione della realtà della Chiesa. Consideri il laico cattolico che, da questo punto di vista, la sua presenza nella scuola cattolica, come quella dei sacerdoti, religiosi o religiose, è importante. Poiché ciascuna di queste forme di vocazione ecclesiale reca all'educando un esempio di incarnazione vitale distinta: il laico cattolico, l'intima dipendenza delle realtà terrene da Dio in Cristo, la professionalità secolare, come ordinazione del mondo a Dio; il sacerdote, le molteplici sorgenti di grazia che il Cristo ha lasciato nei sacramenti a tutti i credenti, la luce rivelatrice della Parola, il carattere di servizio che riveste la struttura gerarchica della Chiesa; i religiosi e le religiose, lo spirito innovatore delle beatitudini, la continua chiamata al Regno come unica realtà definitiva, l'amore del Cristo e degli uomini in Cristo come scelta totale della vita.
44. Le caratteristiche di ciascuna vocazione devono far pensare a tutti alla grande convenienza della mutua presenza e complementarietà per assicurare il carattere della scuola cattolica, e animare tutti alla ricerca sincera dell'unione e della coordinazione. Contribuiscano anche i laici con il loro atteggiamento al debito inserimento della scuola cattolica nella pastorale d'insieme della Chiesa locale - prospettiva che mai deve dimenticarsi - e nei campi convergenti della pastorale parrocchiale. Offrano anche le loro iniziative e la loro esperienza per una maggiore relazione e collaborazione delle scuole cattoliche tra loro e con le altre scuole, particolarmente con quelle che partecipano di una medesima concezione cristiana, e con la società.
45. I laici educatori cattolici pensino anche molto seriamente alla minaccia di impoverimento che potrebbe derivare alla scuola cattolica dalla scomparsa o dalla diminuzione in essa di sacerdoti, religiosi e religiose. Il che deve essere evitato nella misura del possibile mentre nel contempo ci si deve preparare in maniera adeguata per essere capaci di mantenere, da soli, qualora fosse necessario e conveniente, le scuole cattoliche attuali o future. Infatti il dinamismo storico che opera nella scuola contemporanea fa prevedere che, almeno per un periodo di tempo abbastanza vicino, l'esistenza della scuola cattolica in alcuni Paesi di tradizione cattolica dipenderà fondamentalmente dai laici, come è dipeso e dipende, con gran frutto, in tante giovani Chiese. Simile responsabilità non può risolversi in attitudini meramente passive di timore o lamentele, ma stimolare ad azioni decise ed efficaci, che si dovrebbero già prevedere e pianificare con l'aiuto di quegli stessi istituti religiosi che vedono diminuire le loro possibilità per un immediato futuro.
46. Talvolta i Vescovi, approfittando della disponibilità di laici competenti e desiderosi di dare una chiara testimonianza cristiana nel campo educativo, affidano loro la gestione totale di scuole cattoliche, incorporandoli così alla missione apostolica della Chiesa.(38)
Data l'estensione sempre crescente del campo scolastico, la Chiesa ha bisogno di approfittare di tutte le risorse disponibili per educare cristianamente la gioventù, e in conseguenza incrementare la partecipazione di educatori laici cattolici. Ciò non toglie nulla all'importanza delle scuole dirette dalle famiglie religiose. La testimonianza qualificata, sia individuale sia comunitaria dei religiosi e delle religiose nei propri centri di insegnamento, fa sì che questi siano più necessari che mai in un mondo secolarizzato.
I membri delle Comunità religiose hanno pochi campi, come le loro scuole, per dare questa testimonianza. In esse i religiosi e le religiose possono stabilire un contatto immediato e duraturo con la gioventù, in un contesto che spontaneamente reclama spesso le verità della fede per illuminare le varie dimensioni dell'esistenza. Questo contatto ha una speciale importanza in un'età in cui le idee e le esperienze lasciano un'impronta permanente nella personalità dell'alunno.
Tuttavia, la chiamata che fa la Chiesa agli educatori laici cattolici per inserirli in un attivo apostolato scolastico non si limita ai propri centri scolastici ma si estende a tutto il vasto campo dell'insegnamento, nella misura in cui sia possibile dare in esso una testimonianza cristiana.
Nelle scuole con progetti educativi diversi
47. Si prendono qui in considerazione le scuole statali e non Statali ispirate a progetti educativi distinti da quelli della scuola cattolica, purché tali progetti non siano incompatibili con la concezione cristiana dell'uomo e della vita. Queste scuole, che sono la maggioranza tra quelle esistenti nel mondo, possono essere orientate nel loro progetto educativo verso una determinata concezione dell'uomo e della vita, o più semplicemente e riduttivamente a una determinata ideologia,(39) o ammettere all'interno di una cornice di principi sufficientemente generali la coesistenza di diverse concezioni o ideologie tra gli educatori. Si intende questa coesistenza come una pluralità manifestata giacché, in tali scuole, ogni educatore impartisce il suo insegnamento, espone i suoi criteri e presenta come positivi determinati valori in funzione della sua concezione dell'uomo o della sua ideologia. Non si adopera qui il termine «scuola neutra», perché in pratica questa non esiste.
48. Nella nostra società pluralista e secolarizzata la presenza del laico cattolico è spesso l'unica presenza della Chiesa in dette scuole. In esse si verifica la situazione sopra citata, per cui solo attraverso il laico la Chiesa può raggiungere determinati ambienti o istituzioni.(40) La chiara coscienza di questa situazione aiuterà molto il laico cattolico ad assumere le sue responsabilità.
49. L'educatore laico cattolico dovrà impartire le sue materie da un'ottica di fede cristiana, in accordo con le possibilità di ogni materia e con le situazioni ambientali degli alunni e della scuola. In questo modo aiuterà gli educandi a scoprire gli autentici valori umani e, sebbene con le limitazioni proprie di una scuola che non ha nel programma l'educazione alla fede e nella quale molti fattori possono anche essere contrari ad essa, contribuirà ad iniziare nei suoi alunni quel dialogo tra la cultura e la fede che potrà giungere un giorno alla sintesi auspicabile tra entrambe. Tale compito potrebbe essere particolarmente fecondo per gli alunni cattolici e costituirà per gli altri una forma di evangelizzazione.
50. Simile atteggiamento di coerenza con la propria fede va accompagnato nella scuola pluralista da un particolare rispetto verso le convinzioni e la fatica degli altri educatori, purché essi non conculchino i diritti umani dell'alunno. Detto rispetto deve aspirare a giungere a un dialogo costruttivo soprattutto con i fratelli cristiani separati e con tutti gli uomini di buona volontà. Così apparirà con maggior chiarezza che la fede cristiana appoggia in pratica la libertà religiosa e umana che difende e che si concreta logicamente nella società in un ampio pluralismo.
51. La partecipazione attiva del laico cattolico nelle attività della propria categoria, nelle relazioni con gli altri membri della comunità educativa, e in particolare con i genitori degli alunni, è inoltre di grande importanza perché gli obiettivi, i programmi e i metodi educativi della scuola nella quale lavora si impregnino progressivamente dello spirito evangelico.
52. Per la sua serietà professionale, per il suo sostegno della verità, della giustizia e della libertà, per la sua apertura di vedute e il suo abituale atteggiamento di servizio, per il suo personale coinvolgimento con gli alunni e la sua fraterna solidarietà con tutti, per la sua vita morale integra in tutti i suoi aspetti, il laico cattolico deve essere in questo tipo di scuola lo specchio nel quale tutti e ciascuno dei membri della comunità educativa possano veder riflessa l'immagine dell'uomo evangelico.
In altre scuole
53. Si considerano qui più particolarmente quelle altre scuole esistenti in Paesi di missione o in Paesi scristianizzati nella pratica, dove si accentuano, in maniera speciale le funzioni che il laico cattolico, per esigenza della sua fede, deve disimpegnare quando egli è l'unica o quasi esclusiva presenza della Chiesa, non solo nella scuola, ma anche nel luogo nel quale essa è situata. In queste circostanze, egli sarà l'unica voce per far giungere agli alunni, ai membri della comunità educativa e a tutti gli uomini, coi quali ha relazioni come educatore e come persona, il messaggio evangelico.(41) Ciò che è stato detto sulla coscienza della propria responsabilità; la prospettiva cristiana dell'insegnamento e dell'educazione, il rispetto delle convinzioni altrui, il dialogo costruttivo con gli altri cristiani e con i non credenti, la partecipazione attiva nelle diverse categorie della scuola e specialmente la testimonianza di vita, acquista in questo caso un rilievo eccezionale.
54. Non si possono infine dimenticare quei laici cattolici che lavorano in scuole di Paesi nei quali la Chiesa è perseguitata e dove la stessa condizione di cattolico costituisce una proibizione per esercitare la funzione di educatore. I laici sono costretti a nascondere la loro condizione di credenti per poter lavorare in una scuola di orientamento ateo. La loro sola presenza, di per se stessa già tanto difficile, se si adatta silenziosa, ma vitale alla immagine dell'uomo evangelico è già un annunzio efficace del messaggio di Cristo che contrasterà la nociva intenzione che persegue l'educazione atea nella scuola. La testimonianza della vita e il comportamento personale con gli alunni potrà anche condurre, superando tutte le difficoltà, a una evangelizzazione più esplicita. Per molti giovani di questi Paesi; l'educatore laico, che per motivi umani e religiosamente dolorosi si vede costretto a vivere il proprio cattolicesimo nell'anonimato, può essere l'unico mezzo per conoscere genuinamente il Vangelo e la Chiesa che sono sfigurati e attaccati nella scuola.
55. In qualsiasi tipo di scuole, soprattutto in alcune regioni, l'educatore cattolico si incontrerà, non rare volte, con alunni non cattolici. Egli dovrà avere verso di loro non solo un atteggiamento rispettoso ma accogliente e aperto al dialogo, motivato dall'amore universale cristiano. Tenga inoltre presente che la vera educazione non si limita a impartire soltanto conoscenze, ma promuove la dignità e la fraternità e prepara ad aprirsi alla Verità che è Cristo.
L'EDUCATORE LAICO CATTOLICO COME PROFESSORE DI RELIGIONE
56. L'insegnamento della religione è caratteristico della scuola in generale, purché questa aspiri alla formazione dell'uomo nelle sue dimensioni fondamentali, tra le quali la religiosità. In realtà, l'insegnamento religioso scolastico è un diritto - con il relativo dovere - dell'alunno e dei genitori e, per la formazione dell'uomo, è anche uno strumento importantissimo, almeno nel caso della religione cattolica, per raggiungere un'adeguata sintesi tra fede e cultura sulla quale tanto si è insistito. Per questo l'insegnamento della religione cattolica, distinta e nel medesimo tempo complementare della catechesi propriamente detta,(42) dovrebbe essere impartito in qualsiasi scuola.
57. L'insegnamento religioso scolastico è dunque, come la catechesi, «una forma eminente di apostolato laicale»,(43) e sia per questo sia per il numero di professori che tale insegnamento esige nelle dimensioni raggiunte dall'organizzazione scolastica del mondo attuale, toccherà ai laici impartirlo nella maggioranza delle circostanze, soprattutto ai livelli d'insegnamento di base.
58. Prendano quindi coscienza gli educatori cattolici laici, secondo i luoghi e le situazioni del grande compito che si offre loro in questo campo. Senza la loro generosa collaborazione, l'insegnamento religioso scolastico non potrà adeguarsi alle necessità esistenti, come già accade in alcuni paesi. La Chiesa ha bisogno in questo caso, come in molti altri, della collaborazione dei laici. Questa urgenza può essere particolarmente impellente nelle giovani Chiese.
59. Senza dubbio l'insegnante di religione ha una funzione di primo piano per il fatto che «non si vuole che ciascuno trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma l'insegnamento di Gesù Cristo».(44) Di conseguenza nella trasmissione della medesima, tenendo presente l'uditorio al quale si rivolgono, gli insegnanti di religione, come quelli di catechesi, «avranno ... la saggezza di cogliere nel campo della ricerca teologica ciò che può illuminare la loro riflessione ed il loro insegnamento, attingendo ... alle vere fonti, nella luce del Magistero» dal quale dipendono nel disimpegno della loro funzione e «si asterranno dal turbare l'animo dei fanciulli e dei giovani ... con teorie peregrine».(45) Seguano con fedeltà le norme degli episcopati locali per ciò che concerne la propria formazione teologica e pedagogica e la programmazione della materia; specialmente tengano presente la grande importanza che la testimonianza della vita e una spiritualità intensamente vissuta hanno in questo campo.

III. FORMAZIONE DEL LAICO CATTOLICO PER ESSERE TESTIMONE DELLA FEDE NELLA SCUOLA
60. L'esperienza vissuta di una vocazione così ricca e così profonda come quella del laico cattolico nella scuola richiede la corrispondente formazione sia sul piano professionale sia su quello religioso. Si richiede specialmente nell'educatore una personalità spirituale matura che si manifesti in una profonda vita cristiana. «Una tale vocazione - dice il Concilio Vaticano II riferendosi agli educatori - esige ... una preparazione molto accurata»,(46) «Essi (gli insegnanti) ... devono prepararsi scrupolosamente, per essere forniti della scienza sia profana sia religiosa, attestata dai relativi titoli di studio, e ampiamente esperti nell'arte pedagogica, aggiornata con le scoperte del progresso contemporaneo».(47) La necessità di questa formazione tende ad accentuarsi a livello religioso e spirituale in cui con frequenza il laico cattolico non perfeziona la sua formazione iniziale al medesimo grado come lo fa nell'ordine culturale e generale e soprattutto professionale.
COSCIENTIZZAZIONE E STIMOLO
61. I laici cattolici che si preparano a lavorare nella scuola sono abitualmente molto coscienti del bisogno di una buona preparazione professionale per poter realizzare la loro missione educatrice, per cui hanno una autentica vocazione umana. Questo tipo di coscienza, anche all'interno del campo professionale, non è, tuttavia, quella caratteristica di un laico cattolico che vuol vivere il suo compito educativo come mezzo fondamentale di santificazione personale e di apostolato. È precisamente la coscienza di voler vivere così la sua vocazione quella che viene richiesta al laico cattolico che lavora nella scuola. Fino a che punto posseggano questa coscienza è proprio ciò che si devono chiedere gli stessi laici.
62. In relazione a questa coscienza specifica del laico cattolico vi è quella che si riferisce alla necessità di ampliare e aggiornare la sua formazione religiosa in modo che accompagni parallelamente e con equilibrio la sua intera formazione umana. Infatti da parte del laico è necessaria la viva coscienza di questa formazione religiosa perché da essa dipende non solo la sua possibilità di apostolato, ma anche il debito esercizio di un compito professionale, specialmente quando si tratta di compito educativo.
63. Le considerazioni fatte mirano ad aiutare a risvegliare questa coscienza e a riflettere sopra la situazione personale su tale punto fondamentale per giungere a vivere in pienezza la vocazione laica di educatore cattolico. L'essere o non essere che si pone in gioco dovrà stimolare il massimo sforzo che sempre suppone il cercare di acquisire una formazione che si è trascurata o mantenerla al suo debito livello. In tutti i casi, all'interno della comunità ecclesiale, l'educatore laico cattolico potrà fondatamente sperare dai Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose, soprattutto da coloro che sono dediti all'apostolato della educazione e dai movimenti e dalle associazioni di educatori laici cattolici che lo aiutino ad acquistare una piena coscienza delle sue necessità personali nel campo della formazione e lo stimolino, nella forma più adatta, per dedicarsi più interamente all'impegno sociale che tale formazione esige.
FORMAZIONE PROFESSIONALE E RELIGIOSA
64. Conviene rilevare che non tutti i centri di formazione dei docenti offrono in egual maniera all'educatore cattolico la base professionale più idonea per realizzare la sua missione educativa, se si tiene presente la profonda relazione esistente tra il modo di esporre il contenuto delle discipline, soprattutto di quelle più umanistiche, e la concezione dell'uomo, della vita e del mondo. Può capitare facilmente che nei centri di formazione dei docenti, nei quali esista un pluralismo ideologico, il futuro insegnante cattolico debba fare uno sforzo supplementare per conseguire in determinate discipline una sua sintesi tra fede e cultura. Non può dimenticare facilmente, mentre si forma, che la situazione sarà uguale quando dovrà insegnare ai propri alunni in modo da stimolare in essi, in primo luogo, il dialogo e la ulteriore sintesi personale tra la cultura e la fede. Tenendo presenti questi molteplici aspetti, è particolarmente raccomandabile la frequenza degli insegnanti ai diversi centri di formazione diretti dalla Chiesa, dove esistono, così anche la creazione di questi, se possibile, ove non esistano ancora.
65. La formazione religiosa dell'educatore cattolico non può fermarsi al termine dei suoi studi medi. Occorre che egli accompagni e completi la sua formazione professionale per essere al livello della sua fede di uomo adulto, della sua cultura umana e della sua specifica vocazione laicale. Infatti la formazione religiosa deve essere orientata alla santificazione personale e all'apostolato, elementi inseparabili della vocazione cristiana. «La formazione all'apostolato suppone che i laici siano integralmente formati dal punto di vista umano, secondo il genio e le condizioni di ciascuno» e richiede «oltre alla formazione spirituale ... una solida preparazione dottrinale e cioè teologica, etica, filosofica».(48) Non si può inoltre dimenticare, nel caso dell'educatore, una adeguata formazione circa l'insegnamento sociale della Chiesa che è «parte integrante della concezione cristiana della vita»(49) e aiuta a mantenere intensamente viva la indispensabile sensibilità sociale.(50)
Riguardo al piano dottrinale e riferendosi ai professori, occorre ricordare che il Concilio Vaticano IIparla della necessità di una scienza religiosa garantita dai debiti titoli.(51) È poi molto raccomandabile che tutti i laici cattolici che lavorano nella scuola e specialmente gli educatori seguano, nelle facoltà ecclesiastiche e negli istituti di scienze religiose a essi destinati ove sia possibile, corsi di formazione religiosa fino a ottenere i titoli corrispondenti.
66. Abilitati con detti titoli e con un'adeguata preparazione in pedagogia religiosa, diventeranno fondamentalmente capaci per l'insegnamento della religione. Gli episcopati promuoveranno e faciliteranno tutta questa preparazione per l'insegnamento religioso e per la catechesi, senza dimenticare ïl dialogo di mutua illuminazione con i professori che si stanno formando.
AGGIORNAMENTO. FORMAZIONE PERMANENTE
67. Lo straordinario progresso scientifico e tecnico e la permanente analisi critica alla quale ogni tipo di realtà, situazioni e valori sono sottomessi in questo nostro tempo, han fatto sì, tra le altre cause, che la nostra epoca si caratterizzi per una continua e accelerata trasformazione che tocca l'uomo e la società in tutti i campi. Questo cambiamento provoca il rapido invecchiamento delle conoscenze acquisite e delle strutture vigenti, ed esige nuove attitudini e metodi.
68. Di fronte a questa realtà che il laico è il primo a sperimentare, è ovvia l'esigenza di un costante aggiornamento che si presenta all'educatore cattolico riguardo alle sue attitudini personali, nei contenuti delle materie che insegna e nei metodi pedagogici che utilizza. Bisogna ricordare che la vocazione di educatore esige «una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento».(52) La richiesta di aggiornamento, perché costante, postula una formazione permanente. Questa non interessa solamente la formazione professionale, ma anche quella religiosa e in generale l'arricchimento di tutta la personalità, per cui la Chiesa cerca sempre di adattare la sua missione pastorale alle circostanze degli uomini di ogni epoca per far giungere in modo comprensibile e appropriato alle loro condizioni il messaggio cristiano.
69. Per la varietà degli aspetti che abbraccia, la formazione permanente esige una costante ricerca personale e comunitaria delle sue forme di realizzazione. Tra i suoi molti mezzi: lettura di riviste e libri appropriati, partecipazione a conferenze e corsi di aggiornamento, partecipazione a riunioni, incontri e congressi, disponibilità di certi periodi di tempo libero risultano strumenti ordinari e praticamente imprescindibili di detta formazione. Inoltre tutti i laici cattolici che lavorano nella scuola procurino di inserirli abitualmente nella loro vita umana, professionale e religiosa.
70. Nessuno ignora che tale formazione permanente, come lo stesso nome indica, è un compito arduo di fronte al quale molti cedono, particolarmente se si considera la crescente complessità della vita attuale, le difficoltà che la missione educativa comporta e le insufficienti condizioni economiche che tante volte l'accompagnano. Nonostante ciò nessun laico cattolico che lavora nella scuola può esimersi da queste sfide del nostro tempo e rimanere ancorato a conoscenze, a criteri e ad atteggiamenti superati. La sua rinunzia alla formazione permanente in ogni campo umano, professionale e religioso, lo collocherà al margine di questo mondo che deve portare al Vangelo.

IV. SOSTEGNO DELLA CHIESA AL LAICATO CATTOLICO NELLA SCUOLA
71. Le diverse situazioni nelle quali si svolge il lavoro del laico cattolico nella scuola fanno sì che molte volte egli si senta isolato, incompreso e, quindi, tentato di scoraggiamento e di abbandono delle sue responsabilità. Per far fronte a queste situazioni e, in generale, per una migliore realizzazione della vocazione alla quale è chiamato, il laico cattolico che lavora nella scuola dovrà poter contare sempre nel sostegno e nell'aiuto della Chiesa intera.
SOSTEGNO NELLA FEDE, NELLA PAROLA E NELLA VITA SACRAMENTALE
72. È innanzitutto nella propria fede che il laico cattolico troverà il sostegno; nella fede troverà con sicurezza l'umiltà, la speranza e la carità che gli sono necessarie per perseverare nella sua vocazione.(53) Ogni educatore infatti ha bisogno di umiltà per riconoscere i suoi limiti, i suoi errori, le necessità di costante superamento e per rendersi conto che l'ideale che persegue lo supererà sempre. Ha bisogno anche di ferma speranza perché mai nessuno potrà giungere a raccogliere i frutti del lavoro che svolge con i suoi alunni. Gli occorre infine una costante e crescente carità che ama sempre nei suoi alunni l'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio ed elevato a figlio suo per la redenzione di Gesù Cristo.
Ora questa fede umile, questa speranza e questa carità ricevono il loro aiuto dalla Chiesa attraverso la Parola, la vita sacramentale e la preghiera di tutto il popolo di Dio. Perché la Parola ripete e ricorda all'educatore l'immensa grandezza della sua identità e il suo compito; la vita sacramentale gli dà la forza per viverla e lo sostiene quando sbaglia; la preghiera di tutta la Chiesa presenta a Dio per lui e con lui, nella sicurezza di una risposta promessa da Gesù Cristo, ciò che il suo cuore desidera e chiede e perfino quello che non arriva a desiderare e a chiedere.
SOSTEGNO COMUNITARIO
73. Il compito educativo è arduo e molto importante, e per ciò stesso di delicata e complessa realizzazione. Richiede calma, pace interiore, non eccessivo lavoro e un continuo arricchimento culturale e religioso, condizioni queste che poche volte possono trovarsi insieme nella società attuale. La natura della vocazione dell'educatore laico cattolico dovrebbe esser fatta conoscere con più frequenza e approfondimento a tutto il Popolo di Dio da tutti coloro che, nella Chiesa, sono in grado di farlo. Il tema dell'educazione, con tutte le sue implicazioni, dovrebbe essere affrontato con più insistenza poiché l'educazione è uno dei grandi campi di azione della missione salvifica della Chiesa.
74. Da questa conoscenza nascerà logicamente la comprensione e la debita stima. Tutti i fedeli dovrebbero essere coscienti che senza l'educatore laico cattolico l'educazione alla fede nella Chiesa sarebbe carente di uno dei suoi fondamenti. Per questo tutti i credenti devono collaborare attivamente, nella misura della loro possibilità, perché l'educatore abbia quel rango sociale e quel livello economico che merita, unito alla debita sicurezza e stabilità nell'esercizio del suo compito. Nessun membro della Chiesa deve considerarsi estraneo allo sforzo per far sì che nel suo paese la politica educativa rifletta il più possibile, nella legislazione e nella pratica, i principi cristiani sull'educazione.
75. Le condizioni del mondo contemporaneo devono indurre la gerarchia e gli istituti religiosi consacrati all'educazione a incoraggiare i gruppi, i movimenti e le associazioni cattoliche esistenti di tutti i laici credenti impegnati nella scuola e a crearne altri nuovi, cercando le forme più adeguate ai tempi e alle diverse realtà nazionali. Molti degli obiettivi educativi, con le loro implicazioni sociali e religiose, che la vocazione del laico cattolico nella scuola esige, saranno difficilmente raggiungibili senza l'unione delle forze che suppongono organismi associativi.
SOSTEGNO DALLE PROPRIE ISTITUZIONI EDUCATIVE.
LA SCUOLA CATTOLICA E I LAICI
76. L'importanza della scuola cattolica invita a rivolgerle una speciale riflessione che serva di esempio concreto alle altre istituzioni cattoliche, per gli aiuti che devono offrire ai laici che in esse lavorano. Anche questa S. Congregazione, riferendosi ai laici, non ha esitato ad affermare che «gli insegnanti, con la loro azione e testimonianza, sono tra i protagonisti più importanti che mantengono alla Scuola Cattolica il suo carattere specifico».(54)
77. I laici devono trovare, innanzitutto, nella scuola cattolica un ambiente di sincera stima e cordialità, dove possano stabilirsi autentiche relazioni umane tra tutti gli educatori. Mantenendo ciascuno la sua caratteristica vocazionale(55) sacerdoti, religiosi, religiose e laici devono integrarsi pienamente nella comunità educativa e avere in essa un atteggiamento di vera uguaglianza.
78. Due elementi sono fondamentali per vivere insieme un medesimo ideale da parte dell'ente gestore e dei laici che lavorano nella scuola cattolica. Primo, un'adeguata retribuzione economica, garantita da contratti ben definiti, del lavoro fatto nella scuola; retribuzione che permetta ai laici una vita degna senza necessità di altri impieghi né di sovraccarichi che ostacolino il compito educativo. Ciò non è attuabile senza imporre un grave peso finanziario alle famiglie e far sì che la scuola, così costosa, diventi riservata a una piccola élite. Finché questa retribuzione pienamente adeguata non sarà conseguita, i laici devono poter apprezzare nei dirigenti della scuola almeno la preoccupazione per raggiungere questa meta.
Secondo, un'autentica partecipazione dei laici alle responsabilità della scuola, adatta alla loro capacità, in tutti i campi, e la loro sincera identificazione con i fini educativi che caratterizzano la scuola cattolica. Questa deve procurare inoltre con tutti i mezzi di coltivare tale identificazione senza la quale non si potranno conseguire tali fini. Non si deve dimenticare che la scuola stessa si crea incessantemente grazie al lavoro condotto a termine da tutti coloro che vi sono impegnati e più specialmente dai docenti.(56) Per conseguire questa auspicabile partecipazione saranno condizioni indispensabili l'autentica stima della vocazione laicale, la debita informazione, la fiducia profonda e, quando lo si riterrà necessario, il trapasso ai laici delle distinte responsabilità di insegnamento, amministrazione e governo della scuola.
79. Appartiene altresì alla missione della scuola cattolica la sollecita cura della formazione permanente, professionale e religiosa dei suoi membri laici. Essi infatti sperano dalla scuola quegli orientamenti e quegli aiuti necessari - compresa la sufficiente disponibilità di tempo richiesto - per questa formazione indispensabile, pena l'allontanamento progressivo della scuola dai propri obiettivi. La scuola cattolica, unita con altri centri educativi e con associazioni professionali cattoliche, potrà organizzare utilmente conferenze, corsi e incontri che facilitino detta formazione. Secondo le circostanze questa potrà estendersi anche ad altri educatori cattolici laici che non lavorano nella scuola cattolica, offrendo un servizio di cui spesso hanno bisogno e che non trovano facilmente altrove.
80. Il miglioramento continuo della scuola cattolica e l'aiuto che essa, unita alle altre istituzioni educative della Chiesa, può recare all'educatore laico cattolico dipendono in gran parte dal sostegno che le offrono le famiglie cattoliche in genere e più in particolare quelle che mandano alla scuola cattolica i propri figli. Le famiglie devono sentirsi fortemente responsabili di questo doveroso sostegno che deve estendersi a tutti gli aspetti: all'interesse, alla stima, alla collaborazione generale ed economica. Non tutte potranno offrire questa collaborazione nel medesimo grado e nel medesimo modo, tuttavia, devono essere disposte alla maggior generosità possibile secondo le loro disponibilità. Tale collaborazione deve applicarsi anche alla partecipazione a raggiungere gli obiettivi e alle responsabilità della scuola. Questa da parte sua deve loro offrire informazioni sulla realizzazione e il perfezionamento del progetto educativo, sulla formazione, sull'amministrazione e, in certi casi, sulla gestione.
CONCLUSIONE
81. I laici cattolici che lavorano nella scuola con cariche educative, direttive, amministrative o ausiliarie, non possono aver alcun dubbio sul fatto che essi costituiscono per la Chiesa una grande speranza. In essi la Chiesa ha posto la sua fiducia, per la progressiva integrazione delle realtà temporali nel Vangelo e per farlo giungere a tutti gli uomini. In modo tutto particolare ha posto in essi la sua fiducia per il loro impegno della formazione integrale dell'uomo e per l'educazione alla fede della gioventù, da cui dipende la maggiore o minore adesione al Cristo nel mondo di domani.
82. La S. Congregazione per l'Educazione Cattolica, facendosi eco di questa speranza e considerando la grande ricchezza evangelica che rappresentano nel mondo i milioni di cattolici laici che dedicano la loro vita alla scuola, ricorda le parole conclusive del decreto conciliare sull'apostolato dei laici: «Il Sacro Concilio scongiura ... nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con generosità e con slancio di cuore alla voce di Cristo che in quest'ora li invita con maggiore insistenza ...; l'accolgano con alacrità e magnanimità ... e, sentendo come proprio tutto ciò che è di Lui (cfr. Fil 2, 5), si associno alla sua missione salvifica ... affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell'opera del Signore, ben sapendo che faticando nel Signore non faticano invano (cfr. 1 Cor 15, 58)».(57)

Roma, 15 Ottobre, Festa di S. Teresa di Gesù, nel IV Centenario della sua morte.
WILLIAM Card. BAUM
Prefetto
Antonio M. Javierre, Segretario
Arcivescovo tit. di Meta


(1) Conc. Ec. Vat. II: Cost. Lumen Gentium, n. 31: « Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa ».
(2) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Dich. Gravissimum educationis, n. 8.
(3) Cf. S. Congregazione per l'Educazione Cattolica: La Scuola Cattolica 19 marzo 1977, nn. 18-22.
(4) Lumen Gentium, n. 32.
(5) Ibid.
(6) Ibid., n. 31.
(7) Ibid., n. 33.
(8) Ibid., n.31.
(9) Ibid.
(10) Lumen Gentium, n. 36; Cf. Conc. Ec. Vat. II: Decr. Apostolicam actuositatem n. 7.
(11) Lumen Gentium, n. 36.
(12) Ibid.
(13) Ibid., n. 33.
(14) Cf. Gravissimum educationis, n. 3.
(15) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 22 novembre 1981, AAS 74 (1982) n. 36, p. 126.
(16) Cf. Gravissimum educationis, n. 5.
(17) Ibid., n. 3.
(18) Ibid., n. 6; cf. Dichiarazione universale dei Diritti Umani, art. 26, 3.
(19) Cf. Gravissimum educationis, n. 6.
(20) Ibid., n. 5; cf. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975 AAS 68 (1976) n. 70, pp. 59-60.
(21) La Scuola Cattolica, n. 31 .
(22) Cf. Paolo VI, Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, AAS 59 (1967) n, 19, pp. 267-268; cf. Giovanni Paolo II, Discorso all'UNESCO, 2 giugno 1980, AAS 72 (1980) n. 11, p. 742.
(23) Paolo VI, Discorso nella notte di Natale, 25 dicembre 1975, AAS 68 (1976) p. 145.
(24) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, 14 settembre 1981, AAS 73 (1981) paragrafo iniziale, p. 578.
(25) Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, ibid., p. 577.
(26) Cf. supra n. 16.
(27) Cf. supra n. 20.
(28) Giovanni Paolo II, Discorso all' UNESCO, 2 giugno 1980, AAS 72 (1980) n. 11, p. 742.
(29) Cf. supra n. 21.
(30) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, AAS 74 (1982) n. 37, p. 127.
(31) Ibid., n. 40, p. 132.
(32) Ibid., n. 36, p. 126.
(33) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, AAS 73 (1981) n. 20, pp. 629-632.
(34) Gravissimum educationis, n. 8; cf. « La Scuola Cattolica», n. 34.
(35) « La Scuola Cattolica», n. 9.
(36) Cf supra nn. 29 e 32.
(37) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Dich. Dignitatis Humanae, n. 3.
(38) Cf. Apostolicam Actuositatem, n. 2.
(39) È compreso qui, ampiamente, come un sistema di idee legato a strutture sociali, economiche e/o politiche.
(40) Cf. supra n. 9.
(41) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Decr. Ad gentes, n. 21.
(42) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso al clero di Roma sull' « Insegnamento della Religione e Catechesi : ministeri distinti e complementari », 5 marzo 1981, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1981, IV, I, n. 3 p. 630.
(43) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 16 ottobre 1979, AAS 71(1979) n. 66, p. 1331.
(44) Ibid., n. 6.
(45) Ibid., n. 61.
(46) Gravissimum educationis, n. 5.
(47) Ibid., n. 8.
(48) Apostolicam actuositatem, n. 29.
(49) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del 90° anniversario della « Rerum Novarum», 13 maggio 1981 (non pronunziato dal Papa), « L'Osservatore Romano », 15 maggio 1981, p. 2, n. 8; cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1981, IV, I, pp. 1190-1202.
(50) Cf. Ibid.
(51) Cf. Gravissimum educationis, n. 8.
(52) Gravissimum educationis, n. 5.
(53) Cf. « La Scuola Cattolica », n. 75.
(54) «Scuola Cattolica », n. 78.
(55) Cf supra n. 43.
(56) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, AAS 73. (1981) n. p. 614.
(57) Apostolicam actuositatem, n. 33.

Famiglia, Chiesa e società: Relazione di MONS. LIVIO MELINA

Sala San Francesco. Ferrara 5 giugno 2014

Lunedì 26 maggio, papa Francesco, conversando in aereo con i giornalisti di ritorno dal suo recente pellegrinaggio in Terra Santa, ha voluto chiarire l’intenzione originaria che lo spinse a convocare un Sinodo sulla famiglia, intenzione maturata a poco a poco e che egli ha confessato essere sicuro provenire dallo Spirito del Signore. Egli l’ha così espressa con una domanda: «che cosa porta Gesù Cristo alla famiglia?». Il Santo Padre ha quindi manifestato il desiderio che non si riduca tutta la discussione ad una casuistica, ma che si cerchi piuttosto di portare “la gioia del Vangelo” (Evangelii gaudium) alle famiglie concrete, le quali talvolta, soprattutto ai nostri giorni, attraversano una profonda crisi culturale dovuta ad un radicale individualismo e che soffrono tante fragilità e attacchi a quei legami che le costituiscono e che sono fondati sul sacramento del matrimonio tra l’uomo e la donna, cioè sulla grazia che fa partecipi i coniugi dell’amore di Cristo Sposo per la Chiesa sua sposa (1).
Con grande commozione avevamo poi ascoltato un mese prima, il 27 aprile, domenica della Divina Misericordia, la proclamazione del nuovo Santo Giovanni Paolo II come “il Papa della famiglia”, che dal Cielo accompagna e sostiene il cammino sinodale della Chiesa, cammino coraggioso e necessario, ma anche difficile e non privo di insidie. Proprio lui, nella Lettera alle famiglie del 1994 affermava, a proposito dell’importanza della famiglia per la missione evangelizzatrice della Chiesa, che «tra tutte le numerose strade della Chiesa, la famiglia è la prima e la più importante: una via comune, pur rimanendo particolare, unica e irripetibile, come è irripetibile ogni uomo; una via dalla quale l’essere umano non può distaccarsi» senza perdersi (n. 2).
Vorrei quindi esporvi il tema affidatomi: «Famiglia, Chiesa e società» (2) nella prospettiva del cammino sinodale in cui papa Francesco ha posto la Chiesa e nella luce del grande magistero di San Giovanni Paolo II.
«Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 14) : la parola che Gesù rivolse ai discepoli è riecheggiata sulla bocca di San Giovanni Paolo II, indirizzata specialmente alle famiglie. «Ogni famiglia porta una luce e ogni famiglia è una luce», una luce che deve illuminare la strada della Chiesa e il futuro del mondo. Era sabato 8 ottobre 1994 e in piazza San Pietro migliaia di famiglie si erano raccolte per l’incontro mondiale a conclusione dell’Anno della Famiglia. In quell’indimenticabile serata, bagnata dal tepore dell’ottobrata romana, la piazza brulicava delle luci delle candele, che ognuno portava nelle mani e certo anche questo spettacolo ispirò il Papa, in quel suo discorso «improvvisato, dettato dal cuore e ricercato da parecchi giorni nella preghiera».
Non si trattava però di un’applicazione estemporanea, senza fondamento teologico. Al contrario: infatti nel Concilio Vaticano II la Chiesa si era interrogata sulla propria identità: «Chiesa, che dici di te stessa?» e la risposta era stata: «Sono Lumen gentium, la luce del mondo!». Se Cristo è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo, la Chiesa ne riflette lo splendore a vantaggio di tutte le genti (LG, n. 1). Ora proprio la costituzione conciliare Lumen gentium parla della famiglia cristiana come “piccola chiesa domestica” (n. 11), che dunque porta anch’essa nel mondo la luce di Cristo. Ogni famiglia, proprio perché riflette la verità originaria della vocazione all’amore, iscritta dal Creatore nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, porta una luce indispensabile al cammino dell’umanità, una luce per la vita di ogni persona. Ognuno di noi, nato in una famiglia vive della memoria di questa luce.


1. L’analisi: oscuramento della famiglia
E nondimeno quello a cui assistiamo nella nostra società è un grave oscuramento della famiglia nella sua identità e nella sua capacità di portare luce alla vita degli uomini. Il fenomeno può essere descritto come la privatizzazione dell’amore, ricondotto a un fatto meramente soggettivo, portando come conseguenza la privatizzazione del matrimonio, che non è più posto all’origine della famiglia. Ciò che oggi è messo radicalmente in questione è proprio il nesso tra matrimonio e famiglia. Si sta affermando nel costume e nelle legislazioni una tendenza per cui il matrimonio cessa di essere una realtà che ha una sua costitutiva dimensione sociale e diventa sempre più un contratto di diritto privato, frutto di una scelta individuale, che dipende dal progetto di vita di ciascuno. L’approvazione da parte della Camera del cosiddetto “divorzio breve” ne è un ulteriore segnale e un passo significativo in questa deriva.

La liquidazione della famiglia
In effetti, il contesto culturale nel quale ci troviamo non presenta semplicemente una crisi della famiglia e del suo ruolo educativo tradizionale, ma documenta come sia operante una strategia per “liquidarla”. La parola va presa nel suo significato letterale, prima che in quello metaforico, secondo l’analisi del noto sociologo Zygmunt Bauman. Egli definisce la nostra epoca come “modernità liquida”, caratterizzata dalla deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e dei doveri propri della modernizzazione. I suoi valori sono la velocità, il cambiamento, il flusso, il temporaneo e la precarietà; come tale non può tollerare la famiglia, la classe, il vicinato, la comunità parrocchiale: deve “liquefarli” o “liquidarli”.
Così Bauman parla di amore liquido: anche l’amore diventa un fatto commerciale, da ipermercato: nella modernità liquida diventa “normale” adeguare i rapporti di coppia ai rapporti commerciali, con l’amore e il partner alla stregua di un bene, cui ho diritto e che prendo o getto via quando mi sono stancato, perché all’orizzonte si profila un “prodotto”, che promette di gratificarmi di più. La modernità liquida è dominata dalle voglie che contrastano con i desideri coltivati e con i legami, principio di stabilità (3). Se le cose stanno così, ecco spiegata l’offensiva contro la famiglia fondata sul matrimonio, che non si adegua alle nuove regole, anzi alla deregulation: occorre liquidarla.

L’anti-cultura dell’autonomia assoluta
A questi fenomeni di carattere economico, sociale e di costume è sottesa anche una ben organizzata strategia culturale, una vera e propria rivoluzione, che a partire dal linguaggio tende ad insediarsi nella mentalità e nelle istituzioni giuridiche dell’Occidente e poi via via a livello globale, in tutto il mondo come una sorta di neo-colonialismo (4). Il principio del diritto di scelta da parte dell’individuo viene affermato come un assoluto nell’ambito della sessualità, della riproduzione, della vita, ed esso funziona come un fattore di decostruzione delle forme naturali e tradizionali dei rapporti nella famiglia, nella comunità locale e nella società.
In nome di questo concetto individualistico di libertà e di autonomia si afferma che qualsiasi concezione della propria sessualità ha eguale diritto di essere praticata e si esige l’equiparazione giuridica di ogni pratica, dalle unioni di fatto all’omosessualità, al transessualismo; si rivendicano come diritti appartenenti alla “salute riproduttiva” quelli alla contraccezione, all’aborto libero, alla fecondazione artificiale. Il principio di autonomia si associa a quello di uguaglianza, nel configurare un’assoluta neutralità da parte dello Stato sui giudizi circa le diverse forme di realizzazione della sessualità umana. Esse apparterrebbero alla sfera privata; alla legge civile spetterebbe solo di garantire l’eguaglianza dei diritti. Ma tale neutralità dello Stato implica la considerazione della famiglia come una sovrastruttura puramente convenzionale, una forma transeunte tra le tante, da cui ci si può e anzi ci si deve emancipare.
Fa parte di questa manipolazione anche l’attuale discorso della “pluralità di modelli” di famiglia (convivenze, unioni di fatto etero e omosessuali, unioni temporanee, ecc.), basato sul pluralismo di concezioni (5). Esso manifesta un apparente cambio di strategia: non si parla più di “fine della famiglia” come faceva Lenin o come più recentemente fecero i sociologi radicali degli anni ‘70, ma di “pluralismo dei modelli familiari”, che senza metterla in discussione arricchirebbero il panorama delle possibilità. Questo discorso si colloca evidentemente all’interno di un’impostazione radicalmente scettica: si continua a parlare di famiglia, a condizione che sia vuota di contenuto. Ora, se qualsiasi tipo di convivenza può essere considerato una famiglia, allora la famiglia ha semplicemente cessato di esistere (6).
E proprio domenica scorsa, in una dichiarazione che molto difficilmente i giornali che pur lo osannano riporteranno, Papa Francesco ha affermato con forza: «Il demonio non vuole la famiglia. Ecco perché cerca di distruggerla» (7). In uno dei suoi ultimi luminosi interventi, in occasione degli auguri natalizi alla Curia Romana, il 21 dicembre 2012, papa Benedetto XVI aveva lanciato un grido di allarme proprio sul tema della famiglia, oggi messa radicalmente in discussione nella sua fisionomia naturale, di relazione fondata sul matrimonio come legame stabile tra un uomo e una donna, finalizzato alla procreazione e all’educazione dei figli (8). Egli ha ribadito che su questo punto non è in gioco solo una determinata forma sociale, ma l’uomo stesso nella sua dignità fondamentale: se infatti si rifiuta questo legame «scompaiono le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio». E scompare dunque anche l’aggancio antropologico e pedagogico per poter parlare del Dio cristiano, perché Dio nella Rivelazione ci ha parlato di sé mediante l’analogia paterna, sponsale, filiale, fraterna. Che linguaggio resterebbe alla Chiesa se questo svanisse? Ecco perché possiamo dire che anche il futuro della Chiesa passa attraverso la famiglia!

2. La luce della famiglia
Di fronte all’oscuramento della famiglia, alla perdita della sua identità, occorre ritrovare la sua originaria verità, al di là delle deformazioni storiche della sua fisionomia. Ma dove ritrovare questa verità?

Il rimando al “principio”
«In principio non era così» (Mt 19, 8): così Gesù rispose ai farisei che lo interrogavano a proposito delle condizioni del divorzio. Con questa espressione Gesù si riferisce al piano di Dio creatore, che sta all’origine di tutto. Non è solo il rinvio ad un passato, ma alla verità che permane nel tempo, perché è l’origine di ogni cosa, secondo la sapienza creatrice di Dio. E questa è già una buona notizia: esiste un piano di Dio sulla famiglia! Essa fa parte del disegno sapiente del Creatore, non è un prodotto storico delle contingenze. E’ in questo piano di Dio, dunque, che possiamo trovare la sua identità permanente.
Il rimando al principio è la via che vogliamo seguire anche noi. Che cos’è il principio? Letteralmente e prima di tutto è il racconto della creazione, che troviamo nel libro della Genesi, soprattutto il primo capitolo, che culmina nella creazione dell’uomo e della donna “a immagine e somiglianza” di Dio. L’immagine di Dio nella sua totalità non è nell’uomo solo o nella donna sola, ma in entrambi come comunione di persone. Per questo il riferimento alla creazione, indica che la comprensione del matrimonio non si basa su una teoria fisica o biologica, ma su una categoria personale come è quella di vocazione. Ce lo ricorda un brano della esortazione apostolica di Giovanni Paolo II Familiaris consortio: «Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, nello stesso tempo lo ha chiamato all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandola a sua immagine e somiglianza e conservandola continuamente nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione e di conseguenza anche la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, per tanto, la vocazione fondamentale e nativa di ogni essere umano» (9).
L’allusione al principio ci rimanda però anche al vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1), che si riferisce a Cristo stesso, «per mezzo del quale tutto fu fatto». Lui, il Figlio, è l’immagine perfetta del Padre, che si manifesta alle nozze di Cana anche come Sposo della Chiesa. Così, per trovare l’identità del matrimonio dobbiamo guardare non solo alla creazione, ma soprattutto al Figlio e alla storia dell’Alleanza di Dio con Israele, di Cristo con la Chiesa e ultimamente al mistero intimo di Dio, al mistero delle relazioni trinitarie: la relazione del Padre col Figlio e lo Spirito Santo, come dono di amore, che permette di vivere tale identità filiale.
Ed infine il rimando al principio allude anche al cuore dell’uomo, che è il principio degli atti umani, come ricorda il Signore Gesù stesso (Mc 7, 21-23). L’identità personale di ciascuno è scritta nel suo cuore, da dove provengono le parole e le azioni. La verità del principio è custodita dunque non solo nelle Scritture, ma anche nel cuore, cioè nella memoria più intima della persona, nella sua coscienza, diremmo noi. Come riconoscere dunque quella verità?

Le esperienze originarie
Il modo con cui San Giovanni Paolo II ci ha insegnato a leggere la Sacra Scrittura nelle sue Catechesi del mercoledì implica come metodo una circolarità ermeneutica feconda tra la parola di Dio e le esperienze originarie dell’uomo, che reciprocamente si illuminano. Partire dall’esperienza ci conduce ad una realtà concreta e vissuta, che sta alla base della nostra vita, e che rende il nostro discorso lontano da un formalismo impersonale. E’ una realtà comune ad ogni uomo e quindi non estranea neppure a chi non crede nella Rivelazione. «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2, 18): a partire dalla solitudine originaria, il racconto della creazione indica una serie di esperienze primordiali, originarie, nelle quali si manifesta la verità dell’uomo, che possono guidare la sua condotta personale, esperienze delle quali Dio si serve per rivelare il suo piano all’uomo. E’ proprio in questo cuore intimo dell’esperienza che si dà la luce, che guida l’itinerario morale di ciascuno e il cammino della civiltà umana: quello che la tradizione ha chiamato col nome di “legge naturale”. Si tratta di una luce che illumina l’identità dinamica del nostro essere e la sua crescita verso la maturità.
Ora, proprio la famiglia è la dimora di tali esperienze primordiali, che costituiscono la luce indispensabile al cammino della vita. Ne ripercorriamo dunque le tre fondamentali, che stanno al cuore di ciascuno di noi: riconoscersi figlio, essere sposo e sposa, diventare padre e madre. Esse sono così decisive che il successo o l’insuccesso della vita è legato proprio alla loro realizzazione.

a) riconoscersi figlio
Ogni uomo nella nascita riceve una prima fondamentale identità, quella di essere figlio, un’identità incancellabile e decisiva. L’inizio non è da me deciso: mi è dato. La dignità di ogni uomo comporta un’esigenza, tante volte dimenticata: quella di essere generato da un atto di amore. In tal modo la relazione della persona con l’amore è un vincolo talmente intimo che ci riporta all’inizio della nostra esistenza di uomini. E’ importante notare che non si tratta di un fatto che dipenda da una nostra scelta.
Di qui l’importanza della famiglia come prima comunione di amore, che sta all’origine della vita di un uomo, luogo di amore vero che offre tutti i mezzi per lo sviluppo adeguato della persona, che si è destata alla vita. Così la relazione tra genitori e figli porta in sé un carattere di definitività. La famiglia è il luogo dove ogni persona è accettata per quello che è, senza condizioni, e non per quello che riesce a fare. La famiglia, essendo una comunità originaria, situa la comunione al principio, come una verità iniziale e non solo finale, esito di un accordo.
Senza questa relazione primaria, ogni scelta successiva, specialmente quella che riguarda il matrimonio, resta compromessa dalla debolezza di una volontà senza radici. Per poter formare nel matrimonio una vera comunione di persone si deve aver sperimentato la libertà come una dimensione che nasce e si alimenta dalla relazione con un’altra persona. La libertà dell’uomo non è indifferenza che sceglie senza presupposti, né arbitrio senza limiti. Quella umana è una libertà creata, che proprio in questa origine esiste, trovandovi una comunione prima, a cui far riferimento. Per poter giungere ad essere un buon coniuge è necessario aver accettato liberamente il proprio esser figlio. Si capisce così meglio, per contrasto, come l’individualismo abbia generato una concezione perversa di libertà, sradicata dalla relazione originaria di figliolanza e quindi incapace di donarsi.

b) essere sposi
Si può cogliere a questo punto anche l’importanza del corpo, che non è qualcosa di estraneo alla persona, quasi un materiale informe, a cui si potrebbe attribuire qualsiasi significato. Se fosse così, il corpo sarebbe incapace di fondare una comunione reale tra le persone e ne resterebbe estraneo. Esso è invece il segno visibile della realtà invisibile della persona, così che la differenza sessuale, iscritta nel corpo, indica la vocazione personale ad una forma specifica di comunione delle persone: quella che le fa «essere una sola carne», secondo le parole della Genesi.
La dinamica affettiva, radicata nella nostra corporeità e che sta all’origine dell’agire umano, è una chiamata ad aprirsi all’altro, anzi è addirittura una chiamata al dono di sé per accogliere l’altro e uscire così dalla solitudine originaria. Lo ricorda la costituzione conciliare Gaudium et spes, in un passo particolarmente caro a San Giovanni Paolo II, che tante volte lo ha citato: «L’uomo, che sulla terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono di sé» (n. 24). Ciò raggiunge il suo vertice naturale e sacramentale nella relazione sponsale con un’altra persona di sesso diverso, nella quale il “dono sincero di sé” si realizza in forma unica ed esclusiva, totalizzante e irrevocabile nel segno del corpo. Secondo Mulieris dignitatem, «nell’unità dei due l’uomo e la donna sono chiamati sin dall’inizio non solo ad esistere uno accanto all’altro oppure insieme, ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente l’uno per l’altro» (n. 7). Così essi esprimono una certa somiglianza con la comunione delle Persone Divine, che riveste dunque in qualche modo una funzione di causalità esemplare rispetto all’amore umano, pur salvaguardando rigorosamente i limiti dell’analogia.

c) diventare padri e madri
Che la crisi del generare, la quale affligge in modo ormai preoccupante le società occidentali del benessere in declino demografico, abbia a che fare con una crisi della speranza, è affermazione generalmente condivisa. L’eclissi della paternità è l’espressione radicale della malattia della libertà, la quale, staccata dall’origine e dai legami, finisce necessariamente col perdere ogni slancio verso il futuro e col ripiegarsi sul progetto di un’autorealizzazione individualistica (10).
Ma la speranza non va da sé, essa è la più sorprendente delle virtù: per poter sperare bisogna aver ricevuto una grande grazia, bisogna essere molto felici, diceva Charles Péguy (11). La sovrabbondante fecondità del dono originario fruttifica nel sacramento del matrimonio come un’apertura generosa a comunicare il dono ricevuto. «La grande legge dell’amore non è forse quella di donarsi l’uno all’altro, per donarsi insieme?» (12). Non si tratta allora di una regola estrinsecamente imposta, ma della dinamica inscritta nell’amore. E pertanto, la paternità e maternità non si configurano né come un progetto puramente umano, da deliberare con cautela e da costruire eventualmente con le proprie forze, né come pretesa di un diritto assoluto, quasi il figlio potesse essere oggetto di una rivendicazione. Per diventare veramente padri, occorre cominciare innanzitutto col «piegare le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità prende nome» (Ef 4,14-15). Il figlio potrà così essere ricevuto come un ospite che viene da lontano, frutto e dono sovrabbondante di un amore, che ha nel mistero di Dio la sua prima origine e il suo ultimo destino.
A partire da queste esperienze primordiali, iscritte nella memoria e nel cuore di ciascuno, delle quali la famiglia è il luogo di custodia, si può delineare un itinerario di formazione del soggetto umano: riconoscersi figlio, per essere sposo e diventare finalmente padre e madre.

3. La bellezza specifica dell’amore coniugale e familiare
Dopo aver segnalato le ragioni dell’oscurarsi della famiglia e aver richiamato la luce di quelle esperienze originarie che sono custodite nella famiglia, possiamo ora mettere a fuoco i contenuti fondamentali della spiritualità coniugale e familiare. Se i Padri del Concilio hanno valorizzato molto e con affermazioni innovative il tema dell’amore (13) e se hanno saputo indicare anche nella vita coniugale un cammino verso la santità (14), in realtà non poterono sviluppare per gli sposi cristiani un concetto analogo a quello di carità pastorale, che avevano innovativamente coniato per i sacerdoti. Nei documenti del vaticano II, il tema della santità dei coniugi e dei genitori in realtà fa riferimento soprattutto all’aiuto vicendevole e alle responsabilità educative della famiglia. La questione degli atti coniugali specifici, pur dichiarati «onesti e degni» (15), non è ancora integrata in una prospettiva di santità, ma legata solo ad un arricchimento umano vicendevole.
Ci vorrà San Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio (1981) per parlare finalmente di “carità coniugale”. Si tratta di un’autentica novità, alla cui base sta il ricco insegnamento delle sue Catechesi del mercoledì sulla teologia del corpo. In effetti Egli afferma con accento e linguaggio nuovo: «L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce» (n. 13). In essa la partecipazione nello Spirito alla vita di Cristo «comporta quella totalità in cui entrano tutte le componenti della persona: richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà». Essa mira ad una unità profondamente personale, che mediante l’unione nella carne e al di là di essa conduce ad essere «un cuor solo e un’anima sola».
L’amore coniugale tra l’uomo e la donna diventa, per la presenza dello Spirito, mezzo di salvezza e cammino di santità: i coniugi donandosi reciprocamente l’uno all’altra si comunicano nello stesso tempo la carità divina che abita il loro amore umano. In effetti la coniugalità implica sempre quell’intimità, che si affaccia nel richiamo del corpo e dell’istinto, si presenta come ricca di fascino singolare nell’affetto e nell’esultanza del sentimento e spinge così l’uomo e la donna all’accoglienza dell’altro e al dono di sé, sempre tuttavia attraverso la mediazione del corpo (16). Lo Spirito Santo, con la sua presenza trasformante è capace di ordinare e trasfigurare tutta la ricchezza che l’esperienza erotica implica, così che gli sposi non si comunicano l’un l’altro soltanto il proprio amore umano, ma anche ciò che di più prezioso Dio stesso ha comunicato loro, cioè il dono dello Spirito, in un cammino di progressiva crescita nella carità, di dilatazione a ricevere e donare l’amore divino. Si apre qui la strada per una “mistica nuziale”, solidamente fondata nella teologia sacramentaria (17).
Il grande teologo tedesco del sec. XIX, Matthias J. Scheeben ebbe a dire: «Il matrimonio è una “chiesa nella carne”» (18). In effetti, se la Chiesa è il Corpo di Cristo ed è Communio personarum, che manifesta la somiglianza con la divina comunione della Santissima Trinità, allora il matrimonio è il sacramento in cui l’unione dei corpi degli sposi esprime e realizza quella comunione delle persone, che è il tempio in cui si celebra il culto spirituale a Dio. «La Chiesa vive nella famiglia», scriveva con efficacia il vostro vescovo, qualche anno fa (19). Tutto ciò conduce a concepire e vivere la realtà del matrimonio in una prospettiva sacramentale.
Certo, la famiglia non è una realtà salvifica o già salvata: ha bisogno di essere salvata e deve convertirsi, per ritrovare la luce originaria e per accogliere lo splendore ancor più grande della carità.
Se non solo il momento della celebrazione, ma tutta la vita coniugale è segno sacramentale della carità di Cristo per la Chiesa, sua Sposa, allora essa si carica di una sorprendente positività e bellezza (20). La relazione sponsale è il veicolo per cui passa, in forza del sacramento, l’azione salvifica di Cristo tra i coniugi e quindi, a partire dai coniugi, per tutta la famiglia che si è costituita a partire dal loro matrimonio. Così la carità coniugale è sorgente di una carità genitoriale, filiale e fraterna (caritas parentalis, filialis e fraterna). I rapporti familiari che vengono dalla carne e dal sangue sono irrigati dall’amore divino e trasfigurati, in modo da ripresentare la paternità di Colui «da cui prende nome ogni paternità nel cielo e sulla terra» (Ef 3, 15), la obbedienza filiale di Gesù, il perfetto ed eterno bambino teandrico (21), e la nuova fraternità che nasce dallo Spirito e che, pur rispettando ed anzi valorizzando la legge della prossimità e della preferenza, è sempre aperta ad accogliere anche chi non ha una famiglia propria (22).

Conclusione: il “mistero” della famiglia, fonte di luce
«Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5, 32). Il mistero della famiglia, radicata nel matrimonio è una grande luce per la vita del mondo. Nella mentalità contemporanea sussiste un equivoco che impedisce di riconoscere l’autentico valore conoscitivo del mistero. Abitualmente lo si intende come qualcosa di incomprensibile e di oscuro, e quindi come qualcosa cui non prestare attenzione, perché sarebbe una perdita di tempo per l’intelligenza occuparsene. Così il mistero della famiglia, relegato nell’irrazionale e nella sfera del soggettivo, è escluso dall’ambito pubblico della vita e non porta più il suo contributo di luce. Se si ritrova questo significato originario della parola mistero si riscopre anche la sua capacità di illuminare. Il mistero, diceva Gabriel Marcel, è ciò che, invisibile in se stesso, perché troppo luminoso, porta luce a tutto quanto lo circonda: senza di esso tutto piomberebbe nel buio (23). La famiglia non è un problema, è un mistero: una verità originaria, che ci precede e che ci è intima, cui accostarci con venerazione.
Ora siamo in grado di capire quale splendore irradi il mistero della famiglia nella vita dell’uomo. Innanzitutto quello sulla verità dell’uomo, perché solo nella famiglia può comprendere la sua natura di figlio, che viene da un amore, che impara a condividere l’amore come fratello, che è chiamato a donarsi a sua volta come sposo o come sposa e che infine può scoprire la fecondità del suo amore come padre e come madre. Ma questa luce porta oltre: essa infatti è un primo riflesso nella creazione della luce che viene da Cristo, splendore del Padre. In Lui, Sposo della Chiesa, scopriamo che la famiglia umana è immagine creata della comunione divina della Santissima Trinità. Di questa comunione la famiglia cristiana è chiamata ad essere luminosa epifania, aprendo così all’uomo la strada verso Dio.
«Il futuro dell’umanità passa attraverso la famiglia», diceva più di 30 anni fa San Giovanni Paolo II. Ora siamo in grado di cogliere quanto profetiche fossero quelle sue parole, per la drammaticità della situazione in cui ci troviamo a vivere. Nel buio della sera, in cui siamo, è necessario per la vita del mondo che splenda la luce del mistero della famiglia, nella sua originaria verità, e che essa sia posta sul moggio, per illuminare tutta la casa degli uomini. Sarebbe questo il frutto più importante e necessario del prossimo Sinodo, per il quale dobbiamo tutti pregare e lavorare: non un indebolimento casuistico che renda liquida la famiglia in nome di una falsa misericordia, ma la rinnovata consapevolezza di un dono di grazia capace di trasformare anche la cultura.


Note
1- FRANCESCO, Es. ap. Evangelii gaudium, n. 66.
2- A queste tematiche ho dedicato il mio recente volume: L. MELINA, La roccia e la casa. Socialità, bene comune e famiglia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013, cui rimando per l’approfondimento.
3- Cfr. Z. BAUMAN, L’amore liquido, Laterza, Bari 2004.
4 - In merito si veda: M.A. PEETERS, The specificity of Christian kerygma in the face of the new global ethic, Kampala, 9 June 2005; E. ROCCELLA- CCELCARAFFIA, Contro il cristianesimo. L’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2005.
5- Cf. L. ROUSSEL, Les nouveaux modèles familiaux, Paris 1984; J.H. HAGAN, “Nuovi modelli di famiglia”, in PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Dehoniane, Bologna 2003, pp. 635-639.
6 - Cf. J.-J. PÉREZ-SOBA, Il mistero della famiglia, Cantagalli, Siena 2010, pp. 55-58.
7- FRANCESCO, Discorso alla Convocazione del Movimento del Rinnovamento nello Spirito, Stadio Olimpico di Roma, domenica 1 giugno 2014.
8- Per una discussione argomentata sull’identità naturale della famiglia, in confronto con le tesi relativistiche si vedano: P. DONATI, Perché “la” famiglia? Le risposte della sociologia relazionale, Cantagalli, Siena 2008; L. MELINA (a cura di), Il criterio della natura e il futuro della famiglia, Cantagalli, Siena 2011.
9- SAN GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, n. 11.
10- Cfr. A. SCOLA, Il mistero nuziale. Uomo - Donna. Matrimonio – Famiglia, Marcianum, Venezia 2014, pp. 105-122. Si veda anche il numero XII/2 (1996) della rivista Anthropotes, dedicato monograficamente al tema della paternità; inoltre: G. ANGELINI, Il figlio. Una benedizione, un compito, Vita e pensiero, Milano 1991.
11- CH. PÉGUY, Le Porche du mystère de la deuxième vertu, in Œuvres poétiques complètes, « La Pléyade », Gallimard, Paris 1975, p. 578.
12- A. MATTHEEUWS, Les “dons” du mariage. Recherche de théologie morale et sacramentelle, IET, Bruxelles 1996, 154.
13- Cfr. Gaudium et spes, n. 49.
14- Cfr. Lumen gentium, n. 41.
15- Gaudium et spes, n. 49: «Actus proinde, quibus coniuges intime et caste inter se uniuntur, honesti et digni sunt».
16- Cfr. J. NORIEGA, Eros e agape nella vita coniugale, Cantagalli, Siena 2008, p. 38.
17- Si vedano in proposito i già citati contributi di M. OUELLET, Divina somiglianza. Antropologia trinitaria della famiglia, Lateran University Press, Roma 2004; Mistero e sacramento dell’amore. Teologia del matrimonio e della famiglia per la nuova evangelizzazione, Cantagalli, Siena 2007.
18- Cfr. per la citazione attribuita a Scheeben: A. KRIEKEMANS, Preparazione al matrimonio e alla famiglia, Vita e pensiero, Milano 1959, p. 93.
19- Cfr. L. NEGRI, Vivere il matrimonio. Percorsi di verifica per fidanzati e sposi, Ares, Milano 2006, pp. 100-119.
20- I capisaldi della spiritualità coniugale di San Giovanni Paolo II si possono trovare nella recente opera di P. KWIATKOWSKI, Lo Sposo passa per questa strada… La spiritualità coniugale nel pensiero di Karol Wojtyła. Le origini, Cantagalli, Siena 2011.
21- Cfr. H. U. VON BALTHASAR, Se non diventerete come questo bambino. Quattro meditazioni cristologiche, Piemme, Casale Monferrato 1992, 7-47.
22- Cfr. J. RATZINGER, La fraternità cristiana, Queriniana, Brescia 2005.
23- Cfr. G. MARCEL, “Il mistero familiare”, in Homo viator. Prolegomeni ad una metafisica della speranza, Borla, Città di Castello 1980, pp. 81-113.

SAN GIOVANNI BOSCO: STORIA E ATTUALITA'

Conferenza di don Diego Cattaneo - salesiano e parroco di San Benedetto - il 19 febbraio in Cattedrale in occasione della peregrinazione dell'Urna di don Bosco

L’opera di Don Bosco è iniziata come “un semplice catechismo” e come un modo cristiano di raccogliere ragazzi e giovani per toglierli dai pericoli della strada. Ma essa si è progressivamente ampliata e articolata, divenendo oratorio, scuole domenicali, scuole serali, laboratori professionali, ospizi, convitti, scuole secondarie, associazionismo…
L’oratorio, iniziato quale istituzione educativa totale (includente cioè la scuola, il laboratorio per gli artigiani, il collegio-pensionato e anche il seminario vocazionale, il cortile-ricreatorio), si è poi nel corso della storia venuto ad identificare come il settore della “casa”/parrocchia salesiana che funge da centro giovanile, in cui ci si conosce e si sta insieme, si fa pratica di responsabilità e di creatività, si partecipa ad attività ludiche, ma anche di volontariato civile e ecclesiale.
Sembra che per alcuni l’Urna non rappresenti altro che “l’esposizione macabra di un cadavere”, per noi Salesiani e per la Chiesa in Ferrara-Comacchio, “DON BOSCO È QUI”, Santo tra i santi per richiamare alle nostre comunità la “questione giovanile”, per ricordare a noi Sacerdoti, ai Genitori, agli Insegnanti, a coloro che hanno a cuore i giovani la comune VOCAZIONE EDUCATIVA: siamo chiamati da Dio ad educare i nostri ragazzi e i nostri giovani per renderli consapevoli della loro vera identità e dignità di figli del Padre in Gesù Cristo.
Don Bosco è qui, per ridestare questa Città di Ferrara, per innescare sia in istituzioni civili che ecclesiastiche una dinamica favorevole ad una maggiore attenzione ai giovani, alla loro educazione e formazione, alla loro socializzazione e promozione, ossia al loro futuro e al futuro della società ferrarese.

L’INIZIO – IL PUNTO DI PARTENZA
Uno degli episodi più significativi degli inizi dell’Opera di Don Bosco a favore dei suoi ragazzi è un sogno che nel tempo vedrà le sue realizzazioni.
Il “sogno dei nove anni” segnò l’intera vita di Giovanni Bosco, lui lo comprenderà appieno solo un anno prima di morire, celebrando la Messa all’altare di quella Maestra, l’Ausiliatrice, che gli aveva detto: “A suo tempo tutto comprenderai”.
«A 9 anni ho fatto un sogno. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole.
In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse: "Dovrai farteli amici non con le percosse ma con la mansuetudine e la carità. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva e che l'amicizia con il Signore è un bene prezioso". Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace di parlare di religione a quei monelli.
In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa facessi gli domandai: "Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?". "Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose - dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la scienza". "Come potrò acquistare la scienza?". "Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante". "Ma chi siete voi?". "Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno". "La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome". "Il mio nome domandalo a mia madre".
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse: "Guarda". Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c'era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi disse: "Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli". Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell'uomo e a quella signora. A quel punto nel sogno mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse: “A suo tempo, tutto comprenderai…”.
… Io ho sempre taciuto ogni cosa, i miei parenti non ne fecero caso. Ma quando, nel 1858, andai a Roma per trattar col Papa della Congregazione salesiana, egli si fece minutamente raccontare tutte le cose che avessero anche solo apparenza di soprannaturale. Raccontai allora per la prima volta il sogno fatto in età di nove anni. Il Papa mi comandò di scriverlo nel suo senso letterale, minuto e lasciarlo per incoraggiamento ai figli della Congregazione, che formava lo scopo di quella gita a Roma».

IL TEMPO DI DON BOSCO E LA MODERNITÀ
Don Bosco nasce quando ancora non sono passati trent'anni dalla Rivoluzione francese, l'anno stesso in cui, con il congresso di Vienna, tramonta il mito napoleonico (1815).
Il tempo di Don Bosco, dettagliatamente analizzato nelle opere di Pietro Stella e Pietro Braido, ha visto un risveglio generale dei nazionalismi, che in Italia si concretizzava nel risorgimento e nelle guerre di indipendenza.
Si ponevano le basi per una nuova vita civile di tipo democratico. Cominciavano ad aver luogo le votazioni ed apparivano i partiti politici.
È il secolo delle trasformazioni sociali, con l’industrializzazione, l’urbanesimo, l’esplosione demografica, il fenomeno dell’emigrazione in America.
Appaiono le ideologie, che acquisteranno sempre maggior ascendente sulle masse. Accanto ai neoguelfi, ai neoghibellini e ai socialisti utopici, si affermano i movimenti del liberalismo e del marxismo.
In Italia è particolarmente duro lo scontro tra lo Stato e la Chiesa, con l’incameramento dei beni ecclesiastici, l’invasione degli Stati Pontifici, la conquista di Roma, l’astensione e il conflitto di coscienza dei cattolici.
Ma abbandoniamo questo modo di esporre il periodo storico nel quale certamente Don Bosco ha interagito con i numerosi protagonisti come Pellico, Gioberti, Rosmini, Manzoni, Covour, Balbo, Rattazzi, Farini, Crispi, Zanardelli, Lanza e molti altri, teorici della politica (come tanti nostri politici ed amministratori).
Andando a conoscere il vissuto della gente del popolo, si scopre come Don Bosco non amasse la politica teorica, quanto coltivasse un personale pragmatismo politico.
Quando Don Bosco giunse a Torino, nel novembre del 1841, si imbatté in una realtà sociale di transizione, caratterizzata da una prima ondata di sviluppo manifatturiero e commerciale, ma anche dal disordinato afflusso migratorio di persone di ogni genere, sradicate per necessità dai propri contesti, per nulla inserite nel tessuto civile.
Precarietà occupazionale, sfruttamento, sovraffollamento in alloggi inadatti, problemi igienici e sanitari, miseria morale, incuria educativa e anche devianza e pericolosità, si ripercuotevano dolorosamente sulla città, con conseguenze di difficile controllo sociale.
Nelle fasce più giovani della popolazione le conseguenze negative apparivano con più evidenza. La miseria e l’ignoranza spingeva i genitori all’inserimento precoce dei bambini nel lavoro, in condizioni spesso disumane, nocive per lo sviluppo fisico e le abitudini morali.
Ad aggravare il quadro si aggiungeva una massa di ragazzi e giovani migranti stagionali, totalmente abbandonati a se stessi. Fenomeno che preoccupava per i pericoli di ordine morale e sociale in cui potevano incappare i minori privi di ogni tutela.
Quella multiforme e irrequieta folla giovanile invadeva strade, piazze e prati della periferia, alla ricerca di espedienti per campare la vita.
Una situazione veramente preoccupante.
Il parroco di Borgo Dora, la zona in cui Don Bosco istituisce il suo oratorio, descrive la sua popolazione al Ministro di Grazia e Giustizia (nel 1841 era di circa 10.000 anime, mentre nel 1850 salirà a 20.000):
“Un ammasso di poveri… Innumerevoli famiglie mancano di tutto quello che può rendere sopportabile l’esistenza, non hanno pane, non hanno abiti, non hanno letto, così che non pochi sono costretti a giacere sulla nuda terra, od ammonticchiati sopra un sudicio pagliericcio… È poi una terribile disgrazia non solo per le anime, ma anche per la Società, il modo con cui si educano le famiglie; pochi genitori se ne interessano, molti la trascurano, o si fanno anche maestri alla propria prole di iniquità”.
Don Bosco scopre tutto ciò e ne resta turbato, soprattutto quando, forse nel 1941, viene condotto dal suo confessore e direttore spirituale Don Giuseppe Cafasso nelle carceri cittadine. Ce lo riferisce lui stesso nelle sue Memorie, in un passo molto noto, nel quale si prospetta già un’ipotesi di intervento educativo a favore di quelle “turbe” di giovani:
“Vedere turbe di giovinetti sull’età da 12 a 18 anni; tutti sani, robusti, di ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire. Chi sa, diceva tra me, se questi giovani avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse, li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a Don Cafasso e col suo consiglio e coi suoi lumi mi sono messo a studiare il modo di effettuarlo.”
L’osservazione del fenomeno lo convince dell’urgenza di un intervento che, oltre al soccorso immediato, offrisse soluzioni radicali, e non in relazione all’ordine pubblico per ottenere controllo e repressione, interpellando il Ministro di Grazia e Giustizia come fece il parroco di Borgo Dora, ma scegliendo la strada dell’educazione e dell’istruzione.
Ancora…, interessante è quanto Don Bosco ricorda nelle Memorie dell’Oratorio, scritte tra il 1873 e il 1876 su ordine esplicito del Papa:
“A frequentare il primitivo catechismo domenicale, tra il 1842 e il 1845, erano ragazzi e giovani di provenienza assai varia: savoiardi, valdostani, biellesi, novaresi, lombardi; giovanetti per lo più stranieri, i quali passano a Torino soltanto una parte dell’anno lavorando come scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori… Mi prefissi di raccogliere soltanto i più pericolanti fanciulli, e di preferenza quelli usciti dalle carceri e per i giovani che si trovavano lontani dalle proprie famiglie, perché forestieri in Torino, con l’intento di poter diminuire il numero dei discoli, e di quelli che vanno ad abitare le prigioni”.
Le prigioni, le carceri. I giovani rinchiusi, privati della dignità, infelici… Ecco che si ripresenta nella mente di questo giovane sacerdote il tormentoso pensiero ricorrente, quasi un’ossessione.
Un’esperienza, questa, che l’Arcivescovo Luigi, nell’omelia celebrativa della Solennità di Don Bosco a San Benedetto, in modo appropriato e calzante, ha definito “lo schiaffo del dolore di tanti giovani”: è la stretta al cuore provocata dall’incontro con i giovani abbruttiti dalle circostanze di una vita grama, che determina inequivocabilmente la scelta di campo di San Giovanni Bosco: “L’idea degli oratori nacque dalla frequenza delle carceri di questa città”.
Personalmente, a questo punto della mia riflessione, mi chiedo sempre quali siano le CARCERI nelle quali oggi rinchiudiamo i nostri giovani…
Provo la stessa ansia educativa che tutti, spero, abbiamo percepito nelle parole pronunciate da Don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile “Beccaria” di Milano, durante la visita dell’Urna di Don Bosco ai giovani ivi rinchiusi:
«Don Bosco è l’esempio vivente della misericordia di Dio… Oggi, come ai tempi di don Bosco, viviamo in una società forcaiola che ci dice: chiudeteli in cella e buttate via la chiave. Io, che da 40 anni sto fra questi giovani, ho visto accadere cose meravigliose. Qui dentro si può cambiare. Ma il problema è fuori, è dopo, dove non si mobilitano risorse per dare lavoro, istruzione, casa, speranza di futuro ai nostri ragazzi».
I giovani di Ferrara, come tutti i giovani di questa nostra Italia aspettano da noi, da tutti noi, al di là di ogni nostra competenza, ascolto e accoglienza; ma soprattutto sono in attesa da chi le competenze le ha (le amministrazioni, i governi comunali, provinciali, regionali e nazionali), ebbene attendono il lavoro garantito, istruzione libera, casa per realizzare un progetto di famiglia… è questo che da speranza e apre al futuro i “nostri ragazzi”.

LA “QUESTIONE GIOVANILE”
Nella seconda metà dell’’800 non sorsero solo la “questione romana” e la “questione meridionale”, come sappiamo avendolo appreso a scuola, ma si pose anche la “questione giovanile”(di questa grazie ai filtri ideologici e radicali applicati ai programmi, a scuola non se ne parla). Chi con più forza la portò alla ribalta dell’opinione pubblica nazionale fu don Bosco.
Sacerdote e non politico, educatore e non sociologo, padre dei giovani e non sindacalista, don Bosco sentì sulla sua pelle la difficile situazione dell’enorme porzione di gioventù italiana (e non) di cui non ci si occupava o ci si occupava male.
Sul piano teorico ebbe l’intuizione, intellettuale ed emotiva, della portata universale, teologica e sociale, della “questione giovanile”.
Sul piano operativo intuì la necessità di interventi al riguardo su larga scala, nel mondo ecclesiastico e nella società civile, come necessità primordiale per la vita della Chiesa e per la stessa sopravvivenza dell’ordine sociale.
Per Don Bosco la gioventù è il futuro della Chiesa (che ne sarà della Chiesa se le comunità cattoliche non genereranno nuovi figli di Dio, sto parlando di generazione alla fede – BUON CRISTIANO); per Don Bosco la gioventù è anche il futuro della società civile (che ne sarà di una società se gli adulti non hanno a cuore il futuro dei loro figli per farne degli ONESTI CITTADINI).
A fronte di una società avviata ad una progressiva secolarizzazione, Don Bosco reagì puntando sui giovani come forza in grado di rigenerare la società, se educati in ambienti dove sperimentare in modo concreto la speranza verso il futuro, dove avere il coraggio di affrontare le questioni della vita quotidiana secondo modalità alternative a tante dominanti.
Egli ha anticipato così, per così dire, quella prospettiva di azione educativa che oggi definiamo basata sui diritti umani dei minori.
Ha evidenziato come si possano realizzare risultati estremamente positivi nell’ambito della cooperazione tra pubblico e privato.
Ha intuito la validità di un sistema sociale rispondente ad una logica di solidarietà e sussidiarietà, i cui principi la politica, in parte e con fatica, sta tentando di acquisire solo oggi.
Ben a ragione dunque la sua figura è stata inserita nel 2001 nella collana “L’identità italiana”, che presenta “la nostra storia: gli uomini, le donne, i luoghi, le idee, le cose che ci hanno fatti quello che siamo”.
Una italianità fatta di comunità educative interregionali e di espansione in tutto il territorio.
Tuttavia, Don Bosco non ha lanciato proclami in favore della causa nazionale, l’ha però promossa con i fatti, accogliendo nelle sue prime case di Torino ragazzi di mezza Italia ed espandendo le sue opere oltre la città e la provincia.
Nel 1863, a soli 4 anni dalla fondazione della società salesiana, apre un collegio a Mirabello di Alessandria, la prima di molte altre case del Piemonte e nel 1870 è la volta della Liguria.
Sei anni dopo manda salesiani in tre seminari del Lazio, nel 1878 apre case in Toscana e in Veneto, nel 1879 fonda opere in Lombardia, Puglia e Sicilia.
In Emilia Romagna arriva nel 1881 e nel Trentino, terra ancora parte dell’impero austriaco, nel 1887. E altrettanto fa in favore della gioventù femminile dal 1872 in poi con le Figlie di Maria Ausiliatrice.
E non pensò solo all’Italia.
Se Mazzini fondava la Giovine Europa, Gioberti scriveva di “europeismo”, Rosmini parlava di “società universale”, Cattaneo di “Stati Uniti d’America” pensando all’Italia, Don Bosco, da cattolico, fu europeista e universalista ante litteram: mandò infatti i suoi “figli”, all’epoca quasi tutti italiani, in Europa ed anche in America Latina, là dove vi erano da assistere i poveri emigrati lasciati soli dall’Italietta del tempo.
Nelle sue case don Bosco ha educato alla fede e alla vita migliaia di giovani, li ha preparati al lavoro, ha insegnato loro la lingua italiana, la storia italiana, la cultura italiana, l’amore alla lettura, il sistema metrico decimale… (addirittura su testi scolastici o meno, editi da lui stesso e dai suoi “figli”), li ha tenuti occupati nel tempo libero con le piacevoli forme educative, financo artistiche, della musica, del canto, del teatro…
Basti per tutte le case una sola citazione. Il 7 luglio 1880 scriveva al prefetto di Torino Bartolomeo Casalis:
“[L’Oratorio di Valdocco] da piccoli principi, poté crescere fino a ricoverare un migliaio di persone, e fondare officine, laboratori e scuole, dove i più utili ritrovati delle scienze e delle arti sono comunicati ai figliuoli del popolo, e per essi riversati sulla civile società. In conferma di tutto ciò viene il fatto che una innumerevole quantità di giovani, di cui sarei pronto a declinare i nomi, usciti da questo Oratorio, coprono oggidì nella società, uffici più o meno cospicui sia nei Licei che nelle Università, sia nell’Esercito e nelle pubbliche Amministrazioni. E mi è grato poter affermare che nessuno di quelli che si mostrarono docili allievi di questo Istituto, ne uscì sfornito dei mezzi necessari a guadagnarsi onorevolmente il pane”.
Detto in termini moderni, ha cercato non tanto di trasmettere una cittadinanza, soprattutto se intesa nei termini attuali, ma semplicemente di costruire dei buoni cittadini del suo tempo, degli onesti e capaci lavoratori, dei disciplinati interpreti e operatori del comune senso civico, dei buoni cristiani.
E non accontentandosi di servire i giovani più in difficoltà, operò pure in favore della gente umile e semianalfabeta, per la quale diffuse in tutto il paese migliaia di operette di istruzione religiosa, costruì chiese e santuari, promosse devozioni di vario genere.

UN SISTEMA EDUCATIVO INNOVATIVO
È uno dei grandi e ben noti contributi offerti da don Bosco al Paese Italia (ed a tutti i Paesi). Basti dire che il Sistema Preventivo fu apprezzato persino, sia pure entro certi limiti, dagli anticlericali, il ministro Rattazzi fra loro.
Nel 1878 don Bosco, dopo aver discusso con il ministro dell’Interno Crispi dei metodi di educazione che prevenissero i reati dei giovani e di conduzione di carceri minorili, su richiesta dello stesso ministro massone, gli inviò un promemoria ispirato ai principi del Sistema Preventivo, ma che poteva anche essere adottato in istituzioni educative non confessionali.
Don Bosco: un grande Italiano!
Nel 1920 un celebre pedagogista anticlericale e non credente ma onesto, Giuseppe Lombardo Radice, scriveva ai suoi:
«Don Bosco era un grande che dovreste cercare di conoscere. Nell’ambito della Chiesa…egli seppe creare un imponente movimento di educazione, ridando alla Chiesa il contatto con le masse che essa era venuta perdendo. Per noi che siamo fuori della Chiesa e da ogni Chiesa, egli è pure un eroe, l'eroe dell'educazione preventiva e della scuola-famiglia. I suoi prosecutori possono essere orgogliosi».
E ancora:
«Don Bosco? Il segreto è in un idea! Le nostre scuole: molte idee. Molte idee può averle anche un imbecille, prete o non prete, maestro o non maestro. Un’idea è difficile; un’idea vuol dire un'anima».

A Radice, come Salesiani oggi, possiamo rispondere che siamo pienamente consapevoli di quale ricchezza abbiamo ereditato da San Giovanni Bosco. Siamo suoi figli, pur consapevoli dei nostri limiti e delle fragilità comunicateci dalla cultura del nostro tempo.
Siamo convinti che il principale apporto al cambiamento del mondo per l’avvento del Regno è l'impegno per l'educazione. "Non c'è dubbio, come affermava Giovanni Paolo II, che il fatto culturale primo e fondamentale è l'uomo spiritualmente maturo, cioè l'uomo pienamente educato, l'uomo capace di educare se stesso e di educare gli altri".
Il contributo originale che possiamo offrire alla causa dell'educazione si chiama Sistema Preventivo.
Esso mostra la sua permanente vitalità nel saper rispondere alle sfide più diverse. Nelle molteplici situazioni in cui si trova ad operare, esso ha bisogno di continua ricomprensione. Elemento essenziale di tale novità è la condivisione tra salesiani SDB, laici adulti e giovani di una prassi educativa pastorale sempre in dialogo con le acquisizioni delle scienze e con i diversi contesti in cui operiamo.

Elementi centrali del Sistema Preventivo
Il Sistema Preventivo rappresenta il condensato della saggezza pedagogica di Don Bosco e costituisce il messaggio profetico che ha lasciato ai suoi eredi e a tutta la Chiesa.
Per garantire fedeltà e fecondità a questa esperienza spirituale ed educativa occorre riconsiderare le intuizioni originali di Don Bosco.
Egli è convinto che "questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, religione e sopra l'amorevolezza".
Ragione, religione e amorevolezza sono oggi, più di ieri, elementi indispensabili all’azione educativa e fermenti preziosi per dar vita ad una società più umana, in risposta alle attese dei giovani nell’oggi.

a) Ragione
Nel pensiero di Don Bosco ragione è sinonimo di ragionevolezza e persuasione, viste in opposizione a costrizione e imposizione. Essa aiuta a valutare tutte le cose con senso critico e a scoprire il valore autentico delle realtà terrene, rispettandone l'autonomia e la dignità secolare. Abilita a scoprire e condividere il grande sforzo dell'uomo, nell'incessante e faticoso processo di personalizzazione e di socializzazione.
Ragione sottolinea i valori dell'umanesimo cristiano, quali la ricerca di senso, il lavoro, lo studio, l’amicizia, l'allegria, la pietà, la libertà non disgiunta da responsabilità, l’armonia tra saggezza umana e sapienza cristiana.
Più a fatti che a parole Don Bosco ci ha mostrato che, alla radice del suo sistema educativo, c'è un solido umanesimo ed un genuino apprezzamento delle realtà creaturali. Ciò fa del Sistema Preventivo un sistema aperto, ricco di speranza nell'uomo, capace di fare i conti con le diverse situazioni culturali. Comporta perciò un'attenzione particolare ai contesti, una previa lettura della situazione dei giovani e una articolazione degli interventi educativi
b) Religione
La religione, intesa come fede accolta e corrisposta, rappresenta il punto di incrocio fra il Mistero di Dio e il mistero dell'uomo, legato alla fragilità della sua storia e della sua cultura, ma anche sollecitato dalla sicura chiamata di Dio. La coscienza di una tale realtà ci invita noi preti, genitori, educatori, insegnanti ad imitare la pazienza di Dio, incontrando giovani e laici "al punto in cui si trova la loro libertà".
Religione significa fare spazio alla Grazia che salva, coltivare il desiderio di Dio, favorire l’incontro con Cristo Signore in quanto offre un senso pieno alla vita ed una risposta alla sete di felicità, inserirsi progressivamente nella vita e nella missione della Chiesa.
Se da una parte dobbiamo riconoscere che la terra di missione si è estesa ad ogni parte del mondo, dall'altra dobbiamo essere pronti ad imboccare cammini di educazione alla fede mirati e graduali.
Nei contesti cristiani è ancora possibile realizzare il Sistema Preventivo con una certa pienezza ed aiutare fedeli laici adulti e giovani a scoprire il Volto di Gesù. L'ascolto e l'annuncio della Parola, la celebrazione dei sacramenti e specialmente dell'Eucaristia e della Penitenza, l'impegno della carità e della testimonianza, la felicità di vivere sotto lo sguardo di un Padre amoroso sono ancora mete educative possibili e da proporre senza troppe timidezze.
Nei contesti secolarizzati, dove la cultura sembra muta ed incapace di parlare del Padre di Gesù Cri-sto, occorrerà ascoltare per educare le invocazioni di trascendenza e le grandi domande di senso poste dalla vita e dalla morte, dal dolore e dall'amore, senza nascondere il raggio di luce che a noi viene dalla nostra fede.
Nei contesti delle grandi religioni monoteistiche e di quelle tradizionali, il primo dialogo educativo sarà coi laici più vicini per riconoscere insieme a loro la grazia presente in esse, incoraggiare il desiderio di preghiera e valorizzare i frammenti di Vangelo e di sapienza educativa presenti nella cultura, nella vita, nella esperienza dei giovani.
Spesso, noi sacerdoti, ci troviamo ad operare con giovani e laici, con uomini e donne di buona volontà che non manifestano una esplicita appartenenza religiosa. Allora il Sistema Preventivo ci muove a ricercare ed accogliere la scintilla di verità deposta nel cuore d'ognuno, a promuovere quel "dialogo di vita" - specie "nella sollecitudine per la vita umana" e nella "promozione della dignità della donna"- "che prepara la via ad una condivisione più profonda".
c) Amorevolezza
Amorevolezza esprime la necessità che, per avviare un’efficace relazione educativa, i giovani non solo siano amati, ma conoscano di essere amati.
È un particolare stile di rapporti ed è un voler bene che risveglia le energie del cuore giovanile e le fa maturare fino all’oblatività.
Essa si esprime come accoglienza incondizionata, rapporto costruttivo e propositivo, condivisione di gioie e di dolori, capacità di tradurre in "segni" l'amore educativo.
Esprime anche quella carità pastorale che promuove nuova cultura educativa "offrendo uno specifico contributo alle iniziative degli altri educatori ed educatrici".
Abbiamo un dovere esplicito di cercare le vie e i modi migliori per trapiantare la genialità di Don Bosco nella vita pubblica, nel mondo della cultura, della politica, della vita sociale. Essa potrà allora dare vita a quella nuova educazione, che apre la strada alla nuova evangelizzazione.
Con speciale attenzione occorrerà studiare strategie per consegnare il sistema preventivo alle famiglie, aiutandole a illuminare le aspirazioni e i problemi di oggi, a creare un ambiente di allegria, di gioioso ottimismo, dialogo e solidarietà, trasformandole così in autentiche "chiese domestiche".

Il Sistema Preventivo è anche spiritualità… e qui mi si permetta di indirizzare alcune parole alla Famiglia Salesiana. Nella realtà ferrarese, oltre che ai Salesiani di Don Bosco, sono presenti quattro componenti/gruppi: i Salesiani Cooperatori, l’Associazione di Maria Ausiliatrice, le Volontarie di Don Bosco e gli Ex Allievi di Don Bosco.
Vi sono elementi di spiritualità comuni per tutti i gruppi della Famiglia Salesiana; essi si ispirano tutti a Don Bosco, che è il fondatore dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice insieme a Madre Mazzarello confondatrice, Salesiani Cooperatori e Associazione di Maria Ausiliatrice; per gli altri gruppi essi si riferiscono ai fondatori propri.
Tali elementi sono enucleati nella “Carta di identità della Famiglia Salesiana”, che è da conoscere e approfondire, perché costituisce il riferimento per la nostra spiritualità di comunione e per la nostra formazione alla comunione.
Non dimentichiamo che il Sistema Preventivo è una espressione e traduzione concreta di questa spiritualità comune.
Esso ci ricollega all’anima, agli atteggiamenti e alle scelte evangeliche di Don Bosco. La «genialità» del suo spirito è legata alla attuazione del Sistema Preventivo. Un sistema riuscito, che è modello e ispirazione per quanti oggi sono impegnati nell’educazione nei diversi continenti, in contesti multiculturali e plurireligiosi.
Un modello che chiede a tutti una continua riflessione per favorire sempre di più la centralità dei giovani come destinatari e protagonisti della missione salesiana.
La pratica del Sistema Preventivo ci porta al centro della spiritualità salesiana, che è la carità pastorale.
Essa è stata vissuta da Don Bosco come ricerca della «gloria di Dio e salvezza delle anime» e si è fatta per lui preghiera e programma di vita nel da mihi animas, cetera tolle.
È una carità che ha bisogno di alimentarsi con la preghiera e fondarsi su di essa, guardando al Cuore di Cristo, imitando il Buon Pastore, meditando la Sacra Scrittura, vivendo l’Eucaristia, dando spazio alla preghiera personale, assumendo la mentalità del servizio ai giovani.
È una carità che si traduce e si rende visibile in gesti concreti di vicinanza, affetto, lavoro, dedizione.
Assumiamo il Sistema Preventivo come esperienza spirituale e non solo come proposta di evangelizzazione e metodologia pedagogica; esso trova la sua sorgente nella carità di Dio che «previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita».
Esso ci dispone ad accogliere Dio nei giovani e ci chiama a servirlo in loro, riconoscendone la dignità, rinnovando la fiducia nelle loro risorse di bene ed educandoli alla pienezza di vita.

SISTEMA PREVENTIVO APPLICATO: Testimonianza - Il 20 ottobre 1990 Jorge Mario Bergoglio scrive da Córdoba una lunga lettera al salesiano Cayetano Bruno, lo storico della Chiesa in Argentina, per ricordare Enrique Pozzoli, il salesiano amico di famiglia che lo aveva battezzato il 25 dicembre 1936 e aveva seguito il suo cammino spirituale. Terminate quelle sei pagine dattiloscritte (pubblicate dall’Osservatore Romano nel numero del 23-24 dicembre 2013), Bergoglio aggiunge altre cinque cartelle dove raccoglie alcuni «ricordi salesiani», in particolare quelli relativi al 1949, anno in cui, tredicenne, aveva frequentato il Colegio.
Non è strano che parli con affetto dei Salesiani, perché la mia famiglia si alimentò spiritualmente dei Salesiani di San Carlos. Da bambino imparai ad andare alla processione di Maria Ausiliatrice, e anche a quella di Sant’Antonio della Calle México. Quando stavo a casa di mia nonna andavo all’Oratorio di San Francesco di Sales. Mi avevano insegnato a chiedere “la benedizione di Maria Ausiliatrice” ogni volta che ci congedavamo da un Salesiano.
Ma l’esperienza più forte con i Salesiani fu nell’anno 1949, quando frequentai come interno il sesto grado nel Collegio Wilfrid Barón de los Santos Ángeles, a Ramos Mejía.
La vita di Collegio era un “tutto”. Ci si immergeva in una trama di vita, preparata in modo che non ci fosse tempo ozioso. Il giorno passava come una freccia senza che uno avesse il tempo di annoiarsi. Io mi sentivo sommerso in un mondo che, sebbene preparato “artificialmente” (con risorse pedagogiche), non aveva nulla di artificiale. La cosa più naturale era andare a Messa la mattina, come fare colazione, studiare, andare a lezione, giocare durante la ricreazione, ascoltare la “Buonanotte” del P. Direttore. A ognuno si facevano vivere diversi aspetti assemblati della vita, e questo creò in me una coscienza: coscienza non solo morale ma anche una specie di coscienza umana (sociale, ludica, artistica, ecc.). Detto in modo diverso: il Collegio creava, attraverso il risvegliarsi della coscienza nella verità delle cose, una cultura cattolica che non era per nulla “bigotta” o “disorientata”. Lo studio, i valori sociali di convivenza, i riferimenti sociali ai più bisognosi (ricordo di aver imparato lì a privarmi di alcune cose per darle a persone più povere di me), lo sport, la competenza, la pietà... tutto era reale, e tutto formava abitudini che, nel loro insieme, plasmavano un modo di essere culturale. Si viveva in questo mondo, aperto però alla trascendenza dell’altro mondo. Mi risultò molto facile, poi nella scuola secondaria, fare il “trasferimento” (in senso psico-pedagogico) ad altre realtà. E questo semplicemente perché le realtà vissute nel Collegio le avevo vissute bene; senza distorsioni, con realismo, con senso di responsabilità e orizzonte di trascendenza. Questa cultura cattolica è — a mio avviso — il meglio che ho ricevuto in collegio.
Tutte le cose si facevano con un senso. Non c’era nulla “senza senso” (almeno nell’ordine fondamentale; perché accidentalmente c’erano gesti d’impazienza di qualche educatore o piccole ingiustizie quotidiane, ecc.). Io imparai lì, quasi inconsapevolmente, a cercare il senso delle cose. Uno dei momenti chiave di questo imparare a cercare il senso delle cose era la “Buonanotte” che generalmente dava il P. Direttore. A volte lo faceva il P. Ispettore, quando passava per il Collegio. In proposito ricordo ancora, come se fosse oggi, una “Buonanotte” di Mons. Miguel Raspanti che in quel momento era ispettore. Fu all’inizio di ottobre del 49. Era andato a Córdoba perché sua madre era morta il 29 settembre. Al suo ritorno ci parlò della morte. Ora, a quasi 54 anni, riconosco che quella piccola riflessione serale è il punto di riferimento di tutta la mia vita successiva riguardo al problema della morte. Quella sera, senza provare paura, sentii che un giorno sarei morto, e mi sembrò la cosa più naturale…. Un’altra “Buonanotte” che fece impressione fu una di P. Cantarutti sulla necessità di pregare la Santissima Vergine per capire bene la propria vocazione. Ricordo che quella notte pregai intensamente fino al dormitorio (si dovette notare qualcosa perché due giorni dopo P. Avilés mi buttò lì un commento)... e da quella sera non mi sono mai addormentato senza pregare. Era un momento psicologicamente adatto a dare un senso al giorno, e alle cose.
Nel Collegio imparai a studiare. Le ore di studio, in silenzio, creavano un’abitudine di concentrazione, di dominio della dispersione, abbastanza forte. Sempre con l’aiuto dei professori, ho imparato un metodo di studio, regole mnemotecniche, ecc. Lo sport era un aspetto fondamentale della vita. Si giocava bene e molto. I valori che insegna lo sport (oltre alla salute) già li conosciamo. Nello studio come nello sport aveva una certa importanza la dimensione della competizione: ci insegnavano a competere bene e a competere da cristiani. Con gli anni ho sentito alcune critiche a questo aspetto competitivo della vita... Ma curiosamente le facevano cristiani “liberati” da questo aspetto pedagogico ma che nella vita quotidiana si scannavano tra loro per denaro o per potere... e non competevano da cristiani.
Una dimensione che crebbe molto negli anni successivi a quello trascorso nel Collegio fu la mia capacità di sentire bene: e mi resi conto che la base era stata posta nell’anno d’internato. Lì mi educarono il sentimento. I Salesiani per questo hanno una speciale abilità. Non mi riferisco al “sentimentalismo” bensì al “sentimento” come valore del cuore. Non aver paura di sentire e dire a se stesso ciò che uno sta sentendo.
L’educazione della pietà era un’altra dimensione chiave. Una pietà virile, adeguata all’età. Nella pietà merita una speciale menzione la devozione alla Santissima Vergine. A me la impressero a fuoco... e, per quel che ricordo, anche ai miei compagni. E il ricorso a Nostra Signora è fondamentale per la vita. Va dalla consapevolezza di avere una Madre in cielo che si prende cura di me alla recita delle tre Avemaria, o del Rosario. Ma la Vergine è rimasta, e non è potuta andar via, dal nostro cuore. Ci inculcavano anche, e rimaneva impresso, rispetto e amore per il Papa. A volte ho ascoltato critiche sulla “pietà” che ci veniva inculcata nel Collegio (le ho sentite anni dopo), ma sono sempre le solite tiritere di chi non vuole andare a messa perché nel Collegio lo obbligavano a farlo, ecc. È una critica anacronistica perché si trasferisce al campo della pedagogia della pietà un problema puntuale com’è quello della ribellione adolescenziale o giovanile.
Strettamente unito all’amore e alla devozione alla Vergine Santissima era l’amore per la purezza. In proposito (e, credo, a proposito di tutto il sistema preventivo di Don Bosco) c’è un’incomprensione molto grande. A me insegnarono ad amare la purezza senza nessun tipo di insegnamento ossessivo. Non c’era ossessione sessuale nel Collegio, almeno nell’anno in cui stetti lì. Più ossessione sessuale ho trovato in seguito in altri educatori o psicologi che facevano ostentatamente mostra di un “lasciapassare” al riguardo (ma che in fondo interpretavano i comportamenti in una chiave freudiana che vedeva sesso ovunque).
C’era anche posto per gli hobby, lavori artigianali, inquietudini personali. Padre Lambruschini c’insegnava a cantare, con P. Avilés imparai a costruire un macchinario per riprodurre documenti e a usarlo; c’era un Padre ucraino (P. Esteban) e chi voleva imparava a servire la messa in rito ucraino... e così molto altro (teatro, organizzare campionati, atti accademici, tassidermia, ecc.) che canalizzavano hobby e inquietudini. Ci si educava alla creatività.
Come affrontavano le crisi i nostri educatori? Ci facevano sentire che potevamo fidarci, che ci volevano bene; sapevano ascoltare, ci davano buoni consigli, opportuni... e ci difendevano tanto dalla ribellione come dalla malinconia.
12. Tutte queste cose configuravano una cultura cattolica. Mi prepararono bene per la secondaria e per la vita. Mai (per lo meno per quel che ricordo) si negoziava una verità. Il caso più tipico era quello del peccato. Fa parte della cultura cattolica il senso del peccato... e lì nel Collegio ciò che mi ero portato da casa in quel senso si rafforzò, prese corpo. Uno dopo poteva fare il ribelle, l’ateo... ma nel profondo era impresso il senso del peccato: una verità che non si poteva buttare via, per rendere tutto più facile. Parlo di cultura cattolica perché tutto ciò che facevamo e imparavamo aveva anche una unità armoniosa. Non ci si “parzializzava”, ma una cosa si riferiva all’altra e si completavano. Inconsciamente uno si sentiva crescere in armonia, cosa che certo non poteva esplicitare in quel momento, ma in seguito sì. E, d’altra parte, tutto era di un realismo impressionante.
Non vorrei cadere nella psicologia dell’ex-alunno, un atteggiamento nostalgico, proustiano, dove la memoria seleziona parti rosa della vita e nega gli aspetti più limitati o carenti. Nel Collegio c’erano mancanze, ma la struttura educativa non era manchevole. Per questo — con gli anni — resta la solidità di questa educazione, e questa solidità che resta è positiva. È quanto ho appena descritto nei paragrafi precedenti. C’erano cose nel 1949 che non sono attuabili nel 1990... ma sono convinto che il patrimonio culturale salesiano del 1949, questo patrimonio pedagogico, è capace di creare nei suoi alunni una cultura cattolica anche nel 1990, come fu capace di crearla nel 1930.
Dico questo perché verso la fine dello scorso anno mi è successo qualcosa che mi ha rattristato. Un Padre Salesiano, che stimo molto, mi ha detto in una conversazione che stavano pensando di lasciare alcuni Collegi in mano ai laici. Gli ho chiesto se era per mancanza di vocazioni. In parte, mi ha detto, era questa la ragione, perché i giovani salesiani non vogliono lavorare nei Collegi, non si sentono attratti da questo apostolato. Io gli ho detto che accadeva tutto il contrario con i giovani gesuiti: vogliono lavorare nei Collegi... e non sono affatto conservatori. C’è di più: negli ultimi 18 anni la Provincia Argentina della Compagnia aveva aperto vari Collegi, usando la forma del Collegio parrocchiale. Mentre io ero Rettore del Máximo, si erano aperti due Collegi nel suo terreno: uno di educazione tecnica e l’altro di educazione dell’adulto. E ora ne è stato appena aperto un terzo proprio lì: primario e secondario. Al padre ho anche detto che più che un problema dei giovani mi sembrava che fosse un problema di come si formavano i giovani... e che vedessero se la mancanza non stesse proprio lì... Quel Padre mi ha anche detto che un’altra ragione era quella di “fare un gesto di inserimento” (sic!) nei quartieri, e per questo avrebbero lasciato i Collegi, o alcuni di essi. Che era una “opzione” pastorale. Di fronte a questo non ho potuto non pensare ai salesiani che avevo conosciuto in Collegio; non so se “facevano gesti di inserimento”, ma che si sfiancavano tutto il giorno e che non avevano neppure il tempo di fare un riposino, questo sì lo so.
Se quegli uomini che avevo conosciuto in Collegio — e con questa riflessione concludo — poterono creare una “cultura cattolica”, fu perché avevano fede. Credevano in Gesù Cristo e — un po’ per fede e un po’ per faccia tosta — avevano il coraggio di “predicare”: con la parola, con la loro vita, con il loro lavoro. Non si vergognavano di schiaffeggiarci con il linguaggio della croce di Gesù che è vergogna e follia per altri. Mi domando: quando un’opera langue e perde il suo sapore e la sua capacità di far lievitare la pasta, non sarà piuttosto perché Gesù Cristo è stato sostituito da altre opzioni: psicologiste, sociologiste, pastoraliste? Non voglio essere semplicista, ma non smetto di preoccuparmi per il fatto che — per fare gesti radicali d’inserimento sociale — si abbandoni l’adesione a Gesù Cristo vivo e il conseguente inserimento in qualsiasi contesto ambientale, compreso quello educativo, per costruire una cultura cattolica.

A 50 ANNI DELLA COSTITUZIONE “SACROSANCTUM CONCILIUM”: Il RINNOVAMENTO LITURGICO ALLA BASE DEL RINNOVAMENTO DELLA CHIESA


Relazione del Card. Antonio Cañizares Llovera. Alla TRE GIORNI del Clero. Seminario di Ferrara, 15 Settembre 2014


1.- Introduzione e saluto

Saluto con affetto il mio caro amico, il vostro Vescovo, Mons. Luigi Negri, Vescovo di questa Diocesi di Ferrara; Apprezzo profondamente l’invito a essere qui con voi in questo incontro sacerdotale - che bello e quanto necessari sono questi incontri sacerdotali!, per condividere alcune riflessioni sull’importante argomento della Liturgia-. Vi partecipo verso la fine del mio servizio alla Chiesa come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e in procinto di riprendere l'esercizio pastorale diretto, che ho dovuto lasciare a Toledo quando sono stato chiamato a Roma, e che adesso ricomincio nella diocesi di Valencia, mia diocesi d’origine. Mi è stato chiesto di parlarvi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, del Concilio Vaticano II, adesso che abbiamo appena celebrato i 50 anni della sua promulgazione. Vorrei che il mio intervento in questo giorno suscitasse in tutti noi, in relazione a questa Costituzione conciliare, un sentimento e un atteggiamento di gratitudine per quanto ricevuto in questo primo testo del Concilio Vaticano II e, inoltre, un impegno a farlo partecipare e dare piena attuazione a un nuovo movimento liturgico, oggi tanto necessario quanto urgente. Come uomini di fede, vissuta nella Chiesa, nella comunione che la costituisce, ci addentreremo fedelmente questo giorno in ciò che lo Spirito ha detto alla sua Chiesa, in ciò che in quel momento – quello del Concilio – ha voluto dirigere alla sua Chiesa, per approfondire in una migliore comprensione della Costituzione e il suo sviluppo, e così sostenere, con fedeltà, ciò che oggi ci chiede per fare diventare realtà sempre più viva ciò che lo Spirito dice alle chiese.

2.- Il grande compito davanti a noi sacerdoti: dare impulso al rinnovamento liturgico 
Vaticano II

Senz’alcun dubbio, questa Costituzione ha lanciato il grande e vero rinnovamento liturgico del nostro tempo. Per parlare del rinnovamento liturgico del Vaticano II è necessario situare tale rinnovamento nell’insieme del Concilio, e ricordare, a tal fine, che il Vaticano II arrivò come una nuova Pentecoste, una vera e propria primavera che apre ad una speranza di vita nuova e feconda trasformazione interiore, secondo lo scopo divino. Il Concilio del nostro tempo, infatti, ha contribuito, ha contribuito in modo straordinario, senza dubbio, che la Chiesa, rinnovata e santificata interiormente incessantemente, viva e agisca generosamente con rinnovato vigore, la solidarietà con l'umanità, nelle loro speranze e preoccupazioni. Questa Chiesa, fidatasi a Dio e guidata da Lui, per la cui glorificazione esiste, è chiamata ad affrontare nei giorni nostri, con coraggio, gioia, allegria, libertà e decisione l’evangelizzazione dell'uomo contemporaneo; evangelizzazione che, non lo dimentichiamo, è opera di rinnovamento di un’umanità nuova, fatta di uomini nuovi, con la novità del battesimo e della vita conforme il Vangelo. Conoscere bene, rileggere, approfondire e interpretare fedelmente questo Concilio, nell’unità e nell'integrità del suo insieme, è oggi un compito ineludibile per la Chiesa.
A questo insieme e unità che appartengono i fini e gli obiettivi che si intendevano col Concilio e che si andranno determinando e intravedendo a poco a poco: tali fini e obiettivi li troveremo formulati chiaramente, proprio nelle parole iniziali della Costituzione sulla sacra Liturgia, "Sacrosanctum Concilium", promulgata da Papa Paolo VI, il 4 dicembre 1963. Lì si legge: "questo sacro Concilio si propone di aumentare di giorno in giorno tra i fedeli la vita cristiana, adattarla meglio al esigenze del nostro tempo, che sono soggette a cambiamenti, promuovere tutto ciò che può contribuire all'unione di tutti coloro che credono in Gesù Cristo e rinvigorire ciò che giova a invitare tutti gli uomini nel seno della Chiesa. Quindi, pensa che le corrisponde in modo particolare procurare la riforma e il fomento della liturgia "(SC, l). I fini del Concilio sono internamente articolati e ordinati tra di loro, e nella loro unità tutti tendono a che Chiesa – e i cristiani con lei e in lei – viva, radicata in Cristo, nell’odierna situazione della storia, con maggiore profondità e trasparenza la sua vocazione comune alla santità per la gloria di Dio, della quale è inseparabile la salvezza degli uomini. Il Concilio Vaticano II è stato, ed è, un Concilio che guarda alla Chiesa, che è chiamata ad essere ciò che Dio vuole che sia; e così il Concilio è invito alla Chiesa ad essere se stessa, come Dio la vuole e la crea, e agisca secondo la vocazione e la missione che le conferisce Dio stesso. Così, per esempio, il rinnovamento liturgico voluto dal medesimo Concilio Vaticano II per sé, non estrapolata da questo contesto e unità, tende verso la celebrazione più consapevole, attiva e partecipativa del mistero pasquale di Cristo, con i frutti di santità, di comunione e di missione conseguenti.
"Il Concilio Vaticano II, ricorda Papa Benedetto XVI nel volume di apertura dei suoi scritti o Opere complete, ha iniziato i sui lavori con la discussione dello 'Schema della Sacra Liturgia', che il 4 dicembre 1963 fu solennemente approvato, come primo frutto della grande assemblea ecclesiale, con il rango di Costituzione. E 'stata quasi un colpo di fortuna, vedendo le cose dal di fuori, che il tema della Liturgia fosse all'inizio dei lavori del Concilio e che la rispettiva Costituzione fosse il primo risultato. E1 Papa Giovanni XXIII aveva convocato l’assemblea dei vescovi, soprattutto con la volontà felicemente condivisa da tutti, di aggiornare il cristianesimo in un’epoca di cambiamento, ma non l’aveva fornito da un programma fisso. Una lunga serie di progetti fu presentata dalle commissioni preparatorie. Ma mancava una chiave per trovare la strada in questa serie di proposte. Tra tutti i progetti, il testo sulla sacra Liturgia sembrava essere il meno controverso. Così, sembrava il più opportuno per iniziare il più presto possibile, quasi come una forma di allenamento con cui i Padri potessero verificare un metodo per il lavoro conciliare. Ciò che esternamente poteva sembrare un caso, si è constatato come la cosa più adatta, anche partendo dall'interno, in vista dell'ordine importanza dei temi e dei lavori del Concilio. In questo inizio, con il tema della Liturgia si metteva di manifesto, senza equivoci, il primato di Dio e la primazia del tema di Dio: Prima Dio, è ciò che ci dice l'inizio con la Liturgia. Quando lo sguardo verso Dio non è ciò che è determinante, tutto il resto perde il suo orientamento. La sentenza della regola benedettina: “Niente si deve anteporre al culto divino” (43,3), vale di modo particolare per il monachesimo, ma ha anche validità in quanto all'ordine di priorità per la vita della Chiesa e di ciascuno in
particolare, secondo il loro stato" (Benedetto XVI).
Quanto bene ha espresso ciò Papa Paolo VI nel discorso di promulgazione di questo importante documento, dicendo: con l'approvazione di questa Costituzione "si è rispettato l'ordine dovuto alle cose e ai doveri. In questo modo, abbiamo professato che occorre dare a Dio il posto principale, che siamo obbligati per primi a dedicare a dirigere suppliche a Dio. Abbiamo professato che sacra Liturgia è la fonte primaria di quel contatto con Dio in cui ci si comunica la stessa vita Dio. La liturgia è la prima scuola del nostro spirito, è il primo dono che dobbiamo consegnare al popolo cristiano unito a Noi nella fede e nella preghiera. La sacra Liturgia è finalmente il primo invito rivolto all'umanità a rilasciare la sua lingua comune in sante e vere preci, perché senta quella forza indescrivibile, rinnovatrice dello spirito che risiede nel cantare con noi le lodi di Dio e nella speranza degli uomini per Gesù Cristo e nello Spirito Santo… Pertanto varrà la pena conservare questo frutto del Concilio, poiché deve stimolare la vita della Chiesa e un certo modo caratterizzarla" (Paolo VI).
Davanti al allontanamento dalla fede, la perdita del senso di Dio umanità, il fallimento d’umanità derivato dalla marginalizzazione di Dio dalla vita degli uomini, che fustigavano già il mondo contemporaneo in quegli anni del Concilio, minacciato inoltre in qualche modo nella sua pace e incerto davanti al suo futuro, la risposta efficace e la priorità suprema e fondamentale della Chiesa, allora come oggi, non poteva essere un altra che condurre gli uomini a Dio, Dio che parla nella Bibbia, Dio rivelatosi nel volto umano del Figlio suo, Gesù Cristo, vivendo lei stessa da Dio, dalla sua fedeltà e obbedienza a Lui, centrata in Lui, lasciandosi guidare da Lui, in comunione con Lui, e in adorazione a Lui. Tale priorità e tale risposta l’hanno data e mostrata i Padri del Concilio Vaticano II, approvando come prima Costituzione la “Sacrosanctum Concilium". Così era chiaro, anche nella "architettura" del Concilio, che il principale è l’adorazione, Dio prima di tutto. Iniziando, dunque, con il tema della liturgia, tutti il Concilio si è messo inequivocabilmente davanti alla luce del primato di Dio e segnò, contemporaneamente, come bussola sicura per orientarci, la strada da seguire in futuro.
Dobbiamo ringraziare Dio, senza dubbio, per questo primo frutto conciliare, di tanta portata per il rinnovamento e il futuro della Chiesa e degli uomini; e non solo dalla Costituzione in sé stessa, ma dal dinamismo rinnovatore ecclesiale che di lì e stato lì promosso e continuerà a promuovere. E, allo stesso tempo, ciò richiede, oggi, da parte nostra, anzitutto da noi sacerdoti, – ordinati preti per la celebrazione dell'Eucaristia e dei sacramenti, per la liturgia – l'impegno urgente a continuare nell’approfondimento del rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II, in cui molto si è fatto, vero, ma che ancora rimane molto da fare. Da qui verranno quindi frutti di rinnovamento ecclesiale, di nuova evangelizzazione, di edificazione di un nuova umanità fatta da uomini nuovi che si conducono nell'amore, che viene da Dio, uomini e donne santificati, che lavorino per la pace. In ciò è che siamo ed è responsabilità di tutti, in particolare della Congregazione per il Culto Divino.
Il Concilio Vaticano II ha inseparabilmente cercato – conviene ricordarlo – la riforma e il rinnovamento della Chiesa, l'evangelizzazione e la vera e giusta pace del nostro mondo. Paolo VI, nel promulgare la Costituzione sulla sacra Liturgia, sottolineava che "La Chiesa è soprattutto, una comunità religiosa, è un popolo fiorente dallo splendore della sua interiorità e dal coltivo della religione. Tutto questo è alimentato dalla fede e dalla grazia soprannaturale". Una Chiesa così è una Chiesa con vita, una Chiesa rinnovata nel suo essere e nel suo agire più profondo, una Chiesa fedele alla sua identità, che risiede nell'essere evangelizzatrice per rinnovare l'umanità. Per essere evangelizzatrice, la Chiesa richiede un profondo rinnovamento di se stessa, che non può essere separato dalla chiamata alla santità che la costituisce: solo una Chiesa rinnovata e fedele alla sua vocazione alla santità potrà di nuovo evangelizzare, come nei primi tempi. Qui, nella santificazione di cui dipende il rinnovamento della Chiesa, si situa la Liturgia, nella quale la Santa Trinità attua e opera in modo efficace la santificazione. Il rinnovamento voluto dal Concilio è inteso da lui non come una mera riforma delle strutture, bensì come un cambiamento interiore, dal di dentro, che fa della Chiesa e delle sue membra strumenti idonei a rendere presente il Vangelo di Gesù Cristo nel mondo: e questo cambiamento, "nuova umanità" si opera nella Liturgia. Ecco perché la liturgia è la chiave per il futuro della Chiesa: il futuro della Chiesa – e del mondo – è nella liturgia, nel rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II.
A differenza della mentalità contemporanea che guarda la chiesa, la società, o le persone solo dal punto di vista dell'efficienza per vedere cosa si può che fare con loro, e presentare così i piani, le strategie o le organizzazioni più efficaci, penso che noi abbiamo invece bisogno di andare al nocciolo della riforma: essa sostiene, più che un cambiamento strutturale – che è anche necessario, ma derivato – una conversione –, oppure la conversione a Dio e a solo Dio, a Gesù Cristo che vive, è presente e agisce; alla sua grazia e della sua grazia, perché solo in tale conversione si diventa veri uomini, uomini nuovi, cristiani sinceri. Il Concilio ci indica che, nella misura in cui rinnoviamo questa conversione a Dio e di Dio, e ravviviamo, per la sua grazia, la fede in Lui e la nostra vocazione alla santità, avremo una Chiesa ringiovanita e con tale vitalità in grado da infondere nelle vene dell'umanità la nuova linfa del Vangelo, ed si attueranno i cambiamenti strutturali necessari. Quando la riforma e il rinnovamento è strappato da questo contesto, quando ci si aspetta la salvezza solo dal cambio degli altri o dalla trasformazione delle strutture, di forme sempre nuove di adattamento ai tempi, forse si potrebbe arrivare di momento a qualche utilità immediata, ma nel insieme della riforma diventa un caricatura di se stessa, in grado di modificare solo le realtà secondarie e meno importanti della Chiesa. (Credo dietro tutto ciò si profila il problema centrale della questione: la crisi di fede).
Questo, vale a dire, il rinnovamento di cui stiamo parlando, ci fa pensare alla liturgia, dove Dio opera la sua opera di salvezza, dove Cristo presente nella Chiesa, per il Suo Spirito, attualizza l'opera della redenzione, il mistero della sua Pasqua, che stabilisce l’umanità salvata e nuova. Il Concilio, per la riforma e il rinnovamento necessari della Chiesa, ci ricorda e indica che le vie per attuarli sono, in primo luogo, quelle della grazia di Dio, le azioni di Dio e, derivati ​​e opera dell’azione divina e della grazia, quelle della santità, dell'ascolto, meditazione contemplativa e accoglienza della Parola di Dio, quelle della preghiera, della liturgia e dei Sacramenti, il cui centro e vertice è l'Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana, quelle della comunione e della carità vissuti efficacemente, che vi derivano. Tutto è dunque riassunto nella santità, partecipazione della santità di Dio, che è la sua gloria. La ragione di essere della Chiesa è il glorificazione di Dio, inseparabile dalla santificazione degli uomini. EI Vaticano II si apre e rinvigorisce – e da qui la speranza che genera – un’appassionante realtà di rinnovamento. A Chi potrebbe quindi risultare strano che la Costituzione sulla sacra Liturgia, provvidenzialmente, sia stata messa nelle fondamenta terreno e "inizi" dell’Architettura del Concilio, avviato a tale rinnovamento della Chiesa, poggiato sulla solida roccia della fede, per portare il Vangelo a tutte le nazioni, affinché il mondo creda, abbia fede e viva dalla fede? L’azione liturgica, inoltre, non può essere considerata genericamente, a prescindere dal mistero della fede: la sorgente della fede e della liturgia è il medesimo avvenimento: il dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale.
Qual è il contributo della Costituzione "Sacrosanctum Concilium"? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tenere a mente che l'intenzione del Concilio Vaticano II, per quanto riguarda la Liturgia, è "mantenere la sana tradizione e aprire, nonostante, al legittimo progresso" (SC, 23); è lo stesso principio e scopo che ha guidato l'intero Concilio, come chiaramente l’ha lasciato definito Papa Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura, e cioè: che il sacro deposito della dottrina cristiana, approfondito e arricchito, sia fedelmente rispettato e presentato, aggiornato in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Questo principio è scrupolosamente preso in considerazione nel rinnovamento liturgico della "Sacrosanctum Concilium", in modo che non potremo capire niente se ignoriamo questo principio della tradizione, cioè di riforma nella 
continuità. La Costituzione raccoglie, continua e arricchisce la tradizione liturgica della Chiesa, e particolarmente costituisce come il frutto maturo e la culminazione di tutto il rinnovamento liturgico portato avanti in precedenza dal cosiddetto "movimento liturgico" che inizia nel XIX secolo con don Prosper Guéranger nella restaurazione dell’Abbazia benedettina di Solesmes, e continua dopo, passando dall'Abbazia Beuron e di Maria Laach, da teologi come Casel, Guardini, Jungman, Parsch, tra gli altri; dai Papi San Pio X e Pio XII, in particolare con la sua enciclica Mediator Dei, fino ad approdare nel Vaticano II, insieme ad altri movimenti, altrettanto fecondi e innovatori, nel campo biblico, patristico, teologico e pastorale. Così, penso che spesso non si è ben compresa la riforma liturgica conciliare. Perciò conviene ricordare quelle parole di Paolo VI nel promulgare la Costituzione sulla Liturgia: "Adesso, senza dubbio, stiamo semplificando alcune forme di culto per renderle più comprensibili ai cristiani e più adatte al linguaggio attuale. Tuttavia, con ciò non intendiamo dare meno importanza alla preghiera, ne posizionarla dietro altre preoccupazioni del sacro ministero e dell’attività pastorale, né togliere nulla della sua forza simbó1ica ne della sua antica eleganza artistica. Tentiamo di purificare la sacra Liturgia perché sia più in linea con le caratteristiche proprie della sua natura, in modo che sia più vicina alla sua verità e grazia, e, infine, perché diventi più facilmente un tesoro spirituale del popolo. Per raggiungere felicemente questo obiettivo, non voliamo che nessuno rompa le regole della preghiera pubblica della Chiesa, introducendo cambiamenti in privato o riti particolari. Non vogliamo che chiunque dsi prenda la libertà di usare a piacimento la Costituzione sulla Sacra Liturgia ... Che nessuno la disturbi, che nessuno la profani" (Paolo VI). Questo è quello che si voleva la riforma.
“Nella Sacrosanctum Concilium sono luminosamente delineati i principi che fondano o fondamentano la prassi liturgica della Chiesa e ispirano il suo sano rinnovamento nel corso del tempo" (Giovanni Paolo II). Questi principi fondamentali, non occorre dimenticare, fanno riferimento a tutti i riti, e non solo il rito romano (cf SC 3), hanno una validità universale, sono o costituiscono – potremmo dire – lo "spirito" della liturgia, il vero senso e il nucleo della liturgia, che, nella sostanza e nella fedeltà al insegnamento conciliare, è "la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero Pasquale. Come ha detto Giovanni Paolo II nella sua Lettera Aposto1ica Spiritus et sponsa, "La liturgia è messa dai Padri conciliari nell'orizzonte della storia della salvezza, volto alla redenzione umana e alla perfetta glorificazione di Dio. La redenzione ha il suo preludio nelle ammirabili prodezze divine dell'Antico Testamento ed è stata portata a compimento da Gesù Cristo, specialmente per mezzo del Mistero Pasquale della sua passione, morte e resurrezione e della sua gloriosa ascensione (SC 5). Questa deve ancora essere non solo annunciata, ma attuata, e ciò avviene attraverso il Sacrificio e i Sacramenti, nei quali si basa tutta la vita liturgica (SC 6). Cristo è particolarmente presente nelle azioni liturgiche, associando a Lui la Chiesa. Tutta l’azione liturgica è dunque azione di Cristo sacerdote e del suo Corpo mistico, 'il culto pubblico integrale" (SC 7), in cui si partecipa, pregustandola, nella Liturgia della Gerusalemme celeste (SC 8). Perciò la liturgia è il culmine, il vertice, al quale tende l'azione della Chiesa, e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza (SC 10) "(Giovanni Paolo II). Così," la liturgia, azione sacra per eccellenza, è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, allo stesso tempo, la fonte di cui emana tutta la sua forza. Cristo continua nella sua Chiesa, con lei e attraverso di lei, l’opera della nostra redenzione "(Compendio del Catechismo, 219). La prospettiva liturgica del Concilio, inoltre, non si limita all’ambito intra-ecclesiale, ma si apre all’orizzonte dell’intera umanità, e persino assume un aspetto cosmico e universale.
Spesso la liturgia è considerata come azione nostra, azione creativa nostra, sia di una comunità o del sacerdote o degli esperti o di ciascuno, spesso è considerata come un insieme di riti, rubriche, forme, come un libro di ricette su ciò che possiamo fare con la celebrazione, in definitiva opera nostra; eppure, ci dimentichiamo che la liturgia – e appare così in tutta chiarezza nella Sacrosanctum Concilium e nel meglio della sua interpretazione, il Catechismo della Chiesa Cattolica – si dimentica, dico, che la Liturgia è soprattutto e primariamente azione di Dio – e della Chiesa –, presenza di Gesù Cristo, del suo mistero pasquale, in essa non solo si ricorda questo mistero, ma si attualizza. La Liturgia, nella visione grandiosa che ci offre il Vaticano II, ci riferisce a Dio: il soggetto della Liturgia è Dio, che ci introduce nel mistero di Dio stesso e ci santifica, ci fa partecipi, partecipiamo, nel Mistero Pasquale lì presente, e che si attualizza in essa; in conclusione, non siamo quindi noi. Liturgia significa, soprattutto, presenza e azione di Dio: Riconoscere Dio al centro di tutto, da cui scaturiscono tutti i beni; glorificare Dio, lasciare che Dio sia Dio, lasciare che Dio agisca e ci santifichi, adorarlo. La Costituzione conciliare sulla Liturgia ci insegna che lo scopo della celebrazione è la gloria di Dio e la salvezza e santificazione degli uomini. Nella liturgia, "Dio è perfettamente glorificato e gli uomini sono santificati "(SC 7): al centro della liturgia c’è Dio, che per Cristo nello Spirito, agisce, opera la sua salvezza a favore degli uomini, santifica loro, e Dio è glorificato, adorato, riconosciuto come l’unico che merita tutta la gloria. La Chiesa 
inoltre, per sua natura, deriva dalla sua missione di glorificare Dio, e perciò è irrevocabilmente legata alla liturgia, la cui sostanza è l’adorazione di Dio che è presente e operante nella Chiesa.
Cristo e la Chiesa, Cristo presente nella Chiesa. Così si esprime concretamente il Concilio, in un testo fondamentale per la liturgia di "Sacrosanctum Concilium": "Cristo è sempre presente nella Chiesa, soprattutto nell'azione liturgica. È presente nel sacrificio della Messa, tanto nella persona del ministro, offrendosi ora per ministero dei sacerdoti lo stesso che in precedenza si è offerto sulla croce, come soprattutto, sotto le specie eucaristiche. E 'presente con la sua forza nei sacramenti, in modo che quando uno battezza è Cristo che battezza. È presente nella sua parola, poiché, quando si legge nella Chiesa la Sacra Scrittura, è Lui che parla. È presente, infine, quando la Chiesa prega e canta salmi, poiché Lui stesso ha promesso: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". E aggiunge il testo conciliare: "In verità, in questa grande opera, per la quale Dio è perfettamente glorificato e gli uomini sono santificati, Cristo associa sempre con lui la sua amata sposa, la Chiesa, che invoca il suo Signore e per mezzo di lui rende il culto al Padre eterno. Giustamente, quindi, è considerata la liturgia come l'esercizio di sacerdozio di Gesù Cristo. In essa, i segni sensibili significano e realizzano, ognuno a modo suo, la santificazione dell'uomo; e così il corpo mistico di Gesù Cristo, cioè, il capo e le membra, esercita il culto pubblico integro. Di conseguenza, tutta la celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, la cui efficacia non è pareggiata con lo stesso titolo e lo stesso grado da qualsiasi altra azione della Chiesa" (SC 7). Inoltre, si dovrebbe aggiungere con lo stesso Concilio, che la liturgia della Chiesa è l'ingresso e la partecipazione nella stessa gloria di Dio, nella pienezza dell'amore di Dio e nella consumazione della sua opera di salvatrice e santificatrice, nella comunione indistruttibile con la Santissima Trinità, nella glorificazione di Dio nel regno dei cieli. Così, "nella liturgia terrena come dice espressamente Vaticano II, partecipiamo, pregustandola di quella liturgia celeste che si celebra nella santa Gerusalemme celeste, verso la quale ci avviamo come pellegrini, dove il Cristo, 'ministro del santuario e della vera tenda, siede alla destra di Dio '; con tutti i cori celesti nella liturgia l’inno della gloria del Signore, veneriamo la memoria dei santi, in attesa di essere ammessi nella loro assemblea; 'Aspettiamo un Salvatore, il Signore Gesù Cristo, finché appare Lui, vita nostra; allora anche noi appariremo insieme con Lui, in gloria» (SC 8). Nella liturgia della Chiesa nella terra, possiamo dire con proprietà che "il cielo si apre alla terra", è versato su di essa, si aprono il porte del cielo, e, nei suo frontali, siamo invitati a entrare e pregustare già come un anticipo del Cielo.
In tutto questo si trova il cuore della liturgia, il senso e lo spirito della Liturgia che il Concilio Vaticano II, in continuità con la Tradizione della Chiesa, ci ha insegnato. La liturgia, dunque, non è niente di esteriore e di estrinseco, niente di più estraneo a lei che considerarla come un insieme di leggi e precetti con cui la gerarchia ecclesiastica ordina l'osservanza di alcuni riti. Questo è il vero "culto razionale" (cfr Rm 12, l), che piace a Dio, a cui ha diritto, che si svolge in tutta la Chiesa fino alla fine dei tempi.
L’aspetto della Tradizione è anche uno dei principi guida per il rinnovamento liturgico che il Vaticano II si auspica. Senza questo aspetto non possiamo per nulla capire tale rinnovamento liturgico. Non occorre dimenticare che la liturgia è la Tradizione che costituisce la Chiesa: come dice Paolo in I Corinzi, "ciò che ho ricevuto – il mistero eucaristico – e ciò che vi consegno", ciò che abbiamo ricevuto in quella notte in cui Egli è stato consegnato, e di cui non possiamo disporre, che è il nucleo del liturgia. La liturgia è un atto di Tradizione, la Tradizione viva di quanto abbiamo ricevuto, ci è dato nella Liturgia. (Torneremo in un altro momento su questo argomento).
Dire "ciò che abbiamo ricevuto", e non è disponibile; dire "Tradizione"; dire "Eucaristia"; dire “liturgia", è dire inseparabilmente Chiesa. La Chiesa è un altro aspetto fondamentale del tema che ci occupa. È un aspetto molto importante del Concilio in relazione alla Liturgia: La Chiesa è irrevocabilmente legata alla liturgia. Il Concilio Vaticano II, come sappiamo e sottolineò nettamente Paolo VI, guarda in modo molto speciale alla Chiesa, è un Concilio "De Ecclesia ad intra et ad extra", si radunò per meditare sul mistero della Chiesa, in continuo riferimento a Dio di chi procede, e agli uomini a cui è inviata. Allora, questo sguardo del Concilio sulla Chiesa non è concepibile senza la liturgia, o indipendentemente da essa. Nella Costituzione sulla sacra liturgia, "è già possibile trovare la sostanza della dottrina ecclesiologica che sarà posteriormente proposta dall’assise conciliare. La Costituzione Sacrosanctum Concilium, anticipa e presuppone la Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa: l'ecclesiologia del Vaticano II, ecclesiologia di comunione, della visione della Chiesa come "sacramento dell'intima comunione con Dio e l'unità di tutto il genere umano" (LG l), è una ecclesiologia eucaristica, per tanto liturgica. No poteva essere diversamente; infatti, è soprattutto nella Liturgia dove il mistero della Chiesa è annunciato, gustato e vissuto. Nella liturgia la Chiesa capisce se stessa, si nutre alla mensa della Parola e del Pane di vita, riacquista respiro ogni giorno per continuare sulla strada che deve portarla alla gioia e alla pace della 'terra promessa'. Si può dire che la vita spirituale della Chiesa passa attraverso la liturgia, nella quale i fedeli trovano la sorgente sempre abbondante della grazia e la scuola concreta e convincente di quelle virtù per mezzo delle quali possono dare gloria a Dio in presenza dei fratelli "(Giovanni Paolo II, Allocuzione 23, X, 84).
Questo legame tra liturgia e Chiesa è fondamentale: non c'è Chiesa senza liturgia, il cui centro e culmine è l'Eucaristia; non c'è Liturgia senza Chiesa, popolo unito dalla Santa Trinità, opera sua, che ha la sua origine nell'unità della santa Trinità. La Liturgia è opera del Cristo totale – Cristo e la Chiesa, Cristo presente nella Chiesa –: Liturgia è opera di Cristo, e inseparabilmente azione della Chiesa, sacramento dell'unione intima con Dio e di tutto il genere umano. La Liturgia, a sua volta, “realizza e manifesta la Chiesa come segno visibile della comunione tra Dio e Uomini per Cristo . Introduce i fedeli nella vita nuova della comunità. Implica una partecipazione ‘consapevole, attiva e fruttuosa di tutti' "(CCC 1071). Questo non significa che tutto nella Chiesa sia la Liturgia, che, come indicato nel Costituzione conciliare "non esaurisce tutta l'azione della Chiesa, giacché prima che gli uomini possano accedere alla liturgia, è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione "(SC 9). Tuttavia, non si può dimenticare, come abbiamo già detto, che "la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa, la fonte di cui promana tutta la sua forza "(SC 10). Pertanto, "della liturgia, soprattutto dell'Eucaristia, promana verso di noi, come da una sorgente, la grazia e con la massima efficienza si ottiene la santificazione degli uomini in Cristo e la glorificazione di Dio, a cui tendono tutte le altre opere della Chiesa come al suo fine" (SC 10). Glorificazione di Dio e santificazione degli uomini sono due fini inseparabili e reciproci che non possono essere opposti tra di loro.
Questa visione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, che stiamo esponendo, lo spirito o il senso della liturgia che lì si segnalano, vale a dire la coscienza ecclesiale sulla liturgia che segnala il primato di Dio, l'azione di Dio, l’adorazione, Cristo presente nella Chiesa, la Tradizione, ecc., ci porta ad un altro aspetto fondamentale della Costituzione liturgica conciliare, cioè quello della partecipazione, termine chiave in tutto il rinnovamento conciliare e post-conciliare. Nel numero 11 della Costituzione si stabilisce che i Pastori della Chiesa devono fare tutto il possibile perché i fedeli partecipino alla celebrazione liturgica "consapevolmente, attivamente e fruttuosamente". Perché la validità oggettiva dei sacramenti si applichi a ciascuno, dice il testo, è necessaria la retta disposizione interiore dei partecipanti al culto divino. Per facilitare questa disposizione, occorre curare due elementi: la possibilità di una partecipazione attiva e fruttuosa dei fedeli, consapevoli di quello a cui presenziano, così come cioè il fatto che "nell'azione liturgica (...) si osservino le leggi relative alla celebrazione valida e lecita" (SC 11). Fedeli alla legge cattolica dell’"et-et", il Vaticano II insegna che la Liturgia produce effetto, non solo curando la partecipazione attiva, ma anche nella attenta osservazione delle norme prescritte nella celebrazione del culto. Pertanto, la fedele osservanza delle regole rubricali (aspetto oggettivo culto) e la partecipazione attiva dei fedeli (aspetto soggettivo), lungi dall'essere contrapposti, sono due facce della stessa medaglia.
Emerge dunque la necessità di capire correttamente ciò che significa la "partecipazione attiva" dei fedeli alla liturgia, tenendo presente che questa espressione è diventata uno dei punti di riferimento fondamentali nella riflessione e nella riforma liturgica post-conciliare, e uno dei principali cavalli di battaglia e discussione, che però, si deve prendere in considerazione che è, senza dubbio, uno dei frutti indiscutibili della riforma conciliare, che dobbiamo approfondire, perché è certamente un punto centrale e fondamentale della Sacrosanctum Concilium e imprescindibile nella liturgia.
Come dice un autore, Folsom: "in primo luogo, partecipazione attiva significa una partecipazione interiore con tutte le forze dell'anima nel mistero dell'amore sacrificale Cristo. La partecipazione è, principalmente, qualcosa di interno: significa che la vostra mente e il vostro cuor sono svegli, pronti e attivi. In secondo luogo, l'azione esterna: dire cose e fare cose" (Folsom). Entrambi gli aspetti sono fondamentali ed essenziali e si devono mantenere nell’ordine d'importanza indicato. Solo in questo modo si potrà capire questo insegnamento liturgico fondamentale e importante del Concilio Vaticano II.
Il tema della partecipazione, questione fondamentale, è rispondere alla domanda: Come deve comportarsi e agire ogni cristiano e la comunità nella celebrazione liturgica? Il Vaticano II ha parlato a questo proposito di "partecipazione attiva e fruttuosa". Questa partecipazione attiva significa quindi partecipazione consapevole, libera, credente, accogliente, responsabile e fruttuosa. Davanti alla Parola di Dio e all'Eucaristia, l’uomo è chiamato a dare la risposta suprema; non può schivare o deviare il cuore, né intorpidire lo spirito, né limitarsi semplicemente ad adempiere o avere un ruolo, né essere impermeabile alla chiamata di Dio, né di essere fisicamente presente e assente nello spirito nella celebrazione, né presenziare distratto da ciò che accade lì, la presenza del Mistero Pasquale di Gesù Cristo, distratto davanti l'evento della grazia. Partecipare non è lo stesso atto che intervenire, di fare delle cose; si partecipa anche ascoltando e col silenzio, con i gesti; l'accoglienza, la contemplazione, l'interiorizzazione, il silenzio sono anche azione, partecipazione.
Poiché la liturgia è anche celebrazione, azione, della Chiesa e di ogni persona con la Chiesa e nella Chiesa, sono necessari gesti esteriori e accompagnamento interiore. "Perché esista comunità è necessaria l’espressione comune; ma perché l’espressione non si riduca a mera esteriorità è necessario, a sua volta, un’interiorizzazione comune, un percorso comune verso l’interno e verso l'alto "(J. Ratzinger). Il io di ciascun partecipante può comunicare con quello degli altri grazie alla comunione che aprì con noi Gesù, con la sua donazione nella croce. La partecipazione attiva nella liturgia deve portare "a non solo parlare tra di noi, gli uni con gli altri, ma con Dio, perché in questo modo parliamo meglio anche e più profondo con noi "(J. Ratzinger)
La liturgia è composta di parole e silenzio, di movimento e riposo, di canti e strumenti di lode, di simboli e gesti. La teologia della creazione e della risurrezione richiedono la corporeizzazione della Liturgia e esclude il predominio unilaterale della parola. Si richiede rivendicare in modo particolare il silenzio davanti all’invasione di parole. Né la partecipazione equivale a spostarsi da una parte all'altra, o di agire con un "ruolo particolare" in un momento della "funzione", né il silenzio è un tempo vuoto e inattivo. "Il silenzio è come un "viaggio comunitario" verso l'interno, come interiorizzazione della parola e dei segni, è imperativo per una participatio actuosa vera. Il silenzio permette la pace, la calma dove l'uomo s’appropria del duraturo. Si richiede che l’educazione liturgica includa l’educazione all’interiorizzazione, col fine d’abbandonare le frette interiori e esteriori, in vista dell'approccio al nucleo essenziale e quindi i partecipanti alla liturgia essere liberati dalla banalità e superficialità. Si supera la noia, non con l’intrattenimento, ma con la partecipazione vigile e credente in ciò che si celebra. Come non commuoversi, rabbrividire, stupirsi, non sentirsi scossi nelle profondità dell’anima, non mettere tutto il nostro essere in movimento, fronte a ciò che accade nella liturgia, in Eucaristia: Il Mistero pasquale di Cristo? Come rimanere semplici spettatori esterni che non si sentono di qualcosa che sta accadendo lì e che colpisce ciascuno così decisivamente, come non reagire, come non sentirsi dentro, come, in definitiva, non prendere parte, partecipare in essa, entrare, insomma, in comunione con l'azione, l’avvenimento, lì vivo e presente? Come non sentirsi interpellato, provocato... dalla Parola di Dio, di Dio stesso che ci parla, e non rispondere dal profondo dell'anima?
Abitare in prossimità del mistero di Dio che in Cristo morto e risorto ci offre il suo amore infinito e misericordioso senza limiti, che rigenera i fedeli e la comunità. Si tratta di un servizio prezioso all’umanità, che in tutti gli angoli della terra si celebri l'Eucaristia, che è glorificazione di Dio e fonte di amore per gli uomini e di evangelizzazione.
Mi sono dilungato un po' su questo aspetto della "partecipazione", perché penso sia uno dei contributi più caratteristici del Concilio Vaticano II, e certamente uno dei frutti più evidenti del Concilio: non siamo spettatori di ciò che accade nella liturgia, ma siamo partecipi di ciò, la partecipazione è essenziale e necessaria. (Non è possibile stare a fare "qualcosa d'altro", per quanto nobile, e non "entrare" ciò che si celebra oppure assistere semplicemente senza prendere parte in quello che viene celebrato e unirsi alla Chiesa, espressa nella comunità riunita per la celebrazione). La preoccupazione e l’interesse per l'argomento della "partecipazione" è stato molto presente in tutto il movimento liturgico, in particolare a partire da San Pio X e nelle persone tanto importanti in questo movimento come Guardini, raggiungendo la sua più genuina espressione e slancio nel Vaticano II. Questa questione centrale e imprescindibile della riforma o rinnovamento liturgico è stato interpretata, a volte, per alcuni, dopo il Concilio, non dentro di ciò che costituisce la verità della liturgia, il senso e lo spirito della liturgia, l'originalità e la specificità della Liturgia o della celebrazione cristiana, singolarmente del mistero eucaristico – che è in primo luogo azione di Dio, presenza reale del Mistero Pasquale di Gesù Cristo –, bensì dall'azione dell'uomo, della comunità riunita. Noi tutti ricordiamo e abbiamo davanti ai nostri occhi azioni che si centrano di più nella creatività, nell’assemblea, nel delle cose, in una visione antropocentrica della liturgia.
Ma il contributo del Concilio, il suo grande contributo, e precisamente perciò ho sottolineato questo aspetto della partecipazione, è, in continuità con la Tradizione viva e genuina della Chiesa, la considerazione della liturgia come azione di Dio, come avvenimento.
Penso che questi siano gli elementi di base del rinnovamento liturgico del Vaticano II, dove risiede principalmente lo spirito della liturgia, lo spirito del rinnovamento liturgico. Potremmo, e forse dovremmo, parlare di altri aspetti che sono anche importanti, come, ad esempio, quel della Parola di Dio nella liturgia e il suo rapporto tra le ambedue realtà fondamentali della Chiesa, in cui si sostenta e di cui si nutre: la preghiera, il silenzio, la semplicità e semplificazione della Liturgia rinnovata del Vaticano II; la musica, l'arte, la bellezza nella liturgia; l’"ars celebrandi" e il suo coordinamento sono l’"actuosa participatio", l’adattamento, l’inculturazione, la traduzione dei testi liturgici alle principali lingue vernacole, ecc, ecc., sono aspetti che sicuramente emergeranno durante il dialogo successivo.
Con tutti questi aspetti, con queste "sagome" si gesta e si porta avanti la riforma liturgica posteriore al Concilio, che, senza dubbio, ha apportato non solo delle novità, bensì il rinnovamento liturgico veramente voluto dal Concilio. Ha portato frutti innegabile, ma anche, non in virtù della riforma stessa, bensì da altre circostanze e persino da interpretazioni inadeguate del rinnovamento liturgico conciliare, si sono susseguite situazioni, fatti, che non hanno favorito tale rinnovamento, ma che l’hanno impedito e che hanno motivato che non si siano dati i frutti che si aspettavano e che sono ancora necessari di trovare e propiziare. Per questo, più che fare delle cose nuove, occorre approfondire il vero senso della liturgia voluta dal Vaticano II. Ci troviamo di fronte alla grande sfida di approfondire questo rinnovamento, che richiede un ingente lavoro di formazione liturgica, che è forse la cosa più mancante negli anni di attuazione della riforma. Senza nessun dubbio, c’è bisogno "di un nuovo movimento liturgico"

3.- Per un nuovo movimento liturgico
Ci hanno lasciato in eredità un ricco patrimonio tramite la Costituzione "Sacrosanctum Concilium", questa ricchezza dovrà essere ancora più fortemente riconosciuta. Ma tale ricchezza è chiamata oggi a svilupparsi ulteriormente, dopo questi cinquant'anni, e dispiegare, così un nuovo movimento liturgico. Ciò ci occupa, questo incontro sacerdotale dovrebbe contribuire inoltre a promuoverlo con rinnovato vigore. Molti sono coloro che riconoscono la necessità di un nuovo movimento liturgico.
Perché la necessità di un nuovo movimento liturgico 50 anni dopo "Sacrosancturn Concilium"? sempre e in modo permanente, ma soprattutto nei tempi odierni è necessario, urgente, "ravvivare il senso della Liturgia" nella Chiesa. Ciò richiede dare un nuovo impulso a ciò che costituisce il più genuino del rinnovamento conciliare, farlo conoscere, interiorizzarlo e applicare fedelmente.
L’allora cardinale J. Ratzinger scrisse nelle sue memorie: "Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende, in gran parte, dal crollo della Liturgia, che forse è arrivata a essere anche concepita 'etsi Deus non daretur': come se in essa non importasse più se Dio esiste, se parla o se ci ascolta", è un dato di fatto che la liturgia cattolica, nonostante le innegabili frutti della riforma liturgica conciliare, – immensi, con ogni certezza –, oggi non è in buona forma, non si trova nel momento migliore della vita della Chiesa – vero che non possiamo generalizzare, non in tutte le parrocchie succede così –, semmai, è francamente migliorabile da tutte le parti ed è urgente ravvivare dovunque il vero significato della liturgia, approfondire nel rinnovamento della Liturgia voluta dal Concilio Vaticano II e la sua imperiosa necessità se vogliamo una Chiesa con vita, santa nelle sue membra, con capacità evangelizzatrice.
Benedetto è molto chiaro nella sua lettera ai vescovi di tutto il mondo per presentare il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, in cui, facendo riferimento al periodo immediatamente successivo al Concilio Vaticano II, parla di "deformazione della Liturgia al limite del sopportabile", e aggiunge poi con una nota personale:" Parlo per esperienza, perché l’ho visto anche io in quel periodo con le loro aspettative e confusioni. Ho visto quanto profondamente sono state ferite, dalle deformazioni della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa". Queste parole riflettono, senza dubbio, la cura pastorale del Successore di Pietro e dovrebbero essere prese in sul serio. La crisi attuale si riflette nell’Istruzione della Congregazione per il Culto Divino, Redemptionem Sacramentum, sul problema doloroso degli abusi liturgici, pubblicata il 25 marzo 2004. Nel suddetto testo delle sue memorie, l’allora cardinale Ratzinger conclude che "abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richieda nella vita la vera eredità del Concilio, un’affermazione che torna a riprendere nel suo importante libro "Lo spirito della liturgia" con il quale sperava di stimolare e promuovere soprattutto "un" ‘movimento liturgico’, un movimento verso la liturgia e la sua corretta celebrazione, esteriore e interiore". Quale dovrebbe essere la natura di tale "nuovo movimento liturgico”? Ci corrisponde a tutti, ma particolarmente a voi, formatori nei Seminari, raggiungere "un impegno per un grande movimento di comunione ecclesiale" attorno alla liturgia e da essa, e aiuterete molto in questo sforzo, e, quindi, vi ringrazio in anticipo, per tutti i vostri sforzi, il vostro lavoro e i vostri validi contributi.
Quale dovrebbe essere la natura di tale "nuovo movimento liturgico"? Secondo il mio modesto parere, e se posso, con tutta sincerità e piena convinzione, anzitutto dopo cinque anni nella Congregazione per il Culto Divino, credo, come molti altri, che è necessario un vero rinnovamento liturgico; senza dubbio, è necessario approfondire sul rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II. Se è così, non è perché sia fallito il rinnovamento liturgico del Concilio Vaticano II, o perché era insufficiente o errato, ma piuttosto per il contrario, poiché non è stato applicato giustamente o non è stato inteso nel suo senso proprio. Se oggi ci troviamo con un certa crisi nella vita liturgica della Chiesa latina, credo che sia perché alcune delle cose che sono state decise, alcune prese di posizione posteriori al Concilio sono state poco fortunate e anche sbagliate: avrebbero dovuto essere più coerenti con quanto i padri conciliari affermavano nella "Sacrosanctum Concilium" di conservare la sana tradizione e aprire, tuttavia, la via a un progresso legittimo, procedendo con estrema cautela, rigore, fondamento e fedeltà alle leggi generali della Liturgia; più specificamente, alcune prese di posizioni e alcuni modi di considerare la riforma liturgica, non hanno preso in considerazione, almeno sufficiente, il numero 23 di "Sacrosanctum Concilium", soprattutto ciò che testualmente dice: "non si introducano innovazioni se non lo richiede una reale e certa utilità della Chiesa, e solo dopo aver avuto grande cura che le nuove forme si sviluppino, per così dire, organicamente, a partire delle già esistenti" (SC 23). Un nuovo movimento liturgico, anche oggi, deve essere cosciente di alcune ambiguità e pericoli eccessi dell’anteriore movimento liturgico, a cui è venuto incontro Papa Pio XII, nella sua enciclica "Mediator Dei", soprattutto per quanto riguarda i cambiamenti, le innovazioni, l’azione dell'uomo, ecc., alla fondazione e visione teologica della liturgia, l’affermazione della Tradizione, la salvaguardia della tradizione liturgica e la sua custodia di fronte a eventuali imprudenze.
Cosa si intende con il termine "nuovo" nel parlare di un "nuovo Movimento Liturgico?". Non si tratta, ovviamente, di un altro impulso alla creatività umana, che forse sia potuto essere o contribuire in larga misura a molti abusi liturgici, come sono stati e tuttora si danno. Piuttosto, un "nuovo movimento liturgico" ha bisogno di recuperare i migliori elementi del movimento liturgico, soprattutto una profonda consapevolezza del rito come forma condensata della Tradizione vivente. Nelle parole di J. Ratzinger, "Il rito, e cioè la forma della celebrazione e della preghiera che matura nella fede e nella vita della Chiesa, è forma condensata della Tradizione vivente, in cui la sfera del rito esprime l’insieme della sua fede e della sua preghiera, rendendo così esperimentabile, allo steso tempo, la comunione con coloro che hanno pregato prima di noi e pregheranno dopo di noi. Così, il rito è come un dono fatto alla Chiesa, una forma viva di "paradossi", di consegna o tradizione.
In termini concreti, ciò significa riconsiderare il processo di rinnovamento liturgico voluto dalla "Sacrosancturn Concilium" secondo l’"ermeneutica della continuità nell'interpretazione del Concilio Vaticano II, che il Papa ha proposto nel suo importantissimo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. Questo è anche molto importante per superare la tendenza a "congelare" lo stato attuale della riforma post-conciliare in un modo che rende giustizia allo sviluppo organico della Liturgia nella Chiesa. "Nella storia della Liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può improvvisamente essere vietato o addirittura considerato dannoso. Ci fa bene dunque a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa e dare loro il giusto posto "(Benedetto XVI).
Con il Motu Proprio "Quaerit Semper", di agosto 2010, Benedetto XVI dà un passo importante, impulsando una nuova fase nel processo di rinnovamento liturgico, e confidando la sua promozione alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Si dice in "Quaerit Semper": Nelle attuali circostanze è sembrato appropriato che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti si dedichi principalmente nel dare nuovo impulso alla promozione della sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II”.
Non dimentichiamo che la Costituzione sulla Sacra Liturgia, come abbiamo già ha detto in un altro momento, si colloca provvidenzialmente all'inizio delle opere del Concilio. Benedetto XVI vede in questo fatto come se si trattasse di una gerarchia di argomenti e compiti della Chiesa. Evidenzia come il Concilio Vaticano II, iniziando così, con il tema della Liturgia, si situava inequivocabilmente nella luce del primato di Dio. Postava chiaramente la priorità assoluta di Dio. Soprattutto, e prima di tutto c’è Dio: questo è ciò che viene detto all’iniziare i documenti approvati dal Concilio con la Costituzione sulla Sacra Liturgia. Lì ove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Le parole della Regola benedettina "Nihil Operi dei praeponatur" si applicano in particolare per il monachesimo, ma nell’ordine della priorità hanno un valore anche per la vita della Chiesa e di ciascuno.
Il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio ha portato grandi benefici, che sono innegabili, per la vita della Chiesa; ricordiamo, ad esempio, la partecipazione più consapevole e attiva dei fedeli, e la presenza arricchita della Sacra Scrittura nei Riti, come l'Esortazione Apostolica Verbum Domini ricorda. Nonostante questi benefici non mancano delle ombre e difficoltà che hanno potuto incidere seriamente nella liturgia negli anni immediatamente successivi al Concilio, fino ad oggi.
Le difficoltà in ambito liturgico possono essere attribuite, in una certa misura, al fatto che nel nostro tempo c’è una profonda crisi di Dio nel mondo e una forte secolarizzazione, che colpisce anche all'interno della Chiesa; questa secolarizzazione interna della Chiesa è uno dei problemi principali che soffriamo, al quale non è stata estranea la stessa secolarizzazione della liturgia, sopravenuta nel considerare l’azione liturgica come azione fondamentalmente umana. Di conseguenza, nelle celebrazioni liturgiche spesso al centro non c’è Dio, né la sua adorazione, ma gli uomini e e il loro sviluppato protagonismo. Il problema sta anche nell'applicazione concreta del rinnovamento liturgico voluto dal Concilio, in quanto è stato compreso, non di rado, come una rottura e non come uno sviluppo organico della tradizione. Non possiamo dimenticare che il post-concilio ha coinciso con un clima culturale segnato o fortemente dominato da una concezione dell'uomo come creatore, che difficilmente incontra o accompagna bene la liturgia che è, soprattutto, azione e priorità di Dio, "diritto" di Dio, e anche tradizione di ciò che riceviamo e ci è dato di una volta per tutte.
Questa situazione religiosa e culturale esige da parte nostra l’impegno urgente per rilanciare il senso genuino e l’autentico spirito della liturgia nella coscienza e nella vita del popolo di Dio come missione e compito prioritario. Questo rinnovamento richiede il radicamento e l’ancoraggio della liturgia nell'atto fondamentale della la nostra fede e, inseparabilmente, nell’insieme dell'esistenza umana. Dobbiamo assumere l’impegno, come lo richiede quello che il Concilio ha voluto, che la Liturgia sia il centro e il cuore della vita della comunità; che tutti, sacerdoti e fedeli, la consideriamo come una sostanziale ed essenziale nella nostra vita; che viviamo la liturgia in tutta la sua verità, e che viviamo di essa; che sia in tutta la sua ampiezza, come dice il Concilio, "fonte e culmine" della vita cristiana. È vero che la Chiesa, le comunità e i fedeli cristiani avranno vitalità e vigore, se vivono la liturgia e vivono di essa, perché solo allora vivrà in Dio stesso e nella sua grazia, vivranno in comunione con Lui, perché solo Lui da forza e vita, capacità di fare presente il Vangelo. Il futuro dell'uomo è in Dio, il punto di svolta del mondo è in Dio, nell’adorazione di Dio. Lì c'è la liturgia.
È necessario ricuperare la centralità della liturgia nella vita della Chiesa. Ciò non sarà possibile se non riconsideriamo il processo di rinnovamento liturgico voluto da "Sacrosanctum Concilium", secondo l'ermeneutica della continuità, come abbiamo già detto. In conformità con questo principio fondamentale, le questioni come l’orientamento della preghiera liturgica, il crocifisso visibile al centro dell'altare, la comunione in ginocchio e in bocca, o nella mano ma con vero senso di adorazione, l'uso del canto gregoriano, il sacro silenzio, la bellezza nell’architettura e nell'arte sacra, sono questioni importanti che non possono essere diminuite in maniera superficiale e che, in ogni caso, non si può parlare senza cognizione di causa o senza fondamento, e vedendo anche come questi temi anche favoriscono di più e in modo migliore la verità delle celebrazioni così come la partecipazione attiva, nel senso in cui ne parla il Concilio.
Benedetto XVI stabilì i criteri per una autentica riforma o di rinnovamento della Liturgia, prendendo come esempio la grande devozione per San Francesco d’Assisi al Santissimo Sacramento dell’Altare che si inserisce nel contesto del rinnovamento promosso dal Concilio Lateranense IV. Papa Benedetto dice: "Ogni vero riformatore è un obbediente della fede: non si muove in modo arbitrario, né si arroga alcun margine di discrezionalità sul rito; non n’è il proprietario, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa tutta è presente in tutta la liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra". Non possiamo mai dimenticare che lo scopo della riforma liturgica conciliare com’è stata voluta dal Concilio, non era principalmente quello di cambiare i riti e i testi, ma piuttosto quello di rinnovare la mentalità e mettere al centro della vita cristiana e della pastorale il Mistero Pasquale di Cristo. Questa è la prima e principale questione, tanto ieri come oggi. Ma forse la Liturgia è stata vista più come un oggetto a riformare, e non come un soggetto in grado di rinnovare la vita cristiana, dal momento che vi è un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa attinge dalla Liturgia forza per la vita. Ci viene ricordato dal santo Papa Giovanni Paolo II nella Vicessimus Quintus Annus, dove la liturgia è vista come il "cuore pulsante di ogni attività ecclesiale. I Padri conciliari hanno voluto consegnare il suo programma di riforme in equilibrio con la grande tradizione liturgica del passato e il futuro". Questo è il nord che deve guidare l’opera del rinnovamento liturgico, del nuovo movimento liturgico, nel quale siamo tutti coinvolti, in particolare la congregazione per il Culto Divino.
Ci troviamo, pertanto, e particolarmente nella nostra Congregazione, di fronte a una grande sfida, di fronte all'urgentissimo impegno di promuovere un nuovo slancio, un nuovo dinamismo o movimento liturgico. Ci troviamo ad affrontare la grande sfida di tornare allo spirito del rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II, di realizzare un ampio lavoro di diffusione degli insegnamenti conciliari, di ravvivare, insomma, il senso della liturgia nelle nostre comunità, in tutti i membri della Chiesa. Tutti abbiamo l’obbligo che la Costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium" penetri più in profondità, sia estensivamente che intensivamente, nella mentalità e nel cuore di tutto il popolo di Dio, a cominciare da noi stessi, Vescovi e sacerdoti. Penso che non si è inserito abbastanza, come dovrebbe essere. Forse sono cambiati le forme, e si è pensato molto ai cambiamenti esterni, ma non si è andato a fondo. Pertanto, abbiamo bisogno oggi, 50 anni dopo "Sacrosanctum Concilium" di andare a fondo. Questo credo, del resto, potrebbe essere anche l'impegno di tutti noi, sacerdoti.

Antonio Card. Cañizares Llovera
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti

Un fraintendimento radicale dal doppio volto, politico e teologico.

Per approfondire la situazione medio orientale e le implicazioni politiche e religiose si consiglia di leggere gli articoli di Carlo Panella: Clicca QUI

Quirico racconta: botte e finte esecuzioni
«Trattati come bestie»

Per riflettere 1

Mi sono reso conto che è come se Dio avesse consegnato la Siria al demonio dicendogli fanne ciò che vuoi». Domenico Quirico racconta questo ai colleghi della Stampa che ieri sera lo hanno potuto riabbracciare e salutare dopo i cinque mesi di sequestro. 

«È stata la fede a tenermi in piedi, e devo riconoscere che da solo non ce l’avrei fatta. La Siria è un Paese abbandonato al demonio, che ha perso ogni capacità di umanità, ogni capacità di carità umana. Siamo stati trattati come bestie. L’unico gesto umano in cinque mesi è stato quando mi hanno dato un telefonino per poter chiamare la famiglia». Quirico ha riferito che per non perdere «il conto dei giorni e il senno» ha preso costantemente appunti su un taccuino. «Ma me lo hanno sequestrato. Era tutto ciò che mi era rimasto ed è stata una vera ferita per me. Non ho potuto fare le tre cose che più mi interessano nella vita: correre, scrivere, leggere». 

Cinque mesi di una «terribile esperienza». Finalmente uomo libero, in discrete condizioni, ma profondamente provato, Domenico Quirico ora è tornato nella sua Govone, in provincia di Cuneo. Dove ha finalmente potuto riabbracciare anche le figlie, Eleonora e Metella. A Roma, ieri mattina, il giornalista era stato ascoltato nell’ufficio del procuratore aggiunto Giancarlo Capalbo, sui suoi cinque mesi di sequestro. Quirico ha raccontato della paura di essere ucciso e delle terribili condizioni in cui sono stati tenuti lui e il suo compagno di sventura, il professore belga Pierre Piccinin. Ha raccontato di maltrattamenti, umiliazioni e finte esecuzioni. «Ci davano da mangiare i loro avanzi una volta al giorno al massimo, abbiamo vissuto in condizioni molto dure, ci hanno trattato come delle bestie. Il nostro valore era quello di una mercanzia, di qualcosa che serviva ai loro scopi e ai loro progetti. Hanno ignorato ogni forma di civiltà», ha ribadito Quirico in un’intervista al Gr1 Rai.
 
Ma ancora più terribile è stato quando il giornalista è stato sottoposto alla tortura di due finte esecuzioni, prima però è stato picchiato e umiliato. Punito in maniera malvagia per avere tentato di scappare. 
Sulla questione dell’uso di gas nervini, dopo le dichiarazioni del suo compagno di prigionia, Quirico dice: «È folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas». Lo fa parlando al sito LaStampa.it su quanto dichiarato da Piccinin: «Non è il governo di Bashar al-Assad ad aver utilizzato armi chimiche», informazione che il belga afferma di avere raccolto da una conversazione ascoltata con Quirico durante la prigionia. Quirico precisa: «Da una porta socchiusa, abbiamo ascoltato una conversazione in inglese via Skype che ha avuto per protagoniste tre persone. Dicevano che l’operazione del gas era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato. Io non so - afferma Quirico - se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta».
Claudio Monici
Da www.avvenire.it
10 settembre 2013

La sfida della famiglia oggi: la responsabilità dei cattolici
Sala Estense, 4 dicembre 2013

I testi sono riportati nella loro forma parlata e non sono stati rivisti dagli autori.

Relatore
Alfredo Mantovano, Magistrato

“Frantumare la famiglia con le norme, con i media, con l’azione culturale e di governo”

Cerchiamo anzitutto di affrontare questo che in realtà è un luogo comune, perché è un luogo comune? Io sono molto contento che il titolo del convegno sia: la famiglia e la responsabilità dei cattolici, però mi permetto di lasciare le considerazioni sulla responsabilità dei cattolici alla parola del vostro Arcivescovo; io mi muoverò sul piano dello stretto diritto positivo, tentando di dimostrare che l’ordinamento italiano permette di vivere senza angoscia e senza ansie dal momento che ha le opportune tutele per tutti; anzitutto sul piano penale e non lo dico io, che la mia opinione conta nulla, ma lo dice la commissione affari costituzionali della camera. quanto a questa commissione, che è la più importante nel parlamento perchè valuta la conformità costituzione di ogni disegno di legge che venga sottoposto al suo parere da altre commissioni, quando ha esaminato nel mese di agosto il testo sull’omofobia che era stato licenziato messer giustizia, ha detto: ma fate attenzione e l’ha detto con un parere votato a maggioranza e non con “oblizio” di un solo deputato, attenzione nel nostro ordinamento le norme ci sono se una persona omosessuale è ingiuriata, minacciata, lesa in una qualsiasi delle sue modalità di vita quotidiana non solo esistono le norme che valgono per qualsiasi persona, ma esistono anche delle aggravanti per aver agito per motivi abbietti, futili, per aver approfittato delle condizioni di debolezza in un determinato contesto, quindi questa necessità di introdurre una nuova normativa non è così forte si potrebbe replicare; però almeno una tutela sul piano civilistico ci vuole, non è che siete così crudeli che per esempio volete impedire al partner, uno degli argomenti più diffusi, di assistere il proprio compagno nel momento in cui sia ammalato in un ospedale, in una casa di cura e così via.
Mi permetto di fare uno spot di pochi secondi: qualche anno fa, quando uscì questa proposta mi son permesso in questo volumetto di elencare tutti i diritti che o per dettato normativo, o per intervento della corte costituzionale o per interpretazione della giurisprudenza ma della giurisprudenza della cassazione, quindi un’interpretazione autorevole che fa tendenza, uso un termine improprio, riconoscono già diritti a componenti di una coppia di fatto, siche scorso questo elenco è molto più facile dire che cosa resta fuori; resta fuori la possibilità di adottare, la pensione di reversibilità e qualche piccola disposizione in materia di testimonianza nel processo penale, che però è in via di superamento e la riserva di legittima successione, per tutto il resto c’è inclusa l’assistenza in ospedale, perché dico questo? Perché esiste una legge approvata nel ’99 in materia di trapianti che stabilisce che quando l’interessato, il paziente non è in grado di manifestare un consenso e non esiste un coniuge in grado di farlo e vi sia invece un convivente anche dello stesso sesso, non fa distinzione la norma, il personale sanitario può raccogliere il consenso al posto del diretto interessato, che non è in grado di esprimerlo, anche da parte del convivente. Qual è il trattamento sanitario più invasivo di un trapianto? E qualcuno vuol convincerci che se l’ordinamento riconosce una possibilità del genere poi non riconoscerebbe la possibilità di stare a fianco mentre c’è una terapia o comunque una cura in corso; io vorrei, sfido chiunque sostenga una tesi del genere a portarmi una sola circolare di una sola usl in cui si è scritto un divieto del genere, può darsi che mi sbaglio, questa sfida la sto lanciando in varie parti d’Italia e fin ora non sono arrivate circolari di usl, altre circolari ma non di usl. Per cui in materia di assistenza sanitaria come in tante altre materie , come per esempio la successione dell’alloggio economico popolare, quello che è riconosciuto al coniuge è riconosciuto anche al convivente.
Il problema quindi sia sul terreno penalistico che su quello civilistico non riguarda le norme che ci sono e vanno soltanto applicate, il problema è di evitare che vengano introdotte nuove norme il cui effetto, al di la delle intenzioni perché il diritto non vive poi di intenzioni ma di norme, sarebbe non una tutela rafforzata ma una discriminazione, in particolare la discriminazione di chi sostenga le ragioni della famiglia fondata sul matrimonio, cioè della famiglia cosi come la descrive non il catechismo ma la costituzione; se l’ordinamento italiano arriverà a qualificare come reato o anche come aggravante la discriminazione per motivi di orientamento sessuale, un sospetto di anti giuridicità ci sarà verso qualsiasi formazione pubblica a sostegno della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, esagerato è una mistificazione sta gettando del fumo agli occhi, non voglio citare gli esempi della Francia che è tra le nazioni occidentali i più vicini per ragioni di confine e andiamo oltra oceano a Vancouver: qui esiste un’università non cattolica ma protestante e viene chiesto agli studenti ordinariamente di sottoscrivere al momento dell’ingresso, come in qualsiasi ateneo serio, una sorta di atto di impegno alla quale poi corrisponde un codice di auto disciplina e tra gli altri come impegno di non accedere a siti pornografici utilizzando wi-fi dell’università, a non ubriacarsi nel campus e ad astenersi da forme di attività sessuali che violino la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna, chi ha fatto vita di college ritiene queste cose il minimo del minimo, non la conferenza dei presidi delle facoltà di legge Canadesi che ha avviato un processo contro la Trinity West University e ha chiesto agli ordini degli avvocati di non ammettere alla pratica forense i laureati di quell’ateneo perché omofobi; dove starebbe l’omofobia in quel codice di comportamento? Nel riferimento alla sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna e alla circostanza che sia menzionato solo questo matrimonio e non anche quello tra omosessuali.
Parliamo dell’Italia: segnali preoccupanti si sono moltiplicati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, c’è ne sono di noti e meno noti; tra i meno noti ci sono ormai con molta frequenza sia in scuole medio-superiori che in corsi universitari delle attività extra curricolari con oggetto l’identità di genere, che utilizzano fondi pubblici e vengono gestite da rappresentanti di associazioni per le quali un’ideologia del genere è una sorta di atto costitutivo di statuto; nel momento in cui vengono impartite queste “lezioni” che danno crediti formativi e quindi sono allettanti per gli studenti, se uno studente osa manifestare delle contrarietà o perplessità viene immediatamente isolato e marginalizzato. Dov’è la discriminazione? Ci sono stati anche dei casi, diciamo molto evidenti un paio di mesi fa: una persona che tutto è tranne che estremista anche nei modi, il professor Mauro Ronco ordinario di diritto penale all’università di Padova, in un convegno che aveva come tema un tema come quello che stiamo discutendo stasera a Casale Monferrato, non ha potuto fare la sua relazione perché sono entrati nella sala del convegno dei rappresentanti di associazioni tipo arci gay e gli hanno impedito materialmente di fare la sua relazione, ovviamente non è successo nulla dopo.; cos’è che sarebbe accaduto se qualcuno avesse reagito. Ma uno dei casi più significativi perché riguarda il servizio pubblico e quindi coinvolge in qualche misura anche un contributo che noi diamo alla RAI annualmente è quello dell’avvocato Cerrelli che alla fine della riunione giuristi cattolici italiani, quindi non il vicepresidente di alba dorata ma il vicepresidente dell’unione giuristi cattolici italiani, che viene invitato a uno mattina estate a fine agosto ad un dibattito con il portavoce gay center ed espone con una logica molto serrata le sue argomentazioni, seppure con estrema pacatezza, diciamo che il suo contrittore non ne è uscito bene. Scandalo! Ma scandalo non perché ha ingiuriato il suo contrittore, perché l’ha messo in difficoltà. L’onorevole Grillini, presidente dell’Arcigay, invoca per Cerrelli, immediatamente dopo, in quello che potremmo definire il “modello canadese”, cioè una sanzione da parte dell’Ordine degli Avvocati; l’onorevole Zanna di “Sinistra, Ecologia e Libertà” chiede un intervento da parte della “Commissione vigilanza RAI” e il dottor Palma, presidente dell’Ordine degli Psicologi, bolla le affermazioni di Cerrelli come “frutto di pregiudizio sociale”.
Vi è una seconda puntata, perché, sorpresa!, Cerrelli viene invitato pochi giorni fa a Domenica In, il talk show del pomeriggio della RAI, ma viene invitato concordando anche il biglietto dell’aereo, chi lo va prendere in aeroporto e lo conduce in trasmissione e così via; dopo qualche ora una redattrice del programma lo chiama, lo intervista per farsi dire che cosa avrebbe detto in trasmissione e, dopo qualche ora ancora, arriva la revoca dell’invito. La trasmissione si fa lo stesso su quel tema specifico, ma senza Cerrelli protestano le varie associazioni familiari, protesta a venire, ma non serve a nulla, anzi la conduttrice della trasmissione dice che Cerrelli voleva solo farsi pubblicità e che se la pubblicità doveva essere questa meglio che non sia andato.
Che cosa accadrà nell’immediato futuro? La legge sull’omofobia è stata approvata alla Camera e adesso è in Commissione al Senato. Mi permetto di invitare a non immaginare soluzioni rapide e semplici del tipo con l’aria che tira cade la legislatura e tutti i provvedimenti, anche se sono in un ramo del Parlamento, verranno travolti, perché con la cappa di importante interesse mediatico e ideologico che interessa anche il Parlamento, ma interessa tutto il nostro corpo sociale, ammesso che la legislatura finisca tra qualche settimana e non so come va a finire e credo che nessuno lo sappia in questo momento, questo non esclude che, come già accaduto in questa, nonostante tante cose molto più urgenti, questo provvedimento sia uno tra i primi ad essere iscritto all’ordine del giorno della prossima legislatura. Poi che cosa facciamo? Speriamo che finisca presto anche la prossima legislatura? Non c’è solo il Parlamento che è condizionato pesantemente da questa cappa cultural-mediatica e ideologica, ma ci sono anche, tanto per cominciare, anche il Governo e la Pubblica Amministrazione. Ha avuto scarsissima eco, nel mese di marzo di quest’anno, il varo del Ministro del Welfare dell’epoca, che era anche la Delega sulle Pare Opportunità, di una direttiva sul contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, direttiva che è stata indirizzata a tutte le istituzioni pubbliche, a tutte le scuole, a tutte le carceri, a tutti i luoghi in cui comunque ci sia pubblico, e che è stata varata dopo una consultazione fatta esclusivamente con associazioni di omosessuali. Voi immaginate che il Governo debba varare una direttiva in termini di parità scolastica e ascolti soltanto le associazioni rappresentative degli istituti scolastici non statali: durerebbe cinque minuti la storia; scandalo, richiesta di dimissioni, ecc…invece, parti invertite, nessuno si scandalizza e questa direttiva, una direttiva che è già applicata e i corsi che si stanno facendo nelle scuole sono proprio il risultato di questa direttiva, che è passata nel disinteresse e nell’indifferenza generale. Quindi, dicevo, che cosa accadrà in un futuro? Intanto, non immaginiamo che ci si fermi soltanto alla legge sull’omofobia e, anche questo, non lo dice chi sta parlando in questo momento, ma lo dice chi è stato il relatore alla Camera di questa legge, l’onorevole Scalfarotto, al quale bisogna rendergli merito, nel senso che ha detto la verità. È stato criticato nelle colonne dell’Espresso, nel mese di agosto, perché gli si è detto che la legge che stava facendo è una legge troppo morbida, e lui (Espresso, 26 agosto) alla domanda “Ma questo dibattito non allontana quello sui matrimoni gay?” risponde “No, precede, perché sono due cose diverse, ma l’una viene logicamente prima dell’altra” e stiamo pur certi che, come verrà quella sui matrimoni gay, verrà anche quella sulle adozioni. Anche in questo caso, come è avvenuto per altri temi eticamente sensibili, la giurisprudenza fa da battistrada, poi si possono fare tutte le espressioni causidiche del tipo “Ah, ma la sentenza del Tribunale dei Minori di Bologna sull’affido riguarda l’affido e non l’adozione, per cui un provvedimento temporaneo l’importante è che stia bene, ecc”…tutto quello che volete, ma l’hanno fatta adesso, l’hanno fatta contro il parere del Pubblico Ministero, l’hanno fatta con la responsabilità di tanta altra gente a prendersi questa creatura e, evidentemente, ha un segno di lanciare la bandiera, poi vediamo chi viene dietro, intanto piantiamo la bandierina. Quindi, dicevo, dopo l’omofobia, i matrimoni gay, dopo i matrimoni gay le adozioni. Allora, e cerco di concludere, proprio per questo per ridurre una questione soltanto ad una dialettica parlamentare, per cui noi stiamo da fuori, guardiamo cosa succede nelle Commissioni o nell’aula, facciamo un tifo più o meno moderato per l’una o per l’altra parte e la partita è molto più grossa: la partita è il cambio di norme, certamente, ma soprattutto il cambio di mentalità; il cambio di norme serve a far passare l’idea che l’unione tra persone omosessuali è in tutto e per tutto eguale, quindi non solo nella legge ma anche nel costume, all’unione tra persone di sesso diverso. Per renderci conto della portata culturale, prima che politica, di questa partita, facciamo, come si usa nelle fiction, un flashback e andiamo indietro di quarant’anni. Anni 1970: uno dei più grandi pensatori italiani del secolo scorso, Augusto Del Noce, descrive in modo mirabile lo sforzo del Partito Comunista Italiano alla Scuola di Antonio Gramsci di affermare la propria egemonia culturale nella società italiana. “L’esito –dice Del Noce- di questo sforzo egemonico è un vero e proprio mutamento del senso comune”…aspettate solo un istante e arriviamo al punto. Del Noce spiega anche come funzionale a questa strategia fosse, da parte del PCI, la sostituzione al tradizionale avversario capitalistico borghese di un avversario che viene quasi mitizzato in negativo, quello del fascismo. Nella lettura, soprattutto quella degli anni ’70 del PCI, il fascismo diventa una sorta di mito, un contenitore, nel quale recepire tutti coloro che non erano comunisti o, peggio ancora, si opponevano al comunismo anche se non avevano nulla a che fare col fascismo storico, anche se non avevano nessuna simpatia per il fascismo storico e, in quest’ottica, anche questo ragazzo che vedete in basso a sinistra è un fascista, anche se lui probabilmente non aveva mai sentito parlare di Benito Mussolini e, giudice in ultima istanza di chi dovesse avere il marchio d’infamia di fascista restava il Partito Comunista che in questo modo conferiva o negava patenti di democraticità e di legittimazione politica e culturale a chiunque. Quarant’anni dopo: son crollati i muri, son crollati i miti, ma non è crollato il modo di identificazione dell’avversario e, da questo punto di vista, il maestro oggi è Hollande. Cambiando quello che bisogna cambiare è in corso un’operazione ideologica che aggiorna al mito del fascismo la sostituzione del mito dell’omofobo e come fascista non era il seguace di Mussolini, ma chiunque in qualche misura non fosse comunista, oggi omofobo non è quello che reca danno ad una persona in quanto omosessuale, ma è chiunque sia convinto che la famiglia degna di questo nome sia data dall’unione di uomo e di una donna in cui ci si assumono reciprocamente dei doveri, è un’unione aperta alla vita, è un’unione per la quale si attende alla benedizione dei figli; tutto questo viene riassunto sotto un’unica etichetta: omofobia, come abbiamo visto non solo sulla base non solo dell’esperienza francese, ma di tutto ciò che è accaduto in Italia. Allora vuoi negare che ci siano discriminazioni? No, no, le discriminazioni ci sono. In Italia c’è una discriminazione feroce; il soggetto più discriminato d’Italia è la famiglia. Vogliamo qualche esempio concreto? In caso di separazione, gli alimenti corrisposti al coniuge vanno in detrazione nella dichiarazione dei redditi, ma se io mando mio figlio all’università in una città che non è la mia, non è che posso detrarre le spese dalla dichiarazione dei redditi. Ogniqualvolta si parla di agevolazioni fiscali, per esempio in materia di rottamazioni vere non da partito politico, le detrazioni sono riconosciute a prescindere dal reddito, invece le detrazioni per i figli a carico dipendono dal reddito. Un single che guadagni 80.000 € all’anno ha un carico fiscale grossomodo pari a quello di un padre di famiglia con più figli che guadagni lo stesso reddito, solo che in quel caso bisogna dividerlo per otto e con i tetti contributi attuali 10.000 € all’anno di reddito a testa farebbe andare fuori addirittura dall’imposizione fiscale, ma non è così. Chi svolge attività sindacale giustamente gode di permessi e di distacchi, mentre chi va a scuola per parlare con gli insegnanti dei figli deve chiedere un giorno di ferie; il medico di base è oggetto di libera scelta, gli insegnanti per i figli no; l’aborto è a carico del Servizio Sanitario Nazionale, mentre l’ecografia? Allora, l’elenco è lungo, e io invece chiudo. Per vincere questa discriminazione è necessario certamente rettificare la normativa esistente che è fortemente penalizzante per la famiglia, ma è necessario convincerci prima di tutto che la famiglia è il soggetto davvero portante, ma lo deve essere non a parole, lo deve essere nei fatti, nelle norme, nell’azione di governo. La partita oggi è ancora in corso e sembra che vincano gli altri, i teorizzatori della vita senza doveri, delle unioni come capita, ma questa vittoria alla lunga non sarà la loro; poiché la demografia, come la fisica, non conosce vuoto…”sì, ma anche loro possono avere figli attraverso la fecondazione artificiale”, ma, perdonatemi la rozzezza dell’espressione, sarà sempre un “prodotto di nicchia”. Il vuoto che viene lasciato dal numero di figli sempre inferiore che viene messo al mondo a seguito della crisi della famiglia viene riempito da altre famiglie che vengono in Italia, famiglie con più figli e, talora, anche con più mogli, portatrici di modi di essere, di mentalità che certamente dobbiamo sforzarci di integrare, ma che non sempre riesce facile integrare. Noi dobbiamo risolvere i problemi, dobbiamo sforzarci di risolvere i problemi, ma non di organizzare la moltiplicazione dei problemi. Anche per questo il futuro della famiglia coincide con il futuro della nostra nazione e quello che si sta facendo in tante altre città, a cominciare dalla famiglia, cioè, qui una parola soltanto sulla responsabilità dei cattolici, riunire tutte le forze sane a sostegno della famiglia, a sostegno innanzitutto di una forza di pressione sul Governo, sul Parlamento, sulle Istituzioni, perché la famiglia venga presa in considerazione, non nei discorsi, ma nei provvedimenti quotidiani, è oggi indispensabile. Il “Family Day” apparterrà anche ad un’altra epoca, ma c’è stato, e c’è stato non molti anni fa. Se c’è stato una volta può esserci ancora, non con slogan semplicistici, ma con ragionamenti chiari, fondati antropologicamente, non con affermazioni fideistiche, ma con l’illustrazione logica e consequenziale del mondo capovolto che altri stanno costruendo, non con prese in giro verbali, ma con quella serena consapevolezza che non è in gioco l’ideologia, ma la civiltà, perché così è giusto fare e così, con l’aiuto di Dio, continueremo a fare.

Relatore
Sergio Belardinelli, Università di Bologna

“Riconciliare amore, libertà e famiglia”

Il titolo che avevo dato al mio intervento suona un po’ stravagante, per certi versi, perché appunto era riconciliare, come è stato detto, amore, libertà e famiglia. L’intervento di Alfredo Mantovano ha detto in controluce perché oggi questa conciliazione sia difficile e, per certi versi, sta diventando davvero una battaglia che sembra così invincibile sotto il profilo socio-culturale. Quanto Alfredo Mantovano ha descritto sul piano giuridico può essere agganciato ad una letteratura molto fiorente sulle relazioni di genere, sulla famiglia, sulle famiglie usato al plurale, che, a cominciare dagli anni ’70 si è sviluppata fino ai giorni nostri e ci ha fatto vedere un passaggio lessicale che non è privo di importanza, perché parlare di omosessualità cinquant’anni fa anche la letteratura scientifica lo faceva sotto il titolo della devianza ed era un discorrere piuttosto controverso, a mio modo di vedere si potrebbe anche dire molto settario, molto ingiusto e si usava un’idea di normalità che costituiva davvero una gabbia per le persone e tutto sommato forse qualche responsabilità di quanto sta accadendo oggi la possiamo imputare a quell’uso poliziesco della normalità che si è fatto per tanto tempo anche nella nostra cultura. Cerchiamo di vedere questo spostamento lessicale: dalla devianza si è passati alla diversità, per cui sono soltanto “diversi” e oggi stiamo andando su un altro fronte: non solo siamo andati sulla diversità, ma siamo sull’opportunità e addirittura al privilegio. Ci sono già ricerche sociologiche che cercano di mostrare come, per esempio, i bambini allevati all’interno di coppie omosessuali crescano più aperti, più vivaci, più sensibili e si potrebbe continuare. Questo a conferma di quanto sia virulenta la battaglia su questi temi e quanto sia ideologica. Ci sono fior di autori cha hanno costruito la loro fortuna, non solo accademica, anche parlando, per esempio, della centralità della coppia omosessuale nella trasformazione dell’intimità anche eterosessuale e un libro interessante, interessante come lo sono le malattie gravi, è quello di Anthony Giddens “Le trasformazioni dell’intimità”, è un libro pubblicato, mi pare, all’inizio del 1991 ed è un libro dove l’autore con una certa finezza argomentativa cerca di far vedere che oramai viviamo in un tempo in cui si fanno esperimenti e anche nella vita di coppia, nella vita di relazione c’è spazio ormai soltanto per gli esperimenti, e gli esperimenti non finiscono mai, e gli antesignani di questa vita sperimentale nella testa di Giddens sono proprio gli omosessuali: sono loro che hanno anticipato, in un certo senso, la precarietà della vita di coppia, la democraticità della vita di coppia e, uso una parola che non deve trarre in inganno, la purezza della relazione di coppia, laddove puro no sta per la purezza sessuale, ma sta nella natura che, secondo Giddens, hanno acquisito ormai le relazioni di coppia nella nostra società, cioè una relazione depurata da tutto ciò che è sostanziale. “L’unica cosa che conta oramai -dice Giddens- è la parità dei conti nel dare e nell’avere”. Le relazioni di coppia nel mondo contemporaneo stanno sempre più diventando e devono diventare relazioni sempre più democratiche, sempre più paritarie e sempre più aperte a quello che è più inevitabile, cioè il rischio del fallimento, cioè la sperimentabilità, perché è questo che dà sapore alle relazioni e questo ci hanno insegnato, in fondo, gli omosessuali, le coppie omosessuali, e tutto il lavorio intellettuale di questi autori sta nel mostrare che è un vantaggio anche per le coppie eterosessuali conformarsi a questo stile. Ho citato Giddens, ma avrei potuto citare anche un altro autore, che purtroppo viene citato spesso dai parroci nelle omelie, cioè Bauman. Bauman è un autore (“Amore liquido”) che descrive molto bene che cosa, secondo lui, sta accadendo ed “è giusto che accada” nelle relazioni di coppia contemporanee, e cioè il fatto che diventino sempre più virtuali e che somiglino sempre di più alle relazioni che noi costruiamo in rete. La facilità con la quale si entra in una relazione virtuale e la facilità con la quale se ne esce diventano il modello anche di quelle che sono le relazioni reali. In fondo è una bella cosa, dice Bauman, poter premere quando ci pare il tasto “cancella” e come premiamo “cancella” sul computer è bello anche poterlo fare nelle nostre relazioni sentimentali. Eh già, perché quando si parla di amore in questa prospettiva, e mi avvicno un po’ al mio tema, non si va mai oltre il sentimento e allora il titolo che io avevo dato al mio intervento era una provocazione rispetto ad un libro un po’ più serio che è stato scritto sempre negli anni ’90 da un autore che non è in sintonia con quello che pensiamo in questo tavolo, Ulrich Beck, ma che ha un’altra statura rispetto a quelli che ho appena citato. Ulrich Beck scrive un libro intitolato “Il normale caos dell’amore” tradotto da Boringhieri con questo titolo. La tesi di Beck è proprio che la natura della società contemporanea è tale per cui una volta che abbiamo ridotto l’amore al sentimento, una volta che abbiamo ridotto l’amore a questa fragile possibilità che dura finchè dura e se non dura più si cambia, un po’ come fanno gli studenti nei college americani, che non sono come i college canadesi di cui parlava Mantovano, lì ci si accoppia la sera più o meno come si fa una partita a scacchi e la mattina uno si è già dimenticato quello che ha fatto la sera prima e così si tira avanti: questa è la vita media di un college americano grossomodo, la dimensione dell’intimità ha questa natura. Ecco, dicevo, una volta che l’amore è ridotto a questo, Beck mostra e vede come la famiglia diventi una sorta di provocazione, il patto coniugale diventi una sorta di provocazione insostenibile, è insostenibile sia per l’amore, sia per la libertà, visto che pensiamo alla libertà come alla libertà di fare ogni volta quello che ci piace, come la libertà di assecondare ogni volta la precarietà del nostro sentire e, in un gergo un po’ sofisticato, i filosofi, qualcuno, quelli un po’ più intelligenti, sottolineano la deriva emotivista dell’etica e della cultura contemporanea per dire proprio che quello che conta sono i sentimenti, quello che noi sentiamo e quello che io sento non è sottoponibile al giudizio di chicchessia, dura finchè lo dico io, cambio, ecc. E Beck, con tanta amarezza, devo dire, a differenza degli altri che ho citato prima, constata questa “strutturale incompatibilità”, parole sue, “che nella nostra società si andrebbe delineando tra amore, libertà e famiglia”. Quello che quest’affermazione, secondo me, ci dice o comunque ci aiuta a pensare è il fatto proprio di un’ambivalenza strutturale e pericolosa di una certa cultura moderna, che scaturisce dalla consapevolezza che più aumentano le nostre possibilità di scelta, più aumenta la nostra sovranità, la sovranità del nostro arbitrio su tutto ciò che facciamo, ecc, e più Beck si rende conto che crescono per le persone, per gli individui, i pericoli e i rischi di insoddisfazione, i rischi del fallimento. Se c’è qualcosa di buono nel libro di Beck è che l’incompatibilità di cui parla denota anche la consapevolezza che poi il fallimento di una relazione amorosa non è come pigiare il tasto “cancella”, anche quelli più leggeri in realtà sono dolorosi, fanno star male e, quindi, Beck coglie lo spunto da questa situazione per far vedere che l’epoca moderna presenta delle ambiguità e delle contraddizioni che andrebbero un po’ pensate; le possiamo verificare noi su tanti fronti: lo possiamo veder sul fronte tecnologico, sul fronte delle relazioni intime, delle relazioni amorose. Perché dico le ambiguità? Perché è evidente che, per esempio, sul piano tecnologico oggi c’è davvero la possibilità, la potenza tecnica di cui siamo diventati capaci ci dà la vertigine, ci fa sentire potenti come forse mai era successo nella storia degli uomini, però è anche vero che questa potenza si accompagna ad un sotterraneo senso di impotenza. Se ci pensiamo bene, insieme alla vertigine del potere cresce anche la depressione di chi si sente sempre più impotente; è vero che abbiamo conquistato tante cose, che però per la politica aveva un peso piuttosto rilevante. I moderni, per esempio, pensavano la libertà come la capacità di essere padroni delle condizioni sociali, materiali della nostra esistenza. Domanda retorica: chi di noi oggi si sente padrone delle condizioni sociali, materiali della propria esistenza? Vedete, da una parte siamo potentissimi, dall’altra abbiamo tutti, chi più, chi meno, la sensazione che questa potenza si gioca sopra le nostre teste, alle nostre spalle, è sempre più anonima, è sempre più la potenza di un sistema, scusate se uso un gergo sociologico, è sempre più la potenza di un sistema che si muove secondo un codice autoreferenziale che ha sempre meno a che fare con la libertà, la dignità, la spontaneità degli uomini. Ma non accade solo sul macrolivello delle relazioni, diciamo così, del sistema tecnico, perché la stessa sensazione, secondo me, ce l’abbiamo anche sul piano più semplice, più “terra-terra” delle relazioni interpersonali; anche lì, indubbiamente, abbiamo tutti la sensazione che il nostro io si è arricchito, siamo diventati un “io sempre più io”, le nostre possibilità sono sempre crescenti, sembra che possiamo fare tante cose, però poi, quando incontriamo l’altro, ci accorgiamo che l’altro, per gli stessi motivi per cui noi siamo diventati “sempre più io”, è sempre più opaco, sempre più intrasparente, sempre più fastidioso e “sempre più io” anche lui e, quindi, quello che fino a ieri funzionava benissimo o, comunque, funzionava, le relazioni funzionavano, ora non più. Forse stiamo sperimentando oggi quello che Hegel aveva già visto un paio di cento anni fa, quando aveva capito e diceva che con l’avvento del soggetto sulla scena del mondo moderno, la dialettica del riconoscimento delle persone rischia di diventare la tragedia del riconoscimento, cioè stiamo noi sperimentando, anche sul piano delle nostre relazioni intime, la difficoltà ad incontrarci, la difficoltà a costruire relazioni degne del nome, perché sempre più “centrati sul nostro pupo”, direbbe Pirandello, il “pupo” dell’altro non solo è sempre più intrasparente, ma è sempre più fastidioso. Un grande campione della malafede, Jean-Paul Sartre, avrebbe detto “l’inferno solo gli altri”, lo dice espressamente: gli altri, in questo contesto, diventano davvero un inferno ed è un po’ la vicenda paradossale di una cultura moderna che parte all’insegna dell’autonomia, della libertà, del soggetto, e ad un certo punto si ritrova che sì, questa liberta l’ha anche conquistata, per tanti versi, però c’è qualcosa che non va; il prezzo che deve pagare è molto alto. Ci siamo emancipati, perché questa era la libertà moderna, da tanti legami sociali, ci siamo emancipati anche dai legami familiari, stiamo diventando sempre più autonomi, però il prezzo che si paga è che la società, a sua volta, si muove sempre di più come se noi non ci fossimo, siamo diventati davvero moderni, finalmente abbiamo coronato il sogno di quell’io, ma quello che noi paghiamo è che il mondo gira come se noi non ci fossimo, siamo fuori dalla società. Niklas Luman ha qualche buona ragione quando dice: signori il lessico della soggettività è stato assolutamente superato in questo mondo, perché l’uomo non è più il metro di misura della società, non è più il metro di misura delle relazioni, perché le relazioni diventano sempre più difficili perché la relazione esige che ci sia un IO meno centrato su se stesso e più consapevole del fatto che ciò che io sono dipende più di quanto non creda dalle relazioni che ho avuto o gli altri, qui è inutile che parliamo di famiglia e viene spontaneo, è qui che si capisce quanto sia centrale la relazione famigliare nella costituzione dell’autonomia e solidarietà delle persone, perché la libertà è qualcosa che si impara, non è spontaneità, la libertà richiede educazione, richiede un percorso anche faticoso, richiede che qualcuno per tanto tempo si faccia carico di noi perché c’è bisogno di tanto tempo prima di riuscire a dire Io e a dirlo sensatamente; in questo contesto qua emerge la famiglia, la relazione familiare come relazione costitutiva del costituirsi dell’autonomia vera delle persone, ma è chiaro che ci vuole una rivoluzione culturale, a mio modo di vedere è solo dentro la famiglia che noi recuperiamo la conciliazione di amore e libertà, perché è solo dentro la famiglia che si continua a risperimentare la concretezza delle relazioni, altro che relazioni depurate e democratiche; chiunque abbia una moglie o dei figli sa che se c’è qualcosa che dentro le famiglie non potrà mai realizzarsi è proprio la parità dei compiti del dare e dell’avere, tanto è vero che in partenza coloro che fanno i contratti matrimoniali sanno già che è finito, è già la premessa della fine quella perché le relazione concrete funzionano a condizione che uno non faccia i conti del dare e dell’avere: gratuità è la legge delle relazioni e sono relazioni non auliche; non è questione di relazioni sentimentali, sono relazioni dure: chi ha una moglie o ha un marito o dei figli sa che il conflitto fa parte di quella vita, è il sale di quella vita e sa anche che la relazione richiede lavoro, bisogna lavorare sulla relazione è questo che viene richiesto; non è qualcosa di spontaneo, bisogna lavorarci sopra è una materia che va modellata, richiede impegno e responsabilità, cose che suonano male nella cultura predominante che sta dando luogo anche sul piano giuridico alle cose di cui ci parlava prima Alfredo Mantovani.
Per fortuna è anche vero che la realtà ci dice che queste relazioni vere sono concretamente la condizione di vita che danno soddisfazione, oggi sto vicino a gente che fa ricerche empiriche sulla famiglia e ci dicono che: i giovani sono tutti convinti, mettono come valore principale nella loro gerarchia, più dell’amicizia c’è la famiglia, cioè tutti sanno, tutti sentono proprio in tempi di crisi quanto sia cruciale ciò che accade dentro la famiglia in termini di formazione e dicevo anche in termini di vita decente o addirittura di vita felice; io ho la sensazione che da una parte siamo messi malissimo e quanto ha detto Alfredo Mantovano ne è la prova, perché poi li si vede la concretezza, non ci sono chiacchiere, ci sono le leggi, da una parte siamo messi malissimo, dall’altra però in questo tempo così strano si sente anche che sta germinando qualcosa di assolutamente diverso, forse i presenti lo sentono meglio di tanti coetanei che stanno fuori, però è un qualcosa su cui però bisogna investire: sia in termini culturali che in termini di energia che soggettivamente mettiamo in ciò che facciamo in ciò che penziamo, sentiamo che costruire legami sensati, forti, investire su legami forti non è precludersi una vita libera e autonoma, ma è appunto costruire le condizioni affinché una vita possa essere veramente libera e autonoma, questo bisogna farlo senza risentimenti culturali, senza tanti piagnistei sul tempo che viviamo, che poi diceva un grande conservatore del XVII sec. : i tempi sono tutti contemporanei a Dio, cioè non c’è un tempo che si possa dire più vicino ad un altro, a ciascun tempo è data la sua pena, solo il Padre Eterno sa quanto siamo vicini o lontani, a noi è dato solo di fare il massimo per essere il più vicini pobbile, perché poi questo sappiamo essere il modo migliore per essere decentemente felici anche in questo mondo.

Relatore
S.E. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

“La famiglia e la responsabilità dei cattolici”

Quale responsabilità per noi uomini e per noi cattolici, perché noi siamo cattolici esattamente perché facciamo esperienza che poi diventa consapevolezza critica che questa è la salvezza dell’umanità, se perdono i cattolici perdono tutti, se vincono i cattolici vincono tutti, perché Dio ha affidato la rivelazione piena e definitiva della realtà dell’uomo, della storia all’avvenimento di Cristo che continua, permane, si svolge il mistero della chiesa per ciò io non aggiungo parole nuove a una esamina che questa sera mi sembrata veramente profonda e contenente una sfida, voglio raccogliere brevissimamente i sentieri che dobbiamo percorre e che dobbiamo vivere per stare all’altezza della responsabilità che la nostra fede cattolica ci da; innanzitutto la percezione chiarissima dei due interventi che sia un’alternativa radicale fra un’ideologia della menzogna e la cultura della verità o per dirla con il grande Beato Giovanni Paolo II: l’alternativa tra la cultura della morte e tra la cultura della vita, la cultura della morte non significa soltanto che c’è un mondo quello in cui noi viviamo che la dignità, il valore della vita fisica viene sistematicamente contraddetto, violentato; è che l’uomo è costretto a vivere male, la cultura della morte vuol dire vivere una vita senza senso, senza verità, senza energia, senza desiderio di conoscere, senza capacità di amare, senza assunzione del sacrificio, senza responsabilità: questa è la morte e questa è la cifra della società in cui viviamo; una società di individui che vivono la libertà come affermazione dei propri criteri, molto di più o molto peggio come affermazione dei propri istinti eretti soltanto da un interesse: il proprio benessere, posso fare tutto quello che voglio purchè quello che faccio mi produca un certo benessere, ecco ci che mi colpisce a morte il rapporto fra l’uomo e la donna, il rapporto fra due realtà diverse perché la natura li ha costituiti diversamente ma profondamente integrabili, corresponsabili l’uno dell’altra; se il rapporto sta sul benessere quando non c’è più il benessere non c’è più il rapporto, la storia finisce lo dicono già i vostri ragazzi più giovani, i vostri fratelli quando non c’è più benessere non c’è più storia, poi si riesce a dirittura a stabilire che la realtà non ha una sua oggettività, non c’è la realtà della natura e quindi la legge naturale, la realtà che non sia l’individuo, la realtà sono delle scelte e la sessualità è una scelta, la moralità è una scelta , le opzioni fondamentali della vita culturale, sociale e politica sono scelte ma nel senso che dipendono esclusivamente dall’individuo, come diceva Bellardinelli, totalmente referenziale. Questa è la società del soggetto che negli ultimi secoli si è posto come principio della vita e della storia promettendo libertà per tutti e ha stabilito uno dei peggiori domini sulla libertà e la coscienza dell’individuo quali non ce ne sono stati cosi facilmente nella storia della nostra società, quindi noi viviamo così, questo è il mondo in cui siamo, questo è il merito straordinario della chiesa che lungo tutto questo periodo ha attaccato violentemente chi avesse un minimo di consuetudine con la storia civile dell’Europa non farebbe fatica a vedere che ovunque si è imposto un potere di tipo ideologico anti cattolico sono state simultaneamente attaccate la chiesa e la famiglia, qualche volta prima la famiglia che non la chiesa e di fronte a questa esperienza incredibile ma reale che all’origine non c’è l’interesse ma la gratuità, all’origine dell’uomo c’è la gratuità perché l’uomo entra nella vita per una gratuità che lo precede, che viene prima di lui e nella quale si trova dentro, siamo creazione anche se la verità della creazione si esprime in modo gigantesco nella redenzione che solo Cristo ha portato, una gratuità che ti fa sentire gratuito a te stesso e perciò che ti fa guardare la realtà di cui non sei padrone, larealtà dalla quale sei continuamente interloquito, ecco allora che la realtà deve essere conosciuta, amata, si deve corrispondere con tutta la capacità di intelligenza e di amore che c’è, tutto questo si gioca nel rapporto con l’altro, con Dio, nella concretezza della vita e della storia e di quell’altro che innanzitutto è descritto da quella diversità sessuale che contiene un senso profondo della gratuità, nulla è più gratuito del rapporto dell’uomo per la donna e della donna per l’uomo, nulla perché si vive nel rapporto la grande gratuità con cui l’essere ha messo nel mondo gli uomini per questo la tradizione cristiana dice che la famiglia è l’immagine più vicina alla trinità nella storia; la gratuità che diventa responsabilità e diventa creatività, la famiglia è creata dall’uomo e dalla donna, i figli nascono dalla loro capacità di adesione e sacrificio, dal desiderio che continui la tradizione di cui fan parte perché è la cosa più preziosa è il loro presente, ma il presente si annullerebbe se questa continuità non ci fosse; l’Europa lo pensavo amaramente ieri guardando il clima umano e sociale di Bruxelles, l’Europa è stata creata dalle famiglie, le famiglie hanno creato i popoli e la cultura di questi popoli, l’arte di questi popoli, le istituzioni di questi popoli che hanno accettato sempre da un lato di essere espressione sempre della vita popolare e dall’altra essere obbedienti alla vita popolare, perché alla grandezza della cultura e dell’arte cristiana non è che è semplicemente espressione della genialità individuale, ma la genialità della persona si piega a servire la chiesa, a servire il popolo cristiano e al di la di esso a servire il popolo umano con la grande categoria del bene comune dei popoli; siamo di fronte a questo scontro soltanto che questo scontro è fra il nulla e l’essere, ricordo uno degli ultimi insegnamenti che mi, ci ha fatto Don Giussani proprio negli ultimissimi anni della sua vita quando ha parlato di uno scontro tra essere e il nulla e disse mi sembrava di essere tornato improvvisamente ai miei venti, ventiquattro anni quando studiavo filosofia in Cattolica e questi grandi maestri di metafisica della storia della filosofia mi insegnavano che il dramma della persona e quindi della società è lo scontro tra essere e nulla e quando Don Giussani mi parlava così mi sembrava che fosse una cosa accademica e invece è la cosa più reale della vita della storia, noi ci troviamo ogni giorno di fronte alla possibilità di inclinare verso il nulla e di diventare oggetto del dominio altrui, magari con la presunzione di essere liberi pensatori del pensiero altrui dall’altro invece di essere della gente che vive la vita, non è una passione inutile; come diceva Sart: la vita è un’esperienza piena di gusto, di bellezza, di bene, di giustizia e nasce dalla gratuità con cui uno percepisce che la realtà gli e attorno con una serie di suggestioni, perché ritrovi continuamente il cammino che è oltre di se da cui dipende. Mostrami un amante che sia pur bellissima, dice Romeo di Giulietta, a che servirà la sua bellezza se non come un segno dove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella, questa è la vita dell’uomo, è l’esperienza del bene che nasce dalla gratuità vissuta che diviene responsabilità, noi c’è l’abbiamo nel cuore e costituisce il fondo più profondo della nostra umanità e tutti i tentativi di sradicare il nostro cuore da questa radice sembrano fortissimi, ma sono debolissimi; sono forti del potere economico, del potere mas-mediatico, del potere delle suggestioni, del potere delle deviazioni che vengono fatte passare come normali, ma il cuore dell’uomo non può accettare di vivere così, ecco allora la seconda osservazione e ultima: qual è allora la natura di questa responsabilità? Che vuol dire la natura di questo scontro? Perché le cose bisogna pur chiamarle con il nome che hanno, noi non ci scontriamo volontariamente con nessuno sono gli altri che si scontrano con ,noi non siamo opposti a nessuno ricordo la frase straordinaria di Marten che sentì una volta per la prima volta in Cattolica in una lezione del professor Lazzati: “…………… (11.26) lui si è posto, gli altri si sono opposti non è venuto ne contro i romani, ne contro gli scribi, ne contro i farisei, ne contro i pagani gli altri lo hanno espulso perché ha posto la sua diversità, dunque noi dobbiamo vivere questo scontro non come uno scontro di ideologie , ma dobbiamo mettere dentro questo mondo una esperienza di vita alternativa; non perché esprime i nostri progetti, ma perché ci è consegnata fra le nostre mani ed il nostro cuore, perché la novità a questo dominio dell’interesse all’ egoismo che poi diventa violenza, la soluzione ai problemi di rapporti sessuali, affettivi cos’è? Omicidio- suicidio sta diventando normale sta diventando la rubrica dei nostri quotidiani, dei nostri settimanali la rubrica dei omicidi suicidi. Noi non possiamo pensare di avere una ideologia dei valori religiosi contrapposta all’ideologia dei valori negativi, no è un’altra cosa. E’ che il mangiare il bere, il vegliare e il dormire per noi hanno un valore assoluto, perché sono fatti per il signore allora occorre che la famiglia ritrovi nella evocazione della chiesa, ma soprattutto nella educazione che la chiesa deve avere il coraggio e l’umiltà di ritornare a dare. L’esperienza di un cambiamento in meglio, dell’intelligenza e del cuore, la vita degli altri sarà una vita che loro voglion far così, ma come diceva Benedetto XVI nei primi interventi, soprattutto rivolti ai giovani e una vita brutta, senza senso, senza prospettive; la nostra è una vita bella e noi viviamo, proponiamo agli uomini una vita bella, dove la parola sacrificio è dentro come condizione per arrivare alla bellezza e alla felicità non come valore in se assoluto, ma neanche la bellezza è contenuta come un valore assoluto che tende a diventare l’espressione meccanica dei propri istinti. Noi siamo chiamati a vivere un’esperienza di novità e a proporla a tutti in maniera sovranamente rispettosa della libertà dell’altro, perché noi come Dio amiamo più la libertà della verità, nell’altro amiamo più la libertà e perciò proponiamo alla sua libertà quello che noi siamo, lasciandogli totalmente la responsabilità di rispondere o di negare; se non capiamo che la responsabilità coincide con la verità della nostra vita cristiana da vivere a noi e da offrire a tutti come contenuto di questo permanente dialogo attraverso la nostra testimonianza e il signore che continua il dialogo con il cuore di ciascuno di quelli che incontriamo; questa è la nostra responsabilità, il nostro contributo alla vita della chiesa e alla vita della società e sono felicissimo quando mi hanno detto, perché sono stato a Bruxelles in questi due giorni, che Mons. Andrea Turazzi ha scelto come motto del suo episcopato, “Cor ad cor loquitur”: il cuore parla al cuore, questa è il cammino della fede che non è tirarsi fuori perché tanto ciascuno la pensa come vuole, chi sono io per dire a un altro che cos’è la verità, come chi sono io? E come se il figlio di Dio venuto sulla terra per rivelare la verità del Padre che contiene la verità di ogni uomo, ma quando la chiesa o i cristiani dicono così bestemmiano il signore, lo offendono; noi non abbiamo la responsabilità di fare chi sa che cosa da parte nostra, noi abbiamo la responsabilità di portare avanti il signore, la vita del Signore e perciò ricordiamoci bene che il contesto più significativo di questa testimonianza che deve essere carica di cultura, questa sera è stata una sera carica di cultura, deve essere carica di amore verso gli uomini, ma soprattutto carica di portare la nostra esperienza a tutti. Questa sfida che noi accettiamo da Dio non la accettiamo dalla storia, ma la accettiamo da Dio e la mettiamo nella storia; se non ci fosse Dio la storia non ci farebbe ne caldo ne freddo e i problemi su cui la gente sembra che esprima il massimo delle sue capacità non dico che ci lascerebbe indifferenti, ci lascerebbe tristissimi ma ultimamente impotenti. La povertà, il male se non ci fosse Cristo che ha cambiato disegno alla vita della persona e alla storia, perché ? quale sarebbe il senso di questo darsi da fare? Sappiate che come ci ha insegnato benissimo Alfredo Mantovano il contesto socio-politico è inevitabile, si deve arrivare fin li; se l’impeto della nostra presenza cristiana non tende a costruire dalla sua società valori, condizioni, strutture, suggerimenti anche di carattere politico ed economico che esprimano di più la bellezza, la nostra vita non ci servirebbe a nulla neanche a noi, diventa il talento che l’imbecille servo ha nascosto sotto terra sperando di custodirlo dall’usura del tempo e non lo trova neanche più e se lo trova il padrone lo da a chi ha saputo darsi da fare.
La società è inevitabile, un impegno cristiano che non arrivi alla società non è un impegno cattolico; potrà fare ancora riferimento a Cristo attraverso alla mediazione di Lutero, di Calvino, di tanti altri a cui va anche la nostalgia dei miei preti, ma non è l’esperienza cattolica; l’esperienza cattolica è l’esperienza che va inesorabilmente dalla fede alle opere e quindi il darsi da fare affinché la società cambi in meglio, cioè recepisca non solo il nostro contributo, ma il contributo di tutti in un contesto di vera uguaglianza, di vero rispetto, di vera capacità di dialogo che è il fulcro della democrazia, perché la democrazia non è una procedura e le peggiori dittature che hanno massacrato milioni di uomini hanno avuto la pretesa di essere una democrazia assolutamente perfetta, totalmente formale, procedurale; dare un contributo alla società appartiene alla missione della chiesa.
la maggior parte di voi non c’era ancora e se c’era non aveva ancora l’età della ragione, ma ricordo lo schoch che prese il mondo cattolico che allora era un esercito e ora è una massa informe che si deve continuamente richiamare all’unità; mi ricordo qualche mese prima delle grandi elezioni del 18 aprile 1948 dove lo scontro fra l’essere e il nulla era potentissimo, perché c’era di mezzo la libertà, c’era di mezzo la possibilità che il popolo italiano che aveva fatto tutti i sacrifici per recuperare la libertà fosse reso una colonia di un impero, in cui in qualsiasi modo lo si giudicherà lontanissimo dalla nostra esperienza, dalla nostra cultura, dalla nostra sensibilità e da quel mondo di valori umani, cristiani che per mille e seicento-settecento anni l’Italia aveva vissuto come forma della sua vita; ricordo che Pio XII con un intervento disse: moti proprio, vuol dire che lo aveva fatto lui e basta, forse era meglio quando i papi facevano le cose loro e basta, sciolse dal voto di clausura tutte le claustrali d’Italia perché potessero uscire a votare domenica 18 aprile 1948, allora non uscivano neanche a morire, neanche per i funerali, mentre adesso escono per lo psicanalista, il dentista, ecc. ecc. ogni tanto a San Marino trovavo qualcuno mentre passavo per strada a piedi vedevo e dicevo: questa qui mi sembrava una suora di clausura, allora dissi madre come mai qui? E dovevo andare dal dentista, ma mi pare che nelle vostra regole sia scritto che prima di uscire dal convento ci vuole il permesso del vescovo e be ma adesso queste cose sono superate, queste cose le avete superate voi; allora le fece uscire per votare e disse: perché chi ha sulla terra la più grande vocazione che Dio possa concedere a un cristiano, quella di vivere di pura contemplazione, non può disinteressarsi della Nazione del popolo a cui appartiene, delle possibilità e dei rischi che questo popolo corre e perciò deve dare il suo contributo perché vinca la libertà e venga sconfitta la schiavitù; non so se nel 2012 siamo in una situazione molto diversa e resta chiaro che la responsabilità è la stessa, vivere la novità della vita cristiana e proporla a tutti attraverso la nostra testimonianza fino a quella incidenza politica, culturale e sociale che verifica l’autenticità della nostra fede e della nostra appartenenza alla chiesa.

«Cristianofobia». (di Davide Greco)

Da CORRISPONDENZA ROMANA

Ora ci sono i dati, e sono sempre più allarmanti. L’odio verso tutto ciò che è cristiano colpisce i simboli, i luoghi, le abitudini della cristianità. Non si tratta solo di concetti, di punti vista o di qualcosa che può apparire sfumato, ma di azioni precise che si ripercuotono fisicamente e con sempre maggior frequenza. CONTINUA

Ritiro mensile preti. Seminario 30.01.2014

Appunti sintetici per riflettere sulla relazione di S.E. Mons. Luigi Negri

Questi appunti possono essere un aiuto se affiancati dalla lettura attenta del testo del Papa. Per chi vuole possiamo fornire l'audio originale.
Introduzione alla lettura della Evangelii Gaudium
(riferimento anche nei prossimi due incontri).
Conviene privilegiare la lettura: è un linguaggio prevalentemente evocativo. Il Papa è un grande evocatore e sollecitatore personale. Bisogna ‘ri-sentire’ la forza delle sue parole.

CAPITOLO PRIMO
LA TRASFORMAZIONE MISSIONARIA DELLA CHIESA

3. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché « nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore».
La radice della gioia è la fede. Non è un sentimento, ma un giudizio: Gesù Cristo è venuto e salva l’uomo. Tutto il male dell’uomo non sposta la certezza di questa gioia.

L’educazione della nostra gente non si fa sostando sui sentimenti, ma aiutandoli nella formulazione di un giudizio. Educare alla logica, nel senso ampio dell’uso della ragione che cerca di capire la vita nella totalità di tutti i suoi fattori. Un impegno totale della vita non può essere fondata solo su un fattore. Si provocano scompensi!

n. 9 “La dolce e confortante gioia di evangelizzare!”
Non una trasformazione teorica, ma una trasformazione di esperienza di vita.
La missione non è introdotta come in Lumen Gentium o nel magistero di Giovanni Paolo II: la missione è l’identità e il movimento della Chiesa. La preoccupazione era quella di insegnare chi è la Chiesa. L’orizzonte di Papa Francesco non è contrapposto, ma è su un altro livello: come deve cambiare la vita della Chiesa per essere fedele alla missione. Non ha senso fare una contrapposizione (cf. Vito Mancuso: il suo è un errore ermeneutico!).

20: da imparare a memoria!
21: la gioia è una gioia missionaria.
23: l’intimità della Chiesa con Gesù (cuore dell’esistenza della Chiesa anche prepasquale, nella comunione, nel dialogo e la reciproca integrazione tra Gesù e i suoi), fa la Chiesa ‘itinerante’, la Chiesa ‘in uscita’.
La comunione tra Cristo e i suoi non è astratta, ma itinerante! Vitale che la Chiesa esca ad annunciare il vangelo a tutti. Senza paure. Una gioia per tutto il popolo, nessuno escluso. E nessuna categoria esclusa. Cristo include! In primo piano non c’è il tuo amore preferenziale, ma l’amore inclusivo di Cristo. Ogni esclusione è una offesa a Cristo.

24: le caratteristiche della Chiesa in uscita. Parole cardine di concezione della Chiesa e di visione pastorale della Chiesa. Cf. Il documento di Aparecida.
Prendere l’iniziativa; coinvolgersi; accompagnare; fruttificare; festeggiare. Questa è la Chiesa che va in missione.
Ogni piano pastorale ha senso se è inteso come risposta ad una prima e fondamentale iniziativa, che ci fa esistere come Chiesa: la chiamata del Signore.

“Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente (è ridondante: in realtà siamo sempre imperfetti e incompiuti) siano imperfetti o incompiuti”.
Noi possediamo solo la strada, non il termine! E la nostra via è l’uomo… Accompagniamo l’uomo anche nelle dissonanze del cuore.

25: pastorale in conversione.
31: la posizione del vescovo in questo cammino di conversione
NB finale, delicato.

35: l’annunzio non può essere un’ossessionata trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine. La questione è pastorale! Non ha detto che non ci sono più le dottrine e c’è solo la coscienza (vedi Scalfari…). Il problema è la modalitа dell’annunzio, che implica una gerarchia delle cose da dire. Si deve partire dall’essenziale e arrivare al particolare. Dire che una cosa è particolare non vuol dire che non è vera! Ma se insisto subito sul particolare non si parte neanche!
Non è un problema di contenuti, ma di modalità: l’intero annunzio del dogma parte dall’essenziale del kerigma. Non si tratta di togliere dalla miscela ciò che non interessa o che gli altri non capiscono, ma di dire tutto con ordine, dall’essenziale al particolare.
‘Ti dò l’assoluzione se almeno ti impegni a tentare di capire il perché delle ragioni della morale della Chiesa!’ Fornire i criteri di giudizio!

CAPITOLO SECONDO
NELLA CRISI DELL’IMPEGNO COMUNITARIO
Rendersi conto dei condizionamenti antropologici che rendono faticosa la missione.
Non si tratta qui di un giudizio su metodi o strumenti da utilizzare, ma di conoscere bene questi condizionamenti.
52 e 53: la cultura dello scarto!
La cultura dello scarto si concretizza poi nella economia della esclusione! Dobbiamo essere criticamente attenti (cf. il cardinale di Lione Barbarin!)

64-66: la famiglia
Radice della crisi nostra (di pastori) rispetto alla famiglia: non educhiamo a percepire la grandezza oggettiva del valore del matrimonio cristiano. Accettiamo che si riduca nella coscienza ad un aspetto particolare…

64. “Il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti. Come bene osservano i Vescovi degli Stati Uniti d’America, mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti, «ci sono coloro che presentano questo insegnamento, come ingiusto, ossia opposto ai diritti umani basilari. Tali argomentazioni scaturiscono solitamente da una forma di relativismo morale, che si unisce, non senza inconsistenza, a una fiducia nei diritti assoluti degli individui. In quest’ottica, si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale”.

Il diritto deve fare riferimento all’ontologia, e non all’istintualità. La ragione è lo strumento per individuare l’oggettività.
Non si può presentare la nostra posizione sulla famiglia semplicemente come una alternativa tra le tante, ma come la prospettiva più vera e più bella per vivere l’amore.
Intervenire dove inizia lazione educativa sulla famiglia: non a 21 anni, ma nella adolescenza!

Spero che nel prossimo Sinodo sulla famiglia venga fuori questa grande verità: nella famiglia è in gioco la Chiesa! Se muore l’una, muore anche l’altra.
Dobbiamo introdurre noi di nuovo i valori della famiglia! Una esperienza così cambia la vita!

ALLA SUA PRESENZA

di Mons. Nicola Bux

Gian Arturo Ferrari, firma del Corriere della Sera, ha osservato: “C'è una concezione del mondo religioso che di religioso non ha nulla. Penso a qualche funzione religiosa a cui ho partecipato di recente. Il modello era la tv”. E' una verità amara, ogni qualvolta si assiste ad una liturgia che invece di essere “azione sacra per eccellenza”, come la Costituzione liturgica la definisce (SC 7), è trasformata in show; sta ricordarlo l'uso di un verbo tipico delle feste dei villaggi turistici: animare. Si osservi quel che accade, in occasione delle prime comunioni. Alcuni sacerdoti collocano in chiesa, al posto dei banchi, più tavolini apparecchiati, oppure un grande tavolo, di quelli comunemente usati per le feste nelle sale parrocchiali, in modo da dare l'idea della 'tavolata'. I bambini vengono fatti sedere attorno, e davanti a ciascuno è posta una patena con un'ostia da consacrare. Su un altro tavolino, all'angolo, sta il calice col vino. Alla consacrazione, ciascun fanciullo toglie il velo dalla patena. Il sacerdote consacra, poi passa dai bambini e ciascuno di essi, in piedi, self-service, prende la sua ostia dalla sua patena, la intinge nel calice che gli porge il sacerdote e si comunica. Poi si siede. Una variante è che l'ostia, non si trovi nella patena davanti al bimbo, ma gliela passi, poi, il sacerdote, ed il bambino la intinga nel calice e si comunichi. Un sintomo di quella che è stata definita la “nuova religione dell'autodeterminazione”? Il Messale Romano, promulgato da Paolo VI, ammonisce: «Non è consentito ai fedeli di “ prendere da sé e tanto meno passarsi tra loro di mano in mano” (Institutio Generalis del Messale Romano, 118) la sacra ostia o il sacro calice. In merito,inoltre, va rimosso l'abuso che gli sposi si distribuiscano in modo reciproco la santa Comunione» (Istruzione Redemptionis Sacramentum 94). Ancora «Non si permetta al comunicando di intingere da sé l'ostia nel calice, né di ricevere in mano l'ostia intinta» (Ivi, 104). Un altro abuso frequente è la distribuzione della Comunione da parte di accoliti e ministri straordinari, – anche se vi sono sacerdoti e diaconi, ministri a ciò deputati – cosa prevista solo in caso di una grande folla, cioè, almeno cinquecento fedeli, che si accostassero tutti al sacramento! Eppure, nell'Istruzione Redemptionis Sacramentum, richiesta da Giovanni Paolo II nell'Enciclica sull'Eucaristia, si ammonisce: «E' riprovevole la prassi di quei Sacerdoti che, benché presenti alla celebrazione, si astengono comunque dal distribuire la Comunione,incaricando di tale compito i laici» (RS 157) e poi: «Il ministro straordinario della santa Comunione, infatti, potrà amministrare la santa Comunione soltanto quando mancano il Sacerdote o il Diacono, quando il Sacerdote è impedito da malattia, vecchiaia o altro serio motivo o quando il numero dei fedeli che accedono alla Comunione è tanto grande che la celebrazione stessa si protrarrebbe troppo a lungo. Tuttavia ciò si ritenga nel senso che andrà considerata motivazione del tutto insufficiente un breve prolungamento, secondo le abitudini e la cultura del luogo» (RS 158; cfr 88 e 154). Alcune considerazioni:
1. La 'tavolata' è un grave errore teologico-sacramentale, causato dall'idea che la Messa sia la riproposizione dell’ultima cena. Non pochi studi hanno cercato di chiarirlo, non ultimi quelli di Joseph Ratzinger. La cena celebrata da Gesù alla vigilia della pasqua ebraica non è ancora una liturgia cristiana, come prova il fatto che solo le due benedizioni sul pane che diventa corpo dato per noi e sul vino che diventa sangue versato per noi, sono state conservate dalla tradizione apostolica e inserite in un grande “preghiera di benedizione” o supplica di ringraziamento, in greco eucaristia, a Dio Padre nello Spirito Santo, fatta in nome di Gesù Cristo il Figlio, incarnato e sacrificato per noi. Quanto ha fatto il Signore nel contesto dell’ultima cena è una novità, per questo: «l’ultima cena fonda il contenuto dogmatico dell’eucaristia cristiana, ma non la sua forma liturgica». In altri termini: «Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla…Il memoriale del suo dono perfetto, infatti, non consiste nella semplice ripetizione dell’ultima cena, ma propriamente nell’eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano […] La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento, come una sorta di “fissione nucleare”, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28)» (SCa, 11). Nell’eucaristia «Gesù ha anticipato il suo sacrificio, un sacrificio non rituale, ma personale». Nello stesso tempo l’eucaristia è attesa della cena che il Signore appresterà al suo ritorno alla fine del mondo.
Dunque, prefigurata nel sacrificio del tempio, nel “servo sofferente” di Isaia, nella cena pasquale degli ebrei, la forma originale della messa è l’eucaristia, cioè la preghiera di ringraziamento che trasforma la mia esistenza; è l’obbedienza di Gesù Cristo al Padre, perciò è sacrificio e pasto dei riconciliati. In relazione alla passione di Cristo, in cui il sangue era separato dal corpo, il concilio di Trento definisce la santa messa “vero e proprio sacrificio” di Gesù Cristo. Egli si rende presente sull'altare – alta-res, luogo alto per il sacrificio – in obbedienza alle parole consacratorie del sacerdote, e, a causa della separazione del corpo dal sangue, è nella condizione di vittima immolata (immolatitius modus: cfr Pio XII,Enciclica Mediator Dei, 70). Per questo, l'altare è anche mensa dell'Agnello immolato (cfr Ap 5,6), per ricevere il pane, separatamente, come sacramento del corpo e il vino come sacramento del sangue (cfr san Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae III q 74 a.1 sc). Tutto questo è riaffermato dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1365). Sebbene l’espressione “cena del Signore” sia uno dei modi di chiamare l’eucaristia, in realtà si riferisce alla cena escatologica dell’Agnello, come esclama il sacerdote alla Comunione: Beati qui ad coenam Agni vocati sunt. La dimenticanza o l’ignoranza di tutto questo, finisce per separare la Messa dal sacrificio della croce e ridurre l’eucaristia ad un banchetto fraterno. Non si dimentichi, poi il divieto di Paolo di unire la frazione del pane all’agape, cena di carattere religioso-sociale, tanto forte era ancora l’influsso pagano di fraintendere l’eucaristia come un banchetto dal quale inevitabilmente poi scaturivano abusi e licenze. Nelle due forme della messa bizantina, la “divina liturgia di San Giovanni Crisostomo” e quella “di San Basilio”, il concetto di cena o di banchetto è chiaramente subordinato a quello di sacrificio, proprio come nel nostro canone romano.
2. La 'tavolata' è anche un deplorevole abuso liturgico: sostituisce l'altare, al quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare (cfr Institutio Generalis del Messale Romano, Ed.typ. III, 296). Cos'è l’altare e perché si usa? Nella tradizione giudaica v’era l’altare dei sacrifici – la parte superiore per l'immolazione delle vittime – e la tavola dei pani da offrire. Col cristianesimo, l’altare dei sacrifici nel cortile del tempio e la tavola delle offerte all’interno, vengono resi, nelle chiese, con una composizione sintetica: l’altare rappresenta Cristo, la croce e ad un tempo il suo sepolcro (cfr CCC 1182); è anche la mensa del Signore (cfr Eb 13,10) dalla quale scaturiscono i sacramenti del mistero pasquale. E’ la parte più santa del tempio ed è elevato, alta res, posto in alto per indicare l’opera di Dio che è superiore a tutte le opere dell’uomo. Non deve essere poggiato sul piano del pavimento, ma almeno elevato su un gradino, affinché ricordi il Golgota dovendosi su di esso rinnovare il sacrificio che Gesù compì sulla croce. Per questo è sempre rivestito di tovaglie, che indicano la purezza necessaria per accogliere Dio; in quella bizantina l’altare è coperto con un velo, quasi una dalmatica diaconale annodata sui quattro lati, ad indicare Cristo fattosi servo. Per la liturgia orientale, l’altare non deve essere grande, come nella tradizione latina più antica, perché è sufficiente che si possa accostare il celebrante per il sacrificio; poi su di esso ardono lampade e in specie ha al centro la croce, l’artoforio (tabernacolo) e l’evangelario. In occidente si ritiene superato tutto questo, nonostante i propositi ecumenici di “respirare con due polmoni”. Nel post-concilio ha prevalso la tendenza ad avvicinare l’altare al popolo. In realtà, non è l’altare che si deve avvicinare al popolo, ma il popolo all’altare: i movimenti processionali di introito, di offertorio e di Comunione, come dicono i salmi, significano l'andare alla presenza del Signore, per offrire i santi doni e comunicarsi a lui.
3. Il rapporto tra sacrificio eucaristico, “festa”, “comunità”, elemento umano e divino nella Messa. Una prima questione, riguarda le caratteristiche del sacramento eucaristico: è una cena o un sacrificio? Così risponde il Catechismo: “La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce,e il sacro banchetto della Comunione al corpo e al sangue del Signore”. Non è solo un accostamento, poiché vi è un nesso intimo tra cena e sacrificio. Infatti: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all'unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi” (CCC 1382). Certo, il termine memoriale può essere inteso come ricordo di un fatto passato. Non è così, grazie allo Spirito Santo che ci ricorda ogni cosa (cfr Gv 14,26); l'eucaristia fatta dalla Chiesa rende presente e attuale la pasqua di Cristo e il suo sacrificio offerto una volta per tutte (cfr CCC 1364). Rende presente anche la risurrezione? Col battesimo e soprattutto con l'eucaristia, il cristiano soffre e muore con Cristo, mentre della risurrezione riceve il germe che si svilupperà in pienezza alla fine dei tempi, secondo la parola del Signore: “io lo risusciterò nell'ultimo giorno”(Gv 6,40). Ma finché siamo “nella carne”, noi partecipiamo alla sua passione e attendiamo, nella fede e nella speranza, il giorno della glorificazione. Inoltre, si tratta di sacro banchetto, o convito, nel quale si riceve Gesù Cristo,si fa memoria della sua passione, il cuore si riempie di grazia: viene dato l'anticipo della gloria futura. Sacro significa che c'è la sua presenza divina e quindi bisogna avvicinarsi con quel timore di Dio, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo.
Il sacrificio sacramentale è definito eucaristia, termine greco che vuol dire azione di grazie o benedizione, memoriale e presenza di lui, operata dalla potenza della sua parola e dallo Spirito Santo; il tutto culmina nella Comunione. E' festa in senso spirituale, non mondano: non vive di trovate accattivanti, non deve esprimere l’attualità effimera, non è un intrattenimento che deve aver successo, ma ravvivare la coscienza che il mistero è presente tra noi. E' festa della fede, in cui deporre, come dice la liturgia bizantina, ogni mondana attitudine, perché “misticamente rappresentiamo i cherubini”(tropario d'offertorio). Il dramma giunge al suo culmine: l’altare su cui s’innalza la croce diventa ora la mensa dell’Agnello immolato ma vivo. Il sacrificio del corpo e del sangue misticamente anticipato nella cena e compiuto sul Golgota, ora è approntato come cibo e bevanda per i fedeli perché entrino in intima unione con la vittima divina. Come gli apostoli la domenica di Pasqua siamo nel cenacolo col Signore ormai risorto che mostra le piaghe gloriose e ci invita al convito.
La familiarità con lui provoca stupore e gioia, ma non consente banalità come il trasformare l’altare in tavola da pranzo a cui far accedere i fedeli. Egli è il Signore, e il convito «resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota. Il convito eucaristico è davvero un convito “sacro”, in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio: O Sacrum convivium, in quo Christus sumitur!» (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 48). Trasformare l'altare in una 'tavolata', significa favorire nei piccoli un'idea distorta della Comunione, la quale discende dall'alto della Trinità e non dal basso del nostro stare insieme.
4. Come accostarsi alla Comunione, a cominciare dalla 'prima'.
Proprio ai nostri giorni, che vedono i piccoli particolarmente precoci e attenti, alle lingue come al web, li immergiamo nella banalità; gli impediamo di partecipare a liturgie solenni con il pretesto di peculiari esigenze psicologiche, pensando che non capiscano e invece li si priva dell’incontro col mistero divino attraverso lo stupore, il silenzio, l’ascolto, la musica sacra, la preghiera e il ringraziamento, come è avvenuto per noi da piccoli, e siamo cresciuti nella fede attraverso la partecipazione alla liturgia cattolica della Chiesa, col suo respiro universale. I piccoli non desiderano diventare grandi e stare con i grandi? La prima Comunione significa che è da lui, dal Signore, che, a conclusione dell’iniziazione, noi riceviamo un posto alla sua mensa, per la prima Comunione con lui, qui e per l'eternità. Gesù l’ha promesso: “Io vi preparo un posto”: questo comincia, quaggiù, con l’essere divenuti capaci, mediante il battesimo e la cresima, di riconoscerci figli in lui Figlio e quindi rendere grazie a Dio Padre. Nel rito romano antico, i fedeli si accostano alla balaustra, in ginocchio, dove spesso è distesa una tovaglia che rappresenta la mensa, il banchetto, e ognuno ha un posto: si inginocchia e attende in raccoglimento di ricevere la Comunione. Un gesto significativo è l'uso di nascondere le mani sotto la tovaglia – l’ho visto fare in Francia dai bambini e dagli adulti, dopo essersi inginocchiati – indica l’esigenza di essere puri per toccare il Signore, che ci ha scelti e chiamati con la fede alla mensa del suo regno, di cui la Comunione è l’anticipo, la caparra, l'anticipo della gloria futura. La prassi ordinaria – secondo la tradizione condivisa d'oriente e d’occidente – è che si riceva nella bocca, dopo un atto di riverenza, un inchino profondo o in ginocchio. Ma non di rado, i fedeli che vogliano riceverla, così, sono oggetto di bruschi dinieghi, anche scandalosi, da parte di sacerdoti noncuranti d'avere nelle mani le sacre specie. Eppure, il modo di riceverla, in piedi e sulla mano, è solo un indulto, ossia un permesso a tempo. Pertanto, non poteva non suscitare reazioni l''innovazione' di Benedetto XVI di amministrare la Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca: 'innovazione', rispetto appunto all'indulto, che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano. Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità e nell’alto medioevo, la chiesa d'oriente e quella d'occidente abbiano preferito amministrarla in tal modo. Ma, Gesù ha dato la Comunione agli apostoli sulla mano o ha chiesto loro di prenderla con le proprie mani? Visitando una mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune 'Ultime Cene' in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po' come la postura di Gesù e degli apostoli, a tavola, nel cenacolo di Leonardo, che 'aggiorna', alla maniera occidentale, l'uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa.
Ora, riflettendo ulteriormente, l'uso di dare la Comunione direttamente in bocca al fedele può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere avevano e hanno ancor oggi l'usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all'amata o all'amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo, ancora inesperto. Si capisce così il testo di Giovanni: "Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: 'E' quello a cui darò un pezzetto di pane intinto'. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone, Satana entrò da lui" (13,26-27). Che dire però dell'invito di Gesù: "Prendete e mangiate"... "Prendete e bevete"? Prendete (in greco: labete; in latino: accipite), significa anche "ricevete". Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino. Ma, se durante il 'mistico convito' – come lo chiama l'oriente, ossia l'ultima cena – i due gesti consacratori avvennero – come sembra – in tempi diversi della cena pasquale, dopo la pentecoste – allorché gli apostoli, aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7), quali esperti diremmo così nel culto – li unirono all'interno della grande preghiera eucaristica, la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l'anafora, dando origine al rito di Comunione.
Tutto ciò rende più comprensibile la sentenza di sant'Agostino: “nessuno mangia quella carne, se prima non ha adorato” (Enarrationes in Psalmos 98,9). Benedetto XVI l'ha richiamata, significativamente, proprio nel noto discorso sull'interpretazione del Vaticano II (cfr anche Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, 67). Ancora più esplicito Cirillo invita a "non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo" (cfr Catechesi Mistagogica 5,22). Di modo che, chi riceve la Comunione fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra – simile alla nostra genuflessione – protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve, in bocca, la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, datato tra la fine del V e l'inizio del VI secolo d.C., un evangelario greco miniato, composto sicuramente in ambiente siriaco. Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente nella bocca. Benedetto XVI, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto: perché non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio, come quello odierno.
Al di là della discussione storico-teologica, circa il modo in cui in antico si riceveva la Comunione, mettersi in ginocchio per ricevere il sacramento non è in contrasto con la processione prevista nel rito ordinario.
L'uso della Comunione sulla mano porta anche a riflettere sui frammenti che spesso cadono, senza essere raccolti in un vassoio sottostante. In molte parrocchie, i corporali, restano aperti da una Messa all'altra, da un giorno all'altro, con i frammenti eucaristici, perché alcuni sacerdoti sostengono che siano "cellule morte" (qualcuno arriva a dire, all'atto della consacrazione, "lui non consacra i frammenti": non l'avevo mai sentita, ma è un'eresia). Non siamo pronti a dare ad un ammalato che non può deglutire un piccolo frammento di particola? La daremmo se non fosse corpo di Cristo? Forse che una briciola di pane è di sostanza differente dal pane intero? I sacerdoti sanno che la validità della Messa, oltre che dalla materia e dalla forma, dipende dall'intenzione che essi mettono, di fare quello che fa la Chiesa. Il corporale è molto importante, come attesta Orvieto, sia perché si consacrano solo le ostie e il vino che si trovano all'interno del corporale, non sulla tovaglia, sia per raccogliere i frammenti. Non prevalgano l'ignoranza e la presunzione, ma si attinga alla Scrittura e ai Padri, come Ambrogio e Crisostomo! Il Signore è presente (cfr CCC 1377) - come dice san Tommaso - nel sacramento dell’eucaristia, non secondo il modo della quantità, ma secondo il modo della sostanza: in una goccia di sangue, in una goccia di vino, o in un frammento di ostia c’è tutta la presenza del Signore; non c’è bisogno di molto vino perché il Signore sia presente, proprio come in una goccia di sangue c’è tutta la sostanza del sangue. L'ignoranza della dottrina eucaristica cattolica, porta a ritenere che i frammenti siano insignificanti e, di conseguenza, non si purificano i vasi sacri. Eppure, in extremis, quando il sacerdote si accorge che le particole sono insufficienti per la Comunione, usa spezzarle ulteriormente per dare la Comunione, pur con un frammento! Nell'attuale crisi di fede, anche la questione dei frammenti va chiarita e riaffermata, condannando gli abusi, in quanto non c'è differenza tra particole, particelle e frammenti di ostia.
Lo scoglio da superare, resta il dissenso sulla natura della liturgia. «La crisi della liturgia, e quindi della Chiesa, in cui continuiamo a trovarci – afferma Ratzinger – è dovuta solo in minima parte alla differenza tra vecchi e nuovi libri liturgici. Si rende sempre più chiaro che sullo sfondo di tutte le controversie è emerso un profondo dissenso circa l'essenza della celebrazione liturgica, la sua derivazione, il suo rappresentante e la sua forma corretta. Si tratta della questione circa la struttura fondamentale della liturgia in genere; più o meno consciamente si scontrano qui due concezioni diverse. I concetti dominanti della nuova visione della liturgia si possono riassumere nelle parole-chiave “creatività”, “libertà”, “festa”, “comunità”. Da un tale punto di vista, “rito”, ''obbligo”, “interiorità”, “ordinamento della Chiesa universale” appaiono come i concetti negativi, che descrivono la situazione da superare della “vecchia” liturgia». Klaus Gamber, studioso della liturgia romana e delle liturgie orientali di Ratisbona, «percepiva che abbiamo nuovamente bisogno di un inizio dall'interiorità, come lo intendeva il Movimento liturgico nella sua parte più nobile». Ratzinger ne condivide l'analisi: «La riforma liturgica, nella sua concreta esecuzione, si è sempre più allontanata da questa origine. Il risultato non è rianimazione ma devastazione. [...] una liturgia degenerata in spettacolo, in cui si cerca di rendere interessante la religione con trucchi alla moda e con moralismi spigliati, che registrano successi momentanei nel gruppo dei promotori e un allontanamento ben più vasto da parte di tutti coloro che nella liturgia non cercano il loro show master spirituale, bensì l'incontro con il Dio vivente davanti al quale il nostro affaccendarsi diventa irrilevante, e che può dischiudere a tutti la vera ricchezza dell'essere».
Nicola Bux

DA BOLOGNA CON AMORE: FERMATEVI

L'Arcivescovo Mons. Luigi Negri invita a lavorare seriemente su questa intervista del Card. Carlo Caffarra

Perorazione del cardinal Caffarra dopo il concistoro e il rapporto Kasper. Non toccate il matrimonio di Cristo. Non si giudica caso per caso, non si benedice il divorzio. L’ipocrisia non è misericordiosa.
di Matteo Matzuzzi (15/03/2014)
Bologna. Due settimane dopo il concistoro sulla famiglia, il cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, affronta con il Foglio i temi all’ordine del giorno del Sinodo straordinario del prossimo ottobre e di quello ordinario del 2015: matrimonio, famiglia, dottrina dell’Humanae Vitae, penitenza.
La “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II è al centro di un fuoco incrociato. Da una parte si dice che è il fondamento del Vangelo della famiglia, dall’altra che è un testo superato. È pensabile un suo aggiornamento?
Se si parla del gender e del cosiddetto matrimonio omosessuale, è vero che al tempo della Familiaris Consortio non se ne parlava. Ma di tutti gli altri problemi, soprattutto dei divorziati-risposati, se ne è parlato lungamente. Di questo sono un testimone diretto, perché ero uno dei consultori del Sinodo del 1980. Dire che la Familiaris Consortio è nata in un contesto storico completamente diverso da quello di oggi, non è vero. Fatta questa precisazione, dico che prima di tutto la Familiaris Consortio ci ha insegnato un metodo con cui si deve affrontare le questioni del matrimonio e della famiglia. Usando questo metodo è giunta a una dottrina che resta un punto di riferimento ineliminabile. Quale metodo? Quando a Gesù fu chiesto a quali condizioni era lecito il divorzio della liceità come tale non si discuteva a quel tempo, Gesù non entra nella problematica casuistica da cui nasceva la domanda, ma indica in quale direzione si doveva guardare per capire che cosa è il matrimonio e di conseguenza quale è la verità dell’indissolubilità matrimoniale. Era come se Gesù dicesse: “Guardate che voi dovete uscire da questa logica casuistica e guardare in un’altra direzione, quella del Principio”. Cioè: dovete guardare là dove l’uomo e la donna vengono all’esistenza nella verità piena del loro essere uomo e donna chiamati a diventare una sola carne. In una catechesi, Giovanni Paolo II dice: “Sorge allora cioè quando l’uomo è posto per la prima volta di fronte alla donna la persona umana nella dimensione del dono reciproco la cui espressione (che è l’espressione anche della sua esistenza come persona) è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità”. Questo è il metodo della Familiaris Consortio.
Qual è il significato più profondo e attuale della “Familiaris Consortio”?
"Per avere occhi capaci di guardare dentro la luce del Principio", la Familiaris Consortio afferma che la Chiesa ha un soprannaturale senso della fede, il quale non consiste solamente o necessariamente nel consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non sempre coincide con l’opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il potere. E in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per cogliere il contesto storico. Tale ricerca per sé sola, però, non è da ritenersi espressione del senso della fede (FC 5). Ho parlato di verità del matrimonio. Vorrei precisare che questa espressione non denota una norma ideale del matrimonio. Denota ciò che Dio con il suo atto creativo ha inscritto nella persona dell’uomo e della donna. Cristo dice che prima di considerare i casi, bisogna sapere di che cosa stiamo parlando. Non stiamo parlando di una norma che ammette o non eccezioni, di un ideale a cui tendere. Stiamo parlando di ciò che sono il matrimonio e la famiglia. Attraverso questo metodo la Familiaris Consortio, individua che cosa è il matrimonio e la famiglia e quale è il suo genoma uso l’espressione del sociologo Donati , che non è un genoma naturale, ma sociale e comunionale. È dentro questa prospettiva che l’Esortazione individua il senso più profondo della indissolubilità matrimoniale (cf FC 20). La Familiaris Consortio quindi ha rappresentato uno sviluppo dottrinale grandioso, reso possibile anche dal ciclo di catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano. Nella prima di queste catechesi, il 3 settembre 1979, Giovanni Paolo II dice che intende accompagnare come da lontano i lavori preparatori del Sinodo che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Non l’ha fatto affrontando direttamente temi dell’assise sinodale, ma dirigendo l’attenzione alle radici profonde. È come se avesse detto, Io Giovanni Paolo II voglio aiutare i padri sinodali. Come li aiuto? Portandoli alla radice delle questioni. È da questo ritorno alle radici che nasce la grande dottrina sul matrimonio e la famiglia data alla Chiesa dalla Familiaris Consortio. E non ha ignorato i problemi concreti. Ha parlato anche del divorzio, delle libere convivenze, del problema dell’ammissione dei divorziati-risposati all’Eucaristia. L’immagine quindi di una Familiaris Consortio che appartiene al passato; che non ha più nulla da dire al presente, è caricaturale. Oppure è una considerazione fatta da persone che non l’hanno letta.
Molte conferenze episcopali hanno sottolineato che dalle risposte ai questionari in preparazione dei prossimi due Sinodi, emerge che la dottrina della “Humanae Vitae” crea ormai solo confusione. È così, o è stato un testo profetico?
Il 28 giugno 1978, poco più di un mese prima di morire, Paolo VI diceva: «Della Humanae Vitae, ringrazierete Dio e me». Dopo ormai quarantasei anni, vediamo sinteticamente cosa è accaduto all’istituto matrimoniale e ci renderemo conto di come è stato profetico quel documento. Negando la connessione inscindibile tra la sessualità coniugale e la procreazione, cioè negando l’insegnamento della Humanae Vitae, si è aperta la strada alla reciproca sconnessione fra la procreazione e la sessualità coniugale: from sex without babies to babies without sex. Si è andata oscurandosi progressivamente la fondazione della procreazione umana sul terreno dell’amore coniugale, e si è gradualmente costruita l’ideologia che chiunque può avere un figlio. Il single uomo o donna, l’omosessuale, magari surrogando la maternità. Quindi coerentemente si è passati dall’idea del figlio atteso come un dono al figlio programmato come un diritto: si dice che esiste il diritto ad avere un figlio. Si pensi alla recente sentenza del tribunale di Milano che ha affermato il diritto alla genitorialità, come dire il diritto ad avere una persona. Questo è incredibile. Io ho il diritto ad avere delle cose, non le persone. Si è andati progressivamente costruendo un codice simbolico, sia etico sia giuridico, che relega ormai la famiglia e il matrimonio nella pura affettività privata, indifferente agli effetti sulla vita sociale. Non c’è dubbio che quando l’Humanae Vitae è stata pubblicata, l’antropologia che la sosteneva era molto fragile e non era assente un certo biologismo nell’argomentazione. Il magistero di Giovanni Paolo II ha avuto il grande merito di costruire un’antropologia adeguata a base dell’Humanae Vitae. La domanda che bisogna porsi non è se l’Humanae Vitae sia applicabile oggi e in che misura, o se invece è fonte di confusione. A mio giudizio, la vera domanda da fare è un’altra.
Quale? L’Humanae Vitae dice la verità circa il bene insito nella relazione coniugale? Dice la verità circa il bene che è presente nell’unione delle persone dei due coniugi nell’atto sessuale?
Infatti, l’essenza delle proposizioni normative della morale e del diritto si trova nella verità del bene che in esse è oggettivata. Se non ci si mette in questa prospettiva, si cade nella casuistica dei farisei. E non se ne esce più, perché ci si infila in un vicolo alla fine del quale si è costretti a scegliere tra la norma morale e la persona. Se si salva l’una, non si salva l’altra. La domanda del pastore è dunque la seguente: come posso guidare i coniugi a vivere il loro amore coniugale nella verità? Il problema non è di verificare se i coniugi si trovano in una situazione che li esime da una norma, ma, qual è il bene del rapporto coniugale. Qual è la sua verità intima. Mi stupisce che qualcuno dica che l’Humanae Vitae crea confusione. Che vuol dire? Ma conoscono la fondazione che dell’Humanae Vitae ha fatto Giovanni Paolo II? Aggiungo una considerazione. Mi meraviglia profondamente il fatto che, in questo dibattito, anche eminentissimi cardinali non tengano in conto le centotrentaquattro catechesi sull’amore umano. Mai nessun Papa aveva parlato tanto di questo. Quel Magistero è disatteso, come se non esistesse. Crea confusione? Ma chi afferma questo è al corrente di quanto si è fatto sul piano scientifico a base di una naturale regolazione dei concepimenti? È al corrente di innumerevoli coppie che nel mondo vivono con gioia la verità di Humanae Vitae? Anche il cardinale Kasper sottolinea che ci sono grandi aspettative nella Chiesa in vista del Sinodo e che si corre il rischio di una pessima delusione se queste fossero disattese. Un rischio concreto, a suo giudizio? Non sono un profeta né sono figlio di profeti. Accade un evento mirabile. Quando il pastore non predica opinioni sue o del mondo, ma il Vangelo del matrimonio, le sue parole colpiscono le orecchie degli uditori, ma nel loro cuore entra in azione lo Spirito Santo che lo apre alle parole del pastore. Mi domando poi delle attese di chi stiamo parlando. Una grande rete televisiva statunitense ha compiuto un’inchiesta su comunità cattoliche sparse in tutto il mondo. Essa fotografa una realtà molto diversa dalle risposte al questionario registrate in Germania, Svizzera e Austria. Un solo esempio. Il 75 per cento della maggior parte dei paesi africani è contrario all’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia. Ripeto ancora: di quali attese stiamo parlando? Di quelle dell’Occidente? È dunque l’Occidente il paradigma fondamentale in base al quale la Chiesa deve annunciare? Siamo ancora a questo punto? Andiamo ad ascoltare un po’ anche i poveri. Sono molto perplesso e pensoso quando si dice che o si va in una certa direzione altrimenti sarebbe stato meglio non fare il Sinodo. Quale direzione? La direzione che, si dice, hanno indicato le comunità mitteleuropee? E perché non la direzione indicata dalle comunità africane?
Il cardinale Müller ha detto che è deprecabile che i cattolici non conoscano la dottrina della Chiesa e che questa mancanza non può giustificare l’esigenza di adeguare l’insegnamento cattolico allo spirito del tempo. Manca una pastorale familiare?
È mancata. È una gravissima responsabilità di noi pastori ridurre tutto ai corsi prematrimoniali. E l’educazione all’affettività degli adolescenti, dei giovani? Quale pastore d’anime parla ancora di castità? Un silenzio pressoché totale, da anni, per quanto mi risulta. Guardiamo all’accompagnamento delle giovani coppie: chiediamoci se abbiamo annunciato veramente il Vangelo del matrimonio, se l’abbiamo annunciato come ha chiesto Gesù. E poi, perché non ci domandiamo perché i giovani non si sposano più? Non è sempre per ragioni economiche, come solitamente si dice. Parlo della situazione dell’Occidente. Se si fa un confronto tra i giovani che si sposavano fino a trent’anni fa e oggi, le difficoltà che avevano trenta o quarant’anni fa non erano minori rispetto a oggi. Ma quelli costruivano un progetto, avevano una speranza. Oggi hanno paura e il futuro fa paura; ma se c’è una scelta che esige speranza nel futuro, è la scelta di sposarsi. Sono questi gli interrogativi fondamentali, oggi. Ho l’impressione che se Gesù si presentasse all’improvviso a un convegno di preti, vescovi e cardinali che stanno discutendo di tutti i gravi problemi del matrimonio e della famiglia, e gli chiedessero come fecero i farisei: “Maestro, ma il matrimonio è dissolubile o indissolubile? O ci sono dei casi, dopo una debita penitenza…?”.Gesù cosa risponderebbe? Penso la stessa risposta data ai farisei: “Guardate al Principio”. Il fatto è che ora si vogliono guarire dei sintomi senza affrontare seriamente la malattia. Il Sinodo quindi non potrà evitare di prendere posizione di fronte a questo dilemma: il modo in cui s’è andata evolvendo la morfogenesi del matrimonio e della famiglia è positivo per le persone, per le loro relazioni e per la società, o invece costituisce un decadimento delle persone, delle loro relazioni, che può avere effetti devastanti sull’intera civiltà? Questa domanda il Sinodo non la può evitare. La Chiesa non può considerare che questi fatti (giovani che non si sposano, libere convivenze in aumento esponenziale, introduzione del c.d. matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici, e altro ancora) siano derive storiche, processi storici di cui essa deve prendere atto e dunque sostanzialmente adeguarsi. No. Giovanni Paolo II scriveva nella Bottega dell’Orefice che “creare qualcosa che rispecchi l’essere e l’amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto”. Anche la Chiesa, dunque, deve smettere di farci sentire il respiro dell’eternità dentro all’amore umano? Deus avertat!
Si parla della possibilità di riammettere all’Eucaristia i divorziati risposati. Una delle soluzioni proposte dal cardinale Kasper ha a che fare con un periodo di penitenza che porti al pieno riaccostamento. È una necessità ormai ineludibile o è un adeguamento dell’insegnamento cristiano a seconda delle circostanze?
Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato? Se la Chiesa ammette all’Eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. È logico. Ma allora - come chiedevo - che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo? È sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. Quindi, c’è un esercizio della sessualità umana extraconiugale che la Chiesa considera legittima. Ma con questo si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze? E perché non i rapporti tra gli omosessuali? La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. Giovanni Paolo II diceva nel 2000 in un’allocuzione alla Rota che “emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio”. La formula è tecnica, “dottrina da tenersi definitivamente” vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.
Quindi non è questione solo di prassi, ma anche di dottrina?
Sì, qui si tocca la dottrina. Inevitabilmente. Si può anche dire che non lo si fa, ma lo si fa. Non solo. Si introduce una consuetudine che a lungo andare determina questa idea nel popolo non solo cristiano: non esiste nessun matrimonio assolutamente indissolubile. E questo è certamente contro la volontà del Signore. Non c’è dubbio alcuno su questo.
Non c’è però il rischio di guardare al sacramento solo come una sorta di barriera disciplinare e non come un mezzo di guarigione?
È vero che la grazia del sacramento è anche sanante, ma bisogna vedere in che senso. La grazia del matrimonio sana perché libera l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi per sempre con tutta la pienezza del loro essere. Questa è la medicina del matrimonio: la capacità di amarsi per sempre. Sanare significa questo, non che si fa stare un po’ meglio la persona che in realtà rimane ammalata, cioè costitutivamente ancora incapace di definitività. L’indissolubilità matrimoniale è un dono che viene fatto da Cristo all’uomo e alla donna che si sposano in lui. È un dono, non è prima di tutto una norma che viene imposta. Non è un ideale cui devono tendere. E’ un dono e Dio non si pente mai dei suoi doni. Non a caso Gesù, rispondendo ai farisei, fonda la sua risposta rivoluzionaria su un atto divino. ‘Ciò che Dio ha unito’, dice Gesù. E’ Dio che unisce, altrimenti la definitività resterebbe un desiderio che è sì naturale, ma impossibile a realizzarsi. Dio stesso dona compimento. L’ uomo può anche decidere di non usare di questa capacità di amare definitivamente e totalmente. La teologia cattolica ha poi concettualizzato questa visione di fede attraverso il concetto di vincolo coniugale. Il matrimonio, il segno sacramentale del matrimonio produce immediatamente tra i coniugi un vincolo che non dipende più dalla loro volontà, perché è un dono che Dio ha fatto loro. Queste cose ai giovani che oggi si sposano non vengono dette. E poi ci meravigliamo se succedono certe cose”.
Un dibattito molto appassionato si è articolato attorno al senso della misericordia. Che valore ha questa parola?
Prendiamo la pagina di Gesù e dell’adultera. Per la donna trovata in flagrante adulterio, la legge mosaica era chiara: doveva essere lapidata. I farisei infatti chiedono a Gesù cosa ne pensasse, con l’obiettivo di attirarlo dentro la loro prospettiva. Se avesse detto “lapidatela”, subito avrebbero detto “Ecco, lui che predica misericordia, che va a mangiare con i peccatori, quando è il momento dice anche lui di lapidarla”. Se avesse detto “non dovete lapidarla”, avrebbero detto “ecco a cosa porta la misericordia, a distruggere la legge e ogni vincolo giuridico e morale”. Questa è la tipica prospettiva della morale casuistica, che ti porta inevitabilmente in un vicolo alla fine del quale c’è il dilemma tra la persona e la legge. I farisei tentavano di portare in questo vicolo Gesù. Ma lui esce totalmente da questa prospettiva, e dice che l’adulterio è un grande male che distrugge la verità della persona umana che tradisce. E proprio perché è un grande male, Gesù, per toglierlo, non distrugge la persona che lo ha commesso, ma la guarisce da questo male e raccomanda di non incorrere in questo grande male che è l’adulterio. «Neanche io ti condanno, va e non peccare più». Questa è la misericordia di cui solo il Signore è capace. Questa è la misericordia che la Chiesa, di generazione in generazione, annuncia. La Chiesa deve dire che cosa è male. Ha ricevuto da Gesù il potere di guarire, ma alla stessa condizione. È verissimo che il perdono è sempre possibile: lo è per l’assassino, lo è anche per l’adultero. Era già una difficoltà che facevano i fedeli ad Agostino: si perdona l’omicidio, ma nonostante ciò la vittima non risorge. Perché non perdonare il divorzio, questo stato di vita, il nuovo matrimonio, anche se una “reviviscenza” del primo non è più possibile? La cosa è completamente diversa. Nell’omicidio si perdona una persona che ha odiato un’altra persona, e si chiede il pentimento su questo. La Chiesa in fondo si addolora non perché una vita fisica è terminata, bensì perché nel cuore dell’uomo c’è stato un tale odio da indurre perfino a sopprimere la vita fisica di una persona. Questo è il male, dice la Chiesa. Ti devi pentire di questo e ti perdonerò. Nel caso del divorziato risposato, la Chiesa dice: “Questo è il male: il rifiuto del dono di Dio, la volontà di spezzare il vincolo messo in atto dal Signore stesso”. La Chiesa perdona, ma a condizione che ci sia il pentimento. Ma il pentimento in questo caso significa tornare al primo matrimonio. Non è serio dire: sono pentito ma resto nello stesso stato che costituisce la rottura del vincolo, della quale mi pento. Spesso - si dice - non è possibile. Ci sono tante circostanze, certo, ma allora in queste condizioni quella persona è in uno stato di vita oggettivamente contrario al dono di Dio. La Familiaris Consortio lo dice esplicitamente. La ragione per cui la Chiesa non ammette i divorziati-risposati all’Eucaristia non è perché la Chiesa presuma che tutti coloro che vivono in queste condizioni siano in peccato mortale. La condizione soggettiva di queste persone la conosce il Signore, che guarda nella profondità del cuore. Lo dice anche San Paolo: “Non vogliate giudicare prima del tempo”. Ma perché - ed è scritto sempre nella Familiaris Consortio - “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quella unione di amore fra Cristo e la Chiesa significata e attuata dall’Eucaristia” (FC 84). La misericordia della Chiesa è quella di Gesù, quella che dice che è stata deturpata la dignità di sposo, il rifiuto del dono di Dio. La misericordia non dice: “Pazienza, vediamo di rimediare come possiamo”. Questa è la tolleranza essenzialmente diversa dalla misericordia. La tolleranza lascia le cose come sono per ragioni superiori. La misericordia è la potenza di Dio che toglie dallo stato di ingiustizia.
Non si tratta di accomodamento, dunque.

Non è un accomodamento, sarebbe indegno del Signore una cosa del genere. Per fare gli accomodamenti bastano gli uomini. Qui si tratta di rigenerare una persona umana, e di questo è capace solo Dio e in suo nome la Chiesa. San Tommaso dice che la giustificazione di un peccatore è un’opera più grande che la creazione dell’universo. Quando viene giustificato un peccatore, accade qualcosa che è più grande di tutto l’universo. Un atto che magari avviene in un confessionale, attraverso un sacerdote umile, povero. Ma lì si compie un atto più grande della creazione del mondo. Non dobbiamo ridurre la misericordia ad accomodamenti, o confonderla con la tolleranza. Questo è ingiusto verso l’opera del Signore.
Uno degli assunti più citati da chi auspica un’apertura della Chiesa alle persone che vivono in situazioni considerate irregolari è che la fede è una ma i modi per applicarla alle circostanze particolari devono essere adeguati ai tempi, come la Chiesa ha sempre fatto. Lei che ne pensa?
La Chiesa può limitarsi ad andare là dove la portano i processi storici come fossero derive naturali? Consiste in questo annunciare il Vangelo? Io non lo credo, perché altrimenti mi chiedo come si faccia a salvare l’uomo. Le racconto un episodio. Una sposa ancora giovane, abbandonata dal marito, mi ha detto che vive nella castità ma fa una fatica terribile. Perché, dice, “non sono una suora, ma una donna normale”. Ma mi ha detto che non potrebbe vivere senza Eucaristia. E quindi anche il peso della castità diventa leggero, perché pensa all’Eucaristia. Un altro caso. Una signora con quattro figli è stata abbandonata dal marito dopo più di vent’anni di matrimonio. La signora mi dice che in quel momento ha capito che doveva amare il marito nella croce, “come Gesù ha fatto con me”. Perché non si parla di queste meraviglie della grazia di Dio? Queste due donne non si sono adeguate ai tempi? Certo che non si sono adeguate ai tempi. Resto, le assicuro, molto male nel prendere atto del silenzio, in queste settimane di discussione, sulla grandezza di spose e sposi che, abbandonati, restano fedeli. Ha ragione il professor Grygiel quando scrive che a Gesù non interessa molto cosa pensa la gente di lui. Interessa cosa pensano i suoi apostoli. Quanti parroci e vescovi potrebbero testimoniare episodi di fedeltà eroica. Dopo un paio d’anni che ero qui a Bologna, ho voluto incontrare i divorziati-risposati. Erano più di trecento coppie. Siamo stati assieme un’intera domenica pomeriggio. Alla fine, più d’uno m’ha detto di aver capito che la Chiesa è veramente madre quando impedisce di ricevere l’Eucaristia. Non potendo ricevere l’Eucaristia, comprendono quanto sia grande il matrimonio cristiano, e bello il Vangelo del matrimonio.
Sempre più spesso viene sollevato il tema del rapporto tra il confessore e il penitente, anche come possibile soluzione per venire incontro alla sofferenza di chi ha visto fallire il proprio progetto di vita. Qual è il suo pensiero?
La tradizione della Chiesa ha sempre distinto - distinto, non separato - il suo compito magisteriale dal ministero del confessore. Usando un’immagine, potremmo dire che ha sempre distinto il pulpito dal confessionale. Una distinzione che non vuol significare una doppiezza, bensì che la Chiesa dal pulpito, quando parla del matrimonio, testimonia una verità che non è prima di tutto una norma, un ideale verso cui tendere. A questo momento entra con amorevolezza il confessore, che dice al penitente: “Quanto hai sentito dal pulpito, è la tua verità, la quale ha a che fare con la tua libertà, ferita e fragile”. Il confessore conduce il penitente in cammino verso la pienezza del suo bene. Non è che il rapporto tra il pulpito e il confessionale sia il rapporto tra l’universale e il particolare. Questo lo pensano i casuisti, soprattutto nel Seicento. Davanti al dramma dell’uomo, il compito del confessore non è di far ricorso alla logica che sa passare dall’universale al singolare. Il dramma dell’ uomo non dimora nel passaggio dall’universale al singolare. Dimora nel rapporto tra la verità della sua persona e la sua libertà. Questo è il cuore del dramma umano, perché io con la mia libertà posso negare ciò che ho appena affermato con la mia ragione. Vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male. Il dramma è questo. Il confessore si pone dentro questo dramma, non al meccanismo universale-particolare. Se lo facesse inevitabilmente cadrebbe nell’ipocrisia e sarebbe portato a dire “va bene, questa è la legge universale, però siccome tu ti trovi in queste circostanze, non sei obbligato”. Inevitabilmente, si elaborerebbe una fattispecie ricorrendo la quale, la legge diventa eccepibile. Ipocritamente, dunque, il confessore avrebbe già promulgato un’altra legge accanto a quella predicata dal pulpito. Questa è ipocrisia! Guai se il confessore non ricordasse mai alla persona che si trova davanti che siamo in cammino. Si rischierebbe, in nome del Vangelo della misericordia, di vanificare il Vangelo dalla misericordia. Su questo punto Pascal ha visto giusto nelle sue Provinciali, per altri versi profondamente ingiuste. Alla fine l’uomo potrebbe convincersi che non è ammalato, e quindi non è bisognoso di Gesù Cristo. Uno dei miei maestri, il servo di Dio padre Cappello, grande professore di diritto canonico, diceva che quando si entra in confessionale non bisogna seguire la dottrina dei teologi, ma l’esempio dei santi.
© - FOGLIO QUOTIDIANO. SABATO 15 MARZO 2014

Tre-giorni del clero

Torreglia 13-15 gennaio 2014

Questi appunti sono stati gentilmente messi a disposizione da un sacerdote che non ha avuto la possibilità di confrontarli con le registrazioni audio e neppure di rivederli sul piano lessicale. Servano semplicemente da sintesi e come prima presa di contatto con i contenuti della Tre Giorni. Ovviamente si consiglia di ascoltare le relazioni che potete recuperare presso la redazione de “la Voce”.


13.01.2014
Mons. LIVIO MELINA
(Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II)
Matrimonio e famiglia: bene comune della società

Insegnare ad amare: nulla di più urgente e di più bello (Giovanni Paolo II)
L’impresa di insegnare ad amare ha niente meno che le dimensioni di ricostruire una cultura.
Il tema della cultura è decisivo.
Bisogna capire che cos’è la cultura, le dimensioni culturali del nostro impegno.
Capacità critica nei confronti delle persuasioni, delle strutture del nostro modo di avere coscienza di noi stessi. Avere coscienza dei termini culturali della sfida sulla famiglia.
Un criterio preciso di verità che orienti il cammino.

1. Identificare gli argomenti e le linee che permettono di cogliere l’identità di matrimonio e famiglia.
L’esistenza della famiglia (nonostante i tentativi ideologici di farla sparire) si presenta come un fatto testardo, che permane.
Lévi-Strauss: la famiglia fenomeno universale presente in ogni società. Se non fosse naturale come si spiegherebbe che si trova dappertutto?
La definisce: società naturale fondata su un duplice legame. Uno orizzontale (relazione sessuale uomo-donna, reso possibile dalla differenza sessuale), e uno verticale (relazione generazionale genitori-figli).
Pierpaolo Donati pubblica periodicamente un rapporto sulla famiglia in Italia. Descrive il declino della ‘coppia generativa’ (il 40%: due persone sono unite da un progetto generativo; il salto qualitativo è avere uno o più figli. È una coppia che fa famiglia. Si forma un noi, che ha un valore più grande del singolo. La relazione è più importante del singolo e della sua soddisfazione), mentre si afferma la ‘coppia aggregativa’ (il 60%: due individui continuano a percepirsi come individui alla ricerca di soddisfazione personale, non maturando la percezione di essere un ‘noi’: non evolve nella famiglia. Rimane narcisista, liquida. Si manifestano le relazioni ‘pure’, cioè che sono indipendenti da qualsiasi retaggio culturale o naturale, un puro contratto di tornaconto tra due individui. Il rapporto di coppia è privatizzato, non va verso il matrimonio. Le ragioni di amore o di convenienza non si portano a livello pubblico. Donati osserva però che le coppie aggregative si poggiano, per sussistere, su tessuto famigliare. È parassita della società: vive di risorse che la società genera, ma non aiuta la società a maturare in relazioni di solidarietà autentiche).

Testimonianza del cuore come criterio infallibile di discernimento tra la realizzazione buona della vita e quella falsa. Cuore: insieme di quelle esigenze ed evidenze originarie con cui noi siamo lanciati nella realtà. Ogni essere umano, volente o nolente giudica ciò che accade a partire da queste evidenze originarie, inclinazioni naturali, orientamenti spontanei verso beni sentiti come costitutivi della natura umana. Istinto a conservare e promuovere la vita, a vivere in società, a cercare la verità, a sentire compassione e aiutare chi soffre.
Imponente tra queste è l’inclinazione sessuale. Che significato pienamente umano ha?
Deve essere inserita in un quadro complessivo di senso che la interpreti e vada fissandosi nell’esperienza di maturazione di ciascuno.
La ragione umana coglie che il senso pieno della attrazione sessuale è rispettato quando l’altro è visto come persona e non solo come occasione di soddisfazione momentanea. Inclinazione sessuale e riconoscimento della dignità personale dell’altro: di qui si più cominciare a distinguere il buono dallo sbagliato.
Coltivare le disposizione virtuose che sviluppano in senso pienamente umano l’affettività e la sessualità. Sono le virtù. Che sono parte fondamentale della costruzione di una cultura.
La cultura è ciò che rende l’uomo più uomo, che lo fa accedere alla sua umanità. Ciò che incrementa l’umano nell’uomo. Capacità di riconoscere l’altro come soggetto, di generare, di promuovere l’altro. Rispetto della generatività nella dimensione sessuale, riconoscimento che il figlio, che può nascere nella relazione, non è una cosa ma una persona, non può essere trattato come un prodotto che rispetta le esigenze di chi lo vuole, ma è accolto come un frutto sovrabbondante della donazione di sè.

2. Matrimonio e famiglia come bene comune della società.
Quali le condizioni di una cultura della famiglia che promuova i beni essenziali per una vita umana buona e permettano di illuminare la differenza sessuale non come un limite all’amore?
Senza differenza sessuale l’unione del corpo è finzione di intimità che rispetta solo il narcisismo senza reale apertura all’altro. La differenza sessuale rende possibile la comunione di persone. Solo qui si costruisce una famiglia che edifica la società.
Perché la legge civile laica e pluralistica dovrebbe favorire il matrimonio uomo-donna come base di costruzione della famiglia e della società?

Il bene comune. GS 16: il bene comune è l’insieme delle condizioni della vita sociale che permettono alle collettività e ai singoli di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente.
La riflessione della Chiesa ha fatto passi avanti: il bene comune non è semplicemente un insieme di cose. Giovanni Paolo II ha visto il bene comune non solo come condizioni esterne, ma come un agire insieme delle persone, in modo solidale. La persona è pienamente se stessa quando agisce in comunione con le altre persone. La relazione sociale, che unisce l’io al tu in un agire comune ha una sua bontà propria, una sua bellezza e preziosità. La persona è pienamente persona proprio quando agisce solidalmente con gli altri.
E la famiglia è il nucleo essenziale di costruzione del bene comune. Non è semplicemente una istituzione, ma è un agire insieme in vista di un noi comune, che promuove la vita di ogni singola persona.
Molte costituzione degli stati moderni hanno riconosciuto la famiglia come prima cellula della società. Conferma in una riflessione attuale a livello sociologico, che ha messo a fuoco il concetto di capitale sociale. È il bene della relazione umana di cui hanno bisogno le società per vivere. Per poter vivere, una società ha bisogno di persone che si fidino le une delle altre, che siano leali, pronte a donarsi, affidabili.
La famiglia crea capitale sociale! Forma le persone, che diventano capaci di vivere il legame sociale sulla base di certe virtù. Se manca il luogo in cui si educa a questa virtù, decade la società. La famiglia è la risorsa primaria per la produzione del capitale sociale.
La società per la sua stessa esistenza ha interesse a favorire la famiglia, distinguendola da forme di convivenza che consumano il capitale sociale e lo dissipano, perché guardano solo all’interesse del singolo individuo.
La famiglia precede e sostiene il legame sociale. Questo è l’argomento per sostenere l’azione dello stato a difesa della famiglia.
La differenza sessuale è forma archetipica dell’accoglienza dell’altro; la stabilità del legame; l’apertura alla generazione ed educazione (Tommaso: famiglia utero spirituale): in questa struttura fondamentale si produce il bene relazionale, il capitale sociale.
Sostegno dei più deboli e anziani: è garantito dalla famiglia!
Attualmente la mentalità politica è individualista e fa leggi per i singoli, lasciando nell’ombra la famiglia.
Se le reazioni di convivenza non garantiscono i valori, lo stato non ha interesse a difenderle. La privatizzazione della coppia e la considerazione esclusiva dei diritti individualistici portano al rapido dissolvimento del capitale sociale fondamentale per l’esistenza di una società.
Familiaris consortio: l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia. Senza famiglia non c’è futuro. Non è una esagerazione dire che se si distrugge la famiglia viene meno l’ambito della cultura, luogo dove l’uomo può ritrovarsi nella sua umanità autentica, nella capacità di amare fino al dono di sè.
Ci vuole un intervento organico a tutti l livelli per una ricostruzione della famiglia.




14.01.2014
Mons. ANGELO BUSETTO
, Prevosto della Cattedrale di Chioggia e docente di teologia dogmatica
Rilettura pastorale del Vaticano II: LA CHIESA COME MISSIONE.

Un Concilio ‘pastorale’. Che cosa si intendeva?
Documento di convocazione 25.12.1961 Humanae salutis: il redentore dell’umana salvezza che aveva dato il comando di portare la luce del vangelo a tutte le genti, promise: ecco, io sono con voi. Si richiede alla Chiesa di immettere l’energia perenne, vivificante e divina del vangelo nelle vene della comunità umana.
La Chiesa è luce delle genti, serva dell’umanità, nel senso che ha una umanità, una presenza da donare.
11 ottobre 1962 gaudet mater ecclesia: la Madre Chiesa si rallegra. Lo scopo è riaffermare ancora una volta il magistero ecclesiastico. Presentarsi a tutti gli uomini che sono nel mondo.
La chiesa, che ha il grande patromonio di Gesù Cristo, della fede, di umanità deve servire il mondo che ha di fronte attraverso la comunicazione di questo patrimonio.
Circostanze favorevoli del tempo (no ai profeti di sventura…).
La dottrina è per l’integralità dell’uomo!
Chiesa madre amorevolissima, che dispensa i beni della grazia, allo scopo di rendere più umana la vita degli uomini. Questa è la grandezza della carità cristiana.
Rammarico che le ricchezze della grazia non siano godute da tanti uomini.
La fede è il bene dell’umanità!
Paolo VI, Ecclesiam suam. Centralità delle relazioni Chiesa-mondo. Necessità di dialogare con il mondo, che ha subito l’influsso del cristianesimo ma l’ha sepolto. Il mondo offre molte possibilità di contatto alla Chiesa, alcuni facili altri meno.
Vivere con ogni riverenza, premura e amore per comprendere il mondo e offrirgli i doni di verità e grazia.
Metodo del dialogo. Offerta della pienezza e accoglienza del bisogno.
Ecclesia ad intra ed ecclesia ad extra. Ad intra: Lumen gentium e Dei Verbum; ad extra: Gaudium et spes. Importante il rapporto: chiesa non contrapposta al mondo, ma cosciente del suo mistero, colei nella quale si riflette la luce di Cristo da diffondere nel mondo, per chiamare a comunione tutto il mondo. Chiesa come corpo, identificazione con Cristo. Chiesa come popolo pellegrino nel mondo assieme a tutti gli uomini. Identità dinamica, che vive, che si espande, che è insieme, che dialoga ed è in servizio offrendo il mistero di Cristo attraverso se stessa. Il mondo ha bisogno di Gesù Cristo!
La Chiesa è l’attuarsi del piano di Dio per l’umanità. Dio ha inventato l’incarnazione del Figlio, che permane nella Chiesa.
Chiesa intesa come popolo: tutti i fedeli! In LG, prima Popolo, poi gerarchia.
Ad extra: compito nella Chiesa nel mondo. GS delinea i vari ambiti di intervento. La comunità umana non è una comunità opposta, ma il campo di lavoro della Chiesa.
La parti più ‘durature’ non sono quelle di descrizione delle situazioni in modo particolare (lavoro, famiglia, società: la situazione è cambiata), ma quelle in cui descrive l’annuncio della novità cristiana (es. Cristo uomo nuovo, la comunità umana nel piano di Dio…).
Impressione che la Chiesa abbia sperperato questo bagaglio: la consapevolezza di quello che è! Molte volte si va verso il mondo come patteggiando una misura.
La Chiesa si muove nel mondo con un compito positivo e propositivo. La Chiesa vive esprimendosi, donandosi, nella missione, e non nella semplice conservazione.
Esigenza: non una revisione delle cose da fare o l’individuazione dei campi della pastorale, ma la reimpostazione della nostra posizione umana, sacerdotale ed ecclesiale verso la pastorale. Rendere operativa l’impostazione teologica di LG rispetto a GS.
Evangelii nuntiandi. Sintesi tra LG e GS, magna charta della pastorale: evangelizzazione imperniata sulla salvezza offerta da Cristo nella Chiesa. Annuncio esplicito e compiuto del vangelo.
Con Giovanni Paolo II questa linea si è incarnata nell’azione.
Con Benedetto XVI nel magistero che affronta tutti i temi della vita e della morale.

A dialogare con il mondo non dev’essere solo il magistero o solo il Papa.
Ogni cristiano può e deve vivere questo dialogo, vivendo il cristianesimo nel tessuto sociale: lì si vede come il cristianesimo accende le persone.
Nella liturgia: errato pensare che il Concilio abbia invalidato la tradizione.
Rischio del nuovo per il nuovo…

Rinuncia alla proposta originaria
Cadute nel rapporto con il mondo, fino al punto di rinunciare (praticamente e in linea di principio) a una proposta originaria, al vangelo come proposta di vita.
Si avanza per la pista aperta dal Concilio, ma nel cammino si perde il carico dell’annuncio.
Es. della teologia della liberazione, elaborata più sulla base della teoria e della prassi marxista. Oppure la trascuratezza a riguardo della dottrina sociale della Chiesa. Oppure un inseguimento delle problematiche della società: una logica di soccorso al ferito senza domandarsi che cuore ha il ferito.
Tutto nasce da una intenzione buona (il mondo non è un nemico! Dialogare e lavorare insieme, la Chiesa è lievito, l’etica mondiale, la pace universale) ma si arriva a non capire più quale sia la specifica proposta cristiana. Equivoco del ‘lasciamo stare ciò che ci divide’: che equivale a lasciar stare Gesù Cristo! Sbilanciamento sull’amore al prossimo, come se potesse esistere senza l’amore di Dio.
Proliferazione di attività di origine cristiana affidate a persone che hanno perduto la fede, purché fossero fatte bene, nella carità verso gli altri, come se non fosse più importante la matrice cristiana.
Tutto questo si accompagna a una mancanza di ‘giudizio’ cristiano sul mondo.
Non è avvenuta alcuna riflessione teologica particolare sulla teologia della caritа, per individuare lo specifico della carità cristiana.
Separazione tra la teologia della carità e la concezione qualunquistica dell’amore: si percepisce nell’oscuramento della famiglia e della morale sessuale. La parola amore vale per tutte le salse!

Il popolo di Dio soggetto dell’apostolato
Sacerdozio battesimale: tutto il popolo di Dio coinvolto nella missione, non per incarico del parroco o del vescovo. La fonte dell’apostolato è la struttura stessa del cristiano battezzato.
Fino a qualche decennio fa, centralità della parrocchia. Dopo la guerra, diversificazione degli ambienti di riferimento. Estensione e personalizzazione della missionarietà, non più alla dipendenza solo della parrocchia. La parrocchia come tale non può esaurire la missionarietà della Chiesa, pur essendone punto centrale.
Missionarietà laicale: l’apostolato nella vita famigliare, professionale, sociale.

Rischio di fermarsi alla programmazione pastorale
Sono nati i piani/programmi pastorali. È nata una scienza/teologia pastorale.
Pastorale: dall’idea dell’opera del pastore, a quella della Chiesa come soggetto evangelizzatore. Pastorale di elaborazione di piani, documenti, organizzazione… con il rischio di una esagerazione della elaborazione a scapito della vita concreta. Mi sembra un inseguimento del problema. Vedere-giudicare-agire: metodo che affida l’intervento della Chiesa all’esame sociologico della situazione.
Ma la prima domanda è interrogarsi sul principio, sul perché, e non l’esame della situazione. È raro che venga fuori anzitutto la domanda sul perché facciamo le cose, qual è la proposta buona che abbiamo… Fare senza un principio sufficiente. Sembra che importi più la nostra azione il nostro buon esempio… Vedi nella liturgia: si aggiungono segni su segni, come se non bastassero quelli essenziali dei sacramenti.
Si cerca di risolvere il singolo problema della persona e non di proporre la salvezza per tutta la persona.

Democrazia o Comunione?
In certe parrocchie pare possa esistere solo la parrocchia… sarebbe dittatura!
La cosa più emozionante e difficile è che la parrocchia sia se stessa integralmente, sino a ‘sopportare’ al suo interno movimenti e associazioni. Pluriformità nell’unità! Sennò diventa castrazione, razzismo pastorale. L’azione dello Spirito non la decidiamo noi!
Una unità ‘cattolica’, comprensiva: questo deve essere l’atteggiamento di fondo!

Il punto di partenza
Punto radicale della vita cristiana: ciò che ci è dato! La gioia del vangelo! Mi è stato fatto un dono. Progettare noi stessi a partire dal vangelo. Guardare le situazioni a partire dal vangelo. Il Signore ci precede in ogni situazione: famiglie, gruppi… Il Signore è già all’opera.
Una pastorale che riparta da quel che si è, non dai programmi e dalle urgenze.




15.01.2014
Mons. Negri
Sintesi e indicazioni


Identità cristiana
Siamo portatori di una identità. Essa si esprime nell’azione, ma precede le azioni.
È uno dei punti più problematici nella riflessione cristiana oggi. Ho operato una scelta.
L’identità cristiana non è un atteggiamento spirituale o moralistico, ma un evento. Questo è discriminante (cf. Deus Caritas est). Due riduzioni: quella protestante/spiritualistica e quella socio/politica.
Il cristianesimo è un evento: quello di Cristo presente nella Chiesa. Vedi LG e la lettura sinodale: la nostra identità è vivere il popolo cristiano e testimoniarlo.
La Chiesa è la presenza del mistero di Cristo qui ed ora. Il grande compito della Chiesa nella sua globalità e in ciascun figlio è svolgere tutte le potenzialità umane e cristiane dell’appartenenza alla Chiesa. Vivere ed esprimere l’identità di Popolo. Non un semplice messaggio, non un semplice progetto moralistico.
L’identità cristiana è grazia e responsabilità. Grazia di un incontro (cf. Guardini) che può essere ‘casuale’, ma porta dentro una eventualità straordinaria. Nella casualità fa irruzione la presenza di Cristo che rivoluziona l’esistenza. Dare testimonianza di una conversione accaduta! Si tratta di cambiare il cuore, non le cose o le strutture! Il nuovo non va dalle strutture a noi, ma da noi alle strutture.

La cura della vita del popolo: generare e rigenerare
L’impegno pastorale che abbiamo ricevuto il giorno della nostra ordinazione sacerdotale (Ambrogio: la carità ecclesiale, pastorale) ci assimila con il Signore Gesù Cristo. Siamo chiamati ad essere un prolungamento della sua presenza reale nella Chiesa. La pastorale è la cura della vita del popolo, perché ogni cristiano possa vivere l’incontro con Cristo e la sequela di lui, in modo da esserne profondamente cambiato. La luce di Cristo cambia le persone.
In particolare, il presbitero vive questa cura del popolo in un senso assolutamente radicale. Se non c’è il presbitero (con la predicazione e i sacramenti), non nasce il popolo, ma una setta. Il cattolicesimo nasce e ha bisogno di segni reali. Gesù Cristo è il corpo di Dio nel mondo. Noi curiamo la pastorale, nell’articolazione complessa degli impegni, per far nascere ed educare il popolo di Dio. Generarlo e rigenerarlo.
Qualsiasi sia l’incarico del prete, il senso pastorale ce lo deve mettere il prete! E ce lo può mettere dappertutto! In ogni situazione ci si può mettere per lo meno in dialogo con le persone.
Il pastore utilizza tutte le occasioni della vita per rendere possibile la generazione e la rigenerazione del popolo cristiano. Importante che in tutti gli ambiti della vita ecclesiale si possa dialogare per trovare vie nuove, possibili, reali, utili pedagogicamente.

Far nascere un popolo di testimoni
Siamo in una situazione di rinnovamento dei soggetti, per rinnovare eventualmente le strutture. Chiedo al presbiterio di assumere in modo rinnovato e profondo la funzione pastorale e di leggere da questo punto di vista l’efficacia delle strutture. Se prima non lavoriamo sulla modificazione dei soggetti pastorali, trasferiamo i valori sulla tecnica i valori: ma i valori sono sulle persone! Se si incrementa l’esperienza cristiana si incrementa anche l’esperienza umana.

Attraverso la testimonianza di chi educa, si chiama l’educando a diventare a sua volta testimone. È la testimonianza l’elemento comune della educazione. L’adulto comunica la ragione profonda del suo essere. Ogni adulto, o è testimone di Cristo o non è cristiano, indipendentemente dalla sua professione. Creare un popolo educato alla testimonianza e che diventa testimone. Un popolo sacerdotale, profetico e regale. Cioè missionario. La sintesi di tutto il potere di Cristo si è espresso nella missione.

Come favorire che grandi e piccoli sentano il fascino di diventare testimoni? Il momento della cresima è un momento fondamentale.
Un popolo di testimoni, che investano con la fede l’esistenza concreta e quotidiana.
In altri termini, creare un popolo che viva la vita come missione. Vivo, attivo, intraprendente.

NB. Sono intervenuto più volte sulla questione delle strutture educative. È indubbio che siamo in una situazione di grave scacco e ricatto: sostanziale disaffezione delle strutture pubbliche sulla libertà di educazione (il privilegio per le strutture statali si riverbera come discriminazione per le altre proposte). Non possiamo essere troppo frettolosi: certe amministrazioni hanno mostrato una reale sensibilità a farsi carico di certe nostre strutture per evitarne la chiusura.
C’è poi una insensibilità educativa di molti genitori. Una sensibilità a-cristiana.
Queste strutture hanno una funzione fondamentale, perché prolungano il servizio educativo della Chiesa negli anni della strutturazione della personalità dei giovani. Non possiamo chiuderle dalla sera alla mattina. Ma non possiamo distruggere le nostre parrocchie per sostenere queste strutture. Se il peso economico e psicologico diventa insostenibile.
Braghini-Rossetti: rinnovo del CdA e tentavito di riordino in una situazione difficile. Le scuole che non vi appartengono dovrebbero affrontare i problemi in vicariato e poi in diocesi. Forme nuove? Solidarietà tra scuole vicine? Utilizzo di volontari che portino avanti un certo clima educativo?
La linea: mantenere una tradizione, ma senza distruggere le realtà parrocchiali.

Struttura
Ho intesto dare una struttura al centro della diocesi, che si colleghi con gli ambiti di base.
Consiglio episcopale: composto dai responsabili ultimi degli ambiti pastorali. Ruota attorno al Vicario generale, coordinatore della vita pastorale. Due vicari episcopali: Mons. Danillo Bisarello per le questioni economiche (coadiuvato da un ufficio tecnico che ha il compito di coordinare la ricostruzione post-terremoto). L’altro vicario episcopale è don Massimo Manservigi, per la cultura e la comunicazione, fattori fondamentali. Presenti due presbiteri della città (don Mauro Ansaloni e don Luca Piccoli) e due del forese (Mons. Paolo Cavallari e Mons. Vincenzi Marcello).
Una volta al mese si allarga ai vicari foranei. Per coinvolgerli nella assunzione delle linee elaborate (in un coinvolgimento dialogico) e per far emergere i problemi reali dei vicariati.

Edulcorare Ratisbona
La mitezza della chiesa sull’islam sta facendo il gioco di feroci regimi

Per riflettere 2

Sette anni fa Papa Benedetto XVI tenne il suo più strategico e ambizioso discorso. A Ratisbona si aprì una grande partita. Il 12 settembre 2006 fu la risposta teologica di Ratzinger agli attacchi dell’11 settembre. Benedetto picchiò duro contro il nichilismo islamico, spiegando al mondo la differenza fra il monolitismo maomettano e il monoteismo giudeo-cristiano. Per un attimo sembrò che il dialogo tra l’umanesimo occidentale e l’islam non si sarebbe più svolto nella pomposità dello sfoggio multiculturale. Una pia illusione travolta da sgozzamenti e marce indietro della gerarchia ecclesiastica. Dopo quel discorso la chiesa cattolica ha smesso di parlare di Islam e non è stata all’altezza di quel messaggio audace. L’attuale pacifismo radicale di Papa Francesco ha un tratto nobile, giusto ma sembra che alla sfida di Ratisbona sia succeduta soltanto una serie di irenismi e infingimenti apologetici. Da allora regnano stordimento e autocensura. Il fallimento delle “primavere arabe”, con la persecuzione dei cristiani che parlano aramaico in terra d’islam, avrebbe dovuto scuotere la mite e storica cautela della chiesa, che spesso si mangia la verità delle cose. L’edulcorazione e la minimizzazione sull’islam politico fanno il gioco di questi regimi arabi laicisti contro cui si sono sollevate intere masse islamiche e che si ergono a soli baluardi contro il fondamentalismo wahabita. Anche la celebre strategia del silenzio - tacere sull’islam per non mettere a rischio i cristiani - ha fallito. Così la tanto decantata eterogeneità mediorientale si sta riducendo alla monotonia di un’unica religione, l’islam, e a una manciata di idiomi. Ci perdiamo tutti. Cristiani e mussulmani.

IL FOGLIO
11 settembre 2013, pag. 3

FRANCHEZZA E ASCOLTO A COMINCIARE DAI MATRIMONI NULLI

Dal SIR: Il Papa ha indicato lo stile sinodale, improntato alla "parresia" evangelica. Nella relazione del cardinale Peter Erdo affrontati tutti i nodi culturali e pastorali

Parlare con franchezza - la “parresia” evangelica - e ascoltare con umiltà. È racchiuso nei due estremi di questo binomio il senso della terza Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. A raccomandarlo ai partecipanti come “cifra” dello stile sinodale è stato Papa Francesco, aprendo la prima Congregazione generale. Una panoramica, a 360° gradi, sullo “stato di salute” della famiglia è stata offerta dal cardinale Péter Erdő, relatore generale. Per la prima volta, la “Relatio ante disceptationem” ha incluso già gli interventi scritti dei padri sinodali, inviati alla segreteria generale del Sinodo prima dei lavori. Prima prova pratica di collegialità, tema questo che sta molto a cuore al Papa, ha assicurato monsignor Bruno Forte, relatore speciale, durante la prima conferenza stampa sui lavori. Perché il Sinodo non è un Parlamento, ha puntualizzato il cardinale André Vingt-Trois, presidente delegato di turno: non cerca la maggioranza ma il confronto fraterno per far progredire la Chiesa.

Vivere insieme senza matrimonio: è una delle tendenze più in voga oggi in materia di famiglia, ha denunciato il card. Erdő. Oggi “molti percepiscono la loro vita non come un progetto, ma come una serie di momenti nei quali il valore supremo è di sentirsi bene, di stare bene”, e così “ogni impegno stabile sembra temibile, l’avvenire appare come una minaccia”. Nonostante questo la famiglia “non è un modello fuori corso”, anche se incontra “molte difficoltà”: “Non viene messa in questione la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio in quanto tale, essa è anzi incontestata e nella maggior parte osservata anche nella prassi pastorale della Chiesa con le persone che hanno fallito nel loro matrimonio e che cercano un nuovo inizio”.

Nessun “catastrofismo”, né “abdicazione”: c’è “un patrimonio di fede chiaro e ampiamente condiviso, dal quale l’Assemblea sinodale può partire, di cui si dovrebbero rendere più universalmente consapevoli i fedeli attraverso una più profonda catechesi sul matrimonio e la famiglia”, in grado di guardare “al di là della cerchia dei cattolici praticanti”. Il cardinale parla di vere e proprie “strutture di peccato” e di “un processo di stravolgimento che mette in questione la tradizionale cultura familiare e spesso la distrugge”. D’altra parte, “la famiglia è quasi l’ultima realtà umana accogliente in un mondo determinato pressoché esclusivamente dalla finanza e dalla tecnologia. Una nuova cultura della famiglia può essere il punto di partenza per una rinnovata civiltà umana”.

“La misericordia non toglie gli impegni che nascono dalle esigenze del vincolo matrimoniale”. Anche nelle “situazioni matrimoniali difficili”, questi impegni “continuano a sussistere anche quando l’amore umano si è affievolito o è cessato”. La “vera urgenza pastorale”, allora, “è permettere a queste persone di curare le ferite, di guarire e di riprendere a camminare insieme a tutta la comunità ecclesiale”. Come? Attraverso una “rinnovata e adeguata azione di pastorale familiare”, che sappia “sostenere i coniugi nel loro impegno di fedeltà reciproca e di dedizione ai figli, riflettere sul modo migliore di accompagnare le persone” in difficoltà, “in modo che non si sentano escluse dalla vita della Chiesa”, e “individuare forme e linguaggi adeguati per annunciare che tutti sono e restano figli e sono amati da Dio Padre e dalla Chiesa madre”. Non serve la “pastorale fai-da-te”.

“Quello dei divorziati risposati civilmente è solo un problema nel grande numero di sfide pastorali oggi acutamente avvertite”. Parole chiare, quelle del relatore generale, secondo il quale “sarebbe fuorviante il concentrarsi solo sulla questione della recezione dei sacramenti”. “Bisogna tener conto della differenza tra chi colpevolmente ha rotto un matrimonio e chi è stato abbandonato”: i divorziati risposati civilmente “appartengono alla Chiesa, hanno bisogno e hanno il diritto di essere accompagnati dai loro pastori”. Di qui la proposta di “avere almeno in ogni Chiesa particolare un sacerdote, debitamente preparato, che possa previamente e gratuitamente consigliare le parti sulla validità del loro matrimonio”.

“Non sembra azzardato ritenere che non pochi dei matrimoni celebrati in Chiesa possano risultare non validi”. Il card. Erdő ha messo l’accento sulla questione della nullità dei matrimoni, affrontata in più punti della sua relazione. La proposta del cardinale è di “rivedere, in primo luogo, l’obbligatorietà della doppia sentenza conforme per la dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale, procedendo al secondo grado solo se c’è l’appello da una o da entrambe le parti”. Da “esaminare più approfonditamente” la prassi di alcune Chiese ortodosse, che “prevede la possibilità di seconde nozze e terze connotate da un carattere penitenziale”.

“Dietro le tragedie familiari c’è molto spesso una disperata solitudine, un grido di sofferenza che nessuno ha saputo scorgere”. “Perché si possa veramente accogliere la vita nella famiglia e averne cura sempre, dal concepimento fino alla morte naturale, è necessario ritrovare il senso di una solidarietà diffusa e concreta”, ha detto il cardinale, esortando ad “attivare a livello istituzionale le condizioni che rendano possibile questa cura facendo cogliere la nascita di un bambino, così come l’assistenza a un anziano, quale bene sociale da tutelare e favorire”. In primo piano anche l’accoglienza e la difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale: rivisitando anche, in positivo, il messaggio della “Humane Vitae”.
M. Michela Nicolais

CONFERENZA STAMPA SULLO STATO ATTUALE A DUE ANNI DAL TERREMOTO

29 maggio 2014, Sala del Sinodo - Arcivescovado

RELAZIONE PROF. ANIELLO ZAMBONI
L’Ufficio tecnico Diocesano Arte Sacra e Beni Culturali ha promosso l’appuntamento di questa sera per riportare alla nostra attenzione le tristi giornate del 20 e 29 maggio 2012, che anche a Ferrara hanno seminato danni incomparabili e causato uno stato di cose dalle quali, nonostante il fervere dei lavori, si stenta ad uscire e questo anche per il verificarsi dell’evento geologico nel pieno di una crisi economica. *
Un incontro per rievocare quanto è avvenuto, fare conoscere quanto è stato fatto e quanto, purtroppo è ancora molto, resta da fare; per sottolineare il perdurare dell’impazienza di voler tornare alla normalità, di voler chiudere la fase di emergenza che parecchie chiese stanno attraversando, di interrompere il silenzio che ancora regna in esse.

Penso, limitandomi alla città, a Santo Spirito, a Santa Maria in Vado, a Santa Maria Nuova e San Biagio, a San Domenico, a San Paolo, a Santo Stefano, a Santa Chiara, a Santa Agnese …*

Alla particolareggiata relazione dell’ing. don Stefano Zanella, che con scienza e competenza dal 20 maggio porta avanti il lavoro di squadra intrecciato con Soprintendenza, Amministrazioni comunali e Parrocchie, seguirà la visita alla mostra che la necessità ha imposto di allestire nel salone degli stemmi nel palazzo vescovile:* una mostra eccezionale per l’importnza delle opere e inconsueta per il luogo che le ospita, di certo per la prima volta riservato ad un’esposizione.*

Sono opere provenienti dalle chiese terremotate di Bondeno, il duomo e San Giovanni Battista, dalle chiese delle Stimmate di via Palestro – Piazza Ariostea -, di Santa Chiara, di San Domenico, ancora interdette alla pubblica fruizione; *temporaneamente allogate in vescovado in attesa che le loro sedi possano tornare alla normalità e accoglierle senza timore di danneggiamenti.

L’esposizione, nostro malgrado, offre l’occasione di poter ammirare da distanza ravvicinata opere che di solito si guardano da lontano o che sono poste in condizioni non ottimali alla vista. *

Dal duomo di Bondeno, ove sono in corso lavori che probabilmente proseguiranno fino all’autunno prossimo, provengono:

1. dipinto ad olio su tavola raffigurante San Giorgio a cavallo, di Giovanni Francesco Romanelli (310 x 190), pittore della prima metà del Seicento;
2. dipinto ad olio su tela raffigurante la Natività della Vergine (450 x 220), di Sebastiano de Vita – il Dalmatino, della seconda metà del Settecento ;
3. dipinti ad olio su tela dei tredici (su quindici) Misteri del Rosario (35 x 25 ciascuno), di Ippolito Scarsella; riuniti in un unico pannello (180 x 180);
4. dipinto ad olio su tavola raffigurante San Sebastiano e i SS. Demetrio e Rocco, di Alessandro Candia, copia dalla tela dell’Ortolano (270 x 180).

Dalla chiesa di San Giovanni battista, pure di Bondeno, provengono:

5. dipinto ad olio su tela raffigurante il Battesimo di Gesù, di anonimo della seconda metà del Settecento (400 x 220);
6. dipinto ad olio raffigurante San Francesco che riceve le stigmate, un’opera di ambito emiliano del Seicento (220 x 180).

Sono tutte opere di grandi dimensioni; alcune necessitano di interventi di restauro; nell’attesa, precauzionalmente sono state ad esse applicati piccoli fogli di carta giapponese con colla animale.

Alle opere presentate si aggiungono:

7. dipinto ad olio su tela raffigurante la Madonna col Bambino in gloria fra i santi Chiara, Francesco e le cappuccine adoranti l’Eucarestia dello Scarsellino (249 x 169), proveniente dalla chiesa di Santa Chiara;
8. dipinto ad olio su tela raffigurante la Crocifissione di Carlo Bononi (242 x 121), proveniente dalla chiesa delle Sacre Stimmate;
9. Dello stesso Bononi e della stessa chiesa è l’olio su tela raffigurante La pietà (208,5 x 124,5):
10. dipinto ad olio su tela di Carlo Bononi raffigurante Madonna col Bambino in gloria e i santi Paolo, Lucia e Francesco (215 x 142), proveniente da San Domenico;
11. Dipinto ad olio su tela raffigurante Il miracolo di Soriano - l’immagine di San Domenico traslata a Soriano dalla Vergine accompagnata dalle sante Maddalena e Caterina- (270 x 146), pure proveniente da San Domenico.

Anche queste sono opere di grandi dimensioni; sono state presentate nella mostra Immagine e persuasione. Capolavori del Seicento dalle chiese di Ferrara, organizzata dal Seminario Arcivescovile di Ferrara e da Ferrara Arte nell’autunno e nei primi mesi dell’inverno passati nell’edificio del Vecchio seminario di via Cairoli, un importante evento espositivo che ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica, finalizzato alla conoscenza e valorizzazione del patrimonio storico artistico custodito nelle chiese di Ferrara, chiuse a causa dele terremoto, ad eccezione di Santa Francesca Romana.*

Terminata la mostra, tutte le opere esposte hanno fatto ritorno alle loro chiese, escluse queste appena ricordate:* sarebbe stato un colpevole modo di agire riportarle alle Stimmate, a Santa Chiara e a San Domenico: avremmo causato ad esse colpevoli danneggiamenti.Addd esemmmpio di certo sarebbe stato vanificato l’intervento di restauro cui è stato sottoposta la Crocifissione di Carlo Bononi, compiuto grazie alla Fondazione Ferrara Arte.

A Santa Chiara i lavori di restauro sono iniziati, alle Stimmate inizieranno. Inizieranno pure a San Domenico, ma non so quando, meglio non so quando potranno terminare, data l’imponenza dell’intervento che la chiesa richiede.

San Domenico versa in un diffuso e preoccupante stato di abbandono che il terremoto non ha determinato perché anteriore alle scosse del 20 e 29 maggio 2012; ma lo ha accresciuto, aggravato e peggiora ogni giorno, come ho potuto constatare nella visita compiuta lo scorso venerdì 16.

San Domenico dà il colpo più duro della situazione*: in un silenzio impressionante, interrotto di quando in quando dal battere delle ali di tre piccioni imprigionati in volo nella grande fabbrica della navata, la chiesa giace senza vita e appare di un disarmante vuoto accentuato dalla luce diafana che proviene dalle alte finestre.

Nell’interminabile elenco dei punti critici che S. Domenico offre mi preme richiamare l’attenzione sulla cappella Canani, vittima di una indescrivibile desolazione:* lo stupendo arredo ligneo è infestato da insetti xilofogi, l’umidità ne gonfia l’impiallaccio che rischia di staccarsi, invade le pareti, sui monumenti funebri fioriscono sali che li corrodono; il soffitto mostra vistose macchie dovute ad infiltrazioni d’acqua piovana.

Usciti dalla cappella e proseguendo nel dolente panorama, ricordo il coro ligneo di Giovanni Baisio nell’abside; è del 1384, un unicum per antichità, integrità, finezza, infestato dai tarli, “favoriti dal silenzio, e invaso dalla polvere e dall’umidità”.

Aggiungo la cappella di San Pietro Martire, la seconda a destra, dove le infiltrazioni favoriscono efflorescenze, distacchi degli intonaci, decoesione delle cornici in stucco, deformazione delle tele.

La Chiesa e lo Stato non dovrebbero essere lasciati soli a risolvere questi problemi immani; al loro fianco necessiterebbe che s’alzasse la voce corale delle associazioni culturali, dell’opinione pubblica e di quanti, privati, hanno a cuore il patrimonio storico culturale.

In mezzo a tanto lamento, a proposito di associazioni, mi preme ringraziare Ferrariae Decus che in questi giorni ha comunicato all’Ufficio che provvederà a ripianare gran parte della spesa per la disifestazione dai tarli del coro ligneo di Sn Domenico; l’intervento sarà eseguito, appena sarà ottenuta l’approvazione del progetto e portata a termine la vasta operazione di sgombero di cui il coro, invaso di tutto un po’, necesita.

Mi preme pure comunicare che da parte della Soprintendenza ai Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici è previsto un effettivo intervento di restauro di beni mobili storici artistici di chiese terremotate.

L’intervento interesserà parte delle opere accolte nel salone dell’episcopio che, restaurate, torneranno a casa propria lasciando ilposto ad altre. Una fortuna imprevista, considerato che fra non molto il salone verrà letteralmente occupato dai quadri di San Domenico, che urge allontanare dalla chiesa.

È la necessità di venire incontro alla situazione di stallo conservativo*, con il progressivo modificarsi delle condizioni microclimatiche determinato dalla chiusura dell’edificio*, che impone di fare della sala degli stemmi un deposito.

Infatti, alla preoccupazione dei danni diretti causati dal sisma ai beni mobili, per fortuna limitati, si sono aggiunte le preoccupazioni per quelli indiretti dettati dalla loro conservazione in ambienti diventati inadatti e pertanto considerati fortemente a rischio per la loro salvaguardia.

È in corso di perfezionamento a questo scopo un progetto d’intesa tra l’Arcidiocesi di Ferrara – Comacchio e l’Accademia di Belle Arti di Brera, condiviso e vagliato dalla Soprintendenza dei Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici; un progetto che prevede una sorta di “adozione” dei beni mobili di San Domenico da parte di Brera, alla quale saranno interessati i quadri della cappella di San Pietro.

Il progetto è articolato in quattro differenti fasi:

A) Predisposizione, monitoraggio del deposito ricovero per le opere che saranno spostate;
B) In San Domenico: rimozione dei tre dipinti della cappella di San Pietro martire, controllo e ristabilimento controllo e ristabilimento degli ancoraggi precari delle altre opere mobili. Riordino suppellettili eclesiastica, messa in sicurezza ove necessario, imballo e trsporto delle opere.
C) nel salone degli stemmi: schedatura, documentazione fotografica, operazioni di spolveratura, eventuali velinature localizzate, analisi e studio dell’opera, stesura del progetto d’intervento.
D) Dopo l’approvazione dei progetti di intervento da parte della competente Soprintendenza, trasferimento di una o al massimo due opere nei laboratori della Scuola di Conservazione e Restauro dell’Accademia di Brera per l’esecuzione del restauro.

Ringrazio mons Arcivescovo per la pazienza colla quale sopporta l’occupazione della sua residenza e il conseguente disagio per l’andirivieni di persone e quadri; ringrazio il dottor Giovanni Sassu, il restauratore Alberto Sorpilli della collaborazione prestata nella sistemazione della sala, ad evitare che essa assuma l’immagine di uno sparpagliato deposito; e, non ultima, la dott. Valentina Bonacorsi per la stesura delle schede di ricerca che aiutano a “colloquiare” con le opere esposte.

RELAZIONE ING. DON STEFANO ZANELLA
Il testo della canzone Under Pressure dei Queen mi sembra il più indicato per capire i sentimenti che stiamo vivendo a due anni dal sisma. Una parte del testo recita così: il terrore di sapere 
cosa significa veramente questo mondo. Guardare dei buoni amici urlare ”fatemi uscire!” 
Pregare per il domani, mi fa sentire più vicino al cielo.
Può sembrare una traduzione clericale di un testo rock ma ritengo che la sensazione che tutti stiamo vivendo dal 20 e 29 maggio del 2012 sia un po’ questa. Siamo terrorizzati dal conoscere veramente come funziona questo nostro mondo. Si sono diradate le conferenze per spiegare il rischio sismico nelle nostre terre, da sempre ritenute zone depresse e per nulla soggette a sisma. Le polemiche relative alla geotermia riguardano solo i quartieri in cui si vogliono eseguire le trivellazioni con sollevazione della popolazione locale. I beni danneggiati dal sisma non fanno più notizia, ci stanno lasciando soli…fa notizia L’Aquila con i lavori sempre fermi anche per indagini della magistratura che stanno facendo vedere il nostro sistema italia come ha funzionato…e noi? L’Emilia rossa, come ha reagito a questo sisma? Come sta reagendo alla ricostruzione?
Siamo un popolo di lavoratori e stiamo dando l’esempio al Paese.
Mi scandalizza sapere che in Italia non esista una legislazione adeguata alla situazione emergenziale, mi scandalizza vedere che la legislazione che regola la ricostruzione di un patrimonio devastato da eventi naturali imprevedibili non sia regolata dallo Stato. Ringraziando Dio, la preghiera dei tanti che hanno chiesto aiuto è giorno dopo giorno ascoltata. Sì, ci sono scontri, sì dico e continuo a ribadire che la burocrazia è una malattia che pervade il nostro Paese e chi cerca di semplificarla viene ritenuto pazzo dagli stessi che si lamentano ma devono far rispettare la legge. Però questi due anni per chi sta lavorando e si sta prodigando a ricostruire il nostro territorio sono stati due anni di impegno e di grandi soddisfazioni. Il Piano per la Ricostruzione è stato varato e negli ultimi incontri realizzati dalla regione per i tecnici incaricati alla ricostruzione del patrimonio edilizio danneggiato sono stati utili per comprendere le strade da percorrere.
Progettare interventi su di una chiesa non è come ristrutturare un monolocale. Ci vuole conoscenza del fabbricato e delle nuove tecnologie per riuscire a realizzare interventi non invasivi per un patrimonio che ci è stato donato e che dobbiamo valorizzare e lasciare alle generazioni future. Si stanno iniziando ad introdurre nella macchina dello stato nuove energie tramite l’utilizzo del web. Sì, procedure complesse inizialmente ma che consentiranno nel tempo uno snellimento delle pratiche. Si stanno realizzando degli strumenti legislativi che spero possano presto essere adottati dal Paese Italia per far sì che il silenzio e l’abbandono che abbiamo vissuto in questi due anni possa essere d’aiuto per chi, non voglia mai che ci sia, subirà una calamità.
Grazie quindi, grazie alle istituzioni regionali: la direzione regionale per i beni culturali per l’attenzione e l’efficienza nei momenti d’emergenza subito dopo il sisma e per il dialogo che offre ai progettisti ed alle stazioni appaltanti. Grazie all’arch. Battoni e l’arch. Moretti coi quali, anche se bonariamente, mi scontro ed incontro da due anni ad oggi. sono stati e sono efficienti funzionari della macchina regionale per consentire di ottenere nei tempi previsti dalla legge le autorizzazioni a procedere coi lavori.
Grazie a sua Ecc.za per il grande impulso dato alla cultura e alla nostra Diocesi. Sembravamo la bella addormentata nel bosco, e lei, è riuscito a darci la forza di rialzarci. Abbiamo in questo anno realizzato grandi accordi: il Politecnico di Milano, la facoltà di architettura ed ingegneria nella figura del prof. Ing. Gabriele Milani stanno realizzando tesi di laurea sugli edifici di culto danneggiati dal sisma. Uno studio di modellazione numerica della struttura può solo aiutare i progettisti a verificare gli interventi calcolati e previsti per rafforzare la struttura e renderla sempre più sicura.
In più, posso dirlo ufficialmente, sempre grazie al prof. Milani e all’IBF ditta di costruzioni del nostro territorio, da ottobre speriamo di avere un dottorato in ricerca del politecnico di Milano per studiare, aiutare e lavorare nell’Ufficio Tecnico della Diocesi e quindi renderci più efficienti e quindi più preparati ad aiutare nella realizzazione dei progetti.
Infine, prima di salutarvi, un grazie di vero cuore all’ing. Nicola Gambetti, amico e collaboratore, che dal novembre del 2012 mi assiste nel difficile compito delle pratiche burocratiche. Mi sopporta nel mio voler essere assecondante i parroci e mi bacchetta quando mi prendo troppi mal di pancia.
Ed ora, se avete ancora pazienza, vi leggo i numeri dell’Arcidiocesi dal 2012 ad oggi:
Su 222 edifici danneggiati (chiese, case canoniche, locali per il ministero pastorale, asili parrocchiali, campanili …) 113 risultano essere le chiese, su un totale di 213 (53%), 47 le case canoniche. 158 sono gli edifici all’interno del cratere sismico.
Ad oggi sono 63 le chiese ancora chiuse

Con i fondi d'emergenza per il terremoto sono state messe in sicurezza le seguenti chiese:
− Chiesa di San Giacomo a Burana;
− Chiesa delle catene a Bondeno;
− Chiesa della Natività di Maria e Campanile a Bondeno dove è stata momentaneamente aperta l'aula liturgica;
− Il campanile di San Benedetto opera definitiva di un'entità di calcolo di grande rilievo costo approssimativo pari a € 350.000,00
− Il campanile della chiesa di San Domenico e sistemazione del tetto vicino alla cappella Canani è in fase di ultimazione;
− La riapertura parziale della Basilica di Santa Maria in Vado;
− La riapertura della sola cappella del Santissimo sacramento nella chiesa di Santo Spirito dopo aver messo in sicurezza il tetto della medesima;
− Messa in sicurezza della Chiesa di Madonna Boschi;
Con i fondi dell'ordinanza n. 83 del dicembre 2012 sono state riaperte ad oggi:
1. Parrocchia della Sacra Famiglia;
2. Parrocchia di Coronella;
3. Parrocchia di Zerbinate;
4. Parrocchia di Ospitale di Bondeno;
5. per la parrocchia di Boara sono chiusi i lavori con i fondi dell'ordinanza n.83 e grazie all'aiuto economico della Direzione Regionale per i Beni Culturali si stanno ultimando i lavori di restauro pittorico degli affreschi cinquecenteschi ritrovati durante l'esecuzione dei lavori;
Le parrocchie che entro il mese di giugno potranno essere riaperte sono nell'ordine:
1. Parrocchia di Pilastri;
2. Parrocchia di Monestirolo;
3. Parrocchia del Gesù (che aveva già avuto la possibilità di essere riaperta grazie ad un contributo di 40.000€ a carico della parrocchia stessa)
4. Parrocchia di San Nicolò d'Argenta;
Un po' più lungo sarà l'iter per vedere riaperte le seguenti chiese: L'oratorio di Sant'Antonio a Francolino, Parrocchia di Santo Stefano e di Santa Chiara e la parrocchia di Bondeno che subirà un intervento pari a € 665.000 per la chiesa e € 180.000 per la torre campanaria.

Stiamo aspettando risposta per la Chiesetta di Coronella a Santa Bianca essendo un intervento entro i 50.000€ ha una procedura differente da tutte le altre.

I progetti per gli edifici presenti nel Piano Ricostruzione ed inseriti nell'annualità 2013-2014 stanno vedendo un iter più lungo per la realizzazione. Ad oggi i progetti preliminari che sono stati inviati alla regione sono i seguenti:
1. Parrocchia di Santa Maria Nuova - San Biagio;
2. Parrocchia di Mizzana;
3. Parrocchia di Santa Bianca di Bondeno;
4. Parrocchia di Vigarano Pieve;
5. Parrocchia di Fossanova San Marco;
Entro il mese di giugno verranno consegnati alla Regione i seguenti progetti:
1. Parrocchia di Gaibanella;
2. Parrocchia di Denore;
3. Parrocchia di San Benedetto;
4. Parrocchia di Porotto;
5. Chiesa di San Giovanni a Bondeno;
6. Parrocchia di Vigarano Mainarda;
7. Parrocchia di San Bartolomeo Apostolo;
8. Santuario della Madonna della Pioppa;
9. Parrocchia di Stellata
10. Oratorio di San Domenico sempre a Stellata;
11. Parrocchia di Gavello;
12. Parrocchia di San Biagio di Bondeno;
13. Chiesa di Madonna Boschi;
Per quanto riguarda i due edifici più complessi nel loro iter progettuale: la Cattedrale di Ferrara ed il Palazzo Arcivescovile i tempi saranno certamente più lunghi per la realizzazione del progetto preliminare.
Per quanto riguarda il Convento di Santa Maria in Vado, si stanno prospettando tempi più lunghi per la progettazione visti i ritrovamenti di antiche strutture che modificheranno l'iter progettuale rendendo questo progetto di rafforzamento locale o miglioramento sismico un vero e proprio progetto di restauro.

Sono state inoltre presentate ed approvati due progetti preliminari sempre facenti parte il Piano della Ricostruzione ma non inserite nell'annualità di pagamento 2013-2014. Le due chiese sono le seguenti:
1. Parrocchia di Cocomaro di Focomorto;
2. Chiesa di Sant'Antonio abate a Ferrara

INTERVENTO S.E. MONS. LUIGI NEGRI
In questo incontro, che per me è stato un importante momento di vita ecclesiale ed impegno culturale, vorrei fare qualche osservazione conclusiva innanzitutto ringraziando di cuore il prof. Zamboni e don Zanella per l’esemplare integrazione con cui vivono le loro mansioni che sono funzionali alla vita culturale della nostra diocesi e direi, ancor meglio, alla sua ripresa. Qualche settimana, qualche mese dopo il terremoto, il Santo Padre Benedetto XVI visitò, raccolse, tutta la realtà ecclesiale credo ai confini fra la diocesi di Modena e di quella di Carpi e furono invitati tutti i vescovi. Io ho in mente di quella giornata che è stata una gravissima espropriazione della nostra tradizione e questo poi l’ho visto verificarsi nei mesi della mia presenza qui. Una gravissima espropriazione perché una chiesa che non può più essere utilizzata, una chiesa che crolla, realtà di grandissima arte come quella che riempiva le chiese della nostra diocesi, è una grave offesa all’intelligenza, al cuore, alla sensibilità e allo stesso modo d’essere cristiani. Siamo stati feriti nella profondità della nostra esperienza di fede perché la fede si radica nei luoghi dove viene vissuta e celebrata ossia le chiese. La fede si lega a quelle forme d’arte che dai vostri monti gridano la fede delle generazioni che vi hanno preceduto, diceva Benedetto XVI nel Montefeltro passando velocemente fra San Leo e Pennabilli e venendo a contatto con forse la più grande esperienza artistica medievale. Noi abbiamo perduto queste splendide ricchezze, ma non abbiamo perduto la fede e questa è la prima certezza. Non abbiamo perduto la fede perché se è vero che la fede si collega ai luoghi e alle espressioni artistiche è anche e soprattutto vero che non si riduce ai luoghi in cui si celebra la fede o ai luoghi che esprimono la fede. Credo che questa sia stata la grande lezione che abbiamo dovuto imparare assieme da questa ruvida pedagogia di Dio, perché il terremoto è una ruvida e terribile pedagogia di Dio. Dio in questa ruvida azione pedagogica ci ha chiesto per che cosa viviamo la nostra fede e su cosa si fonda la nostra fede. La nostra fede si fonda sulla realtà del Signore Gesù Cristo che per rinnovare la presenza del quale basta un tavolo, basta un pezzo di pane, basta un po’ di vino e un po’ d’acqua, perché lì si rinnova il Corpo di Cristo e quindi la sua Chiesa che poi se celebra l’Eucaristia nella cattedrale di Milano dà a questa certezza di fede una forza, una regalità ed una espansione assolutamente commovente sul piano culturale ed antropologico. È stata una grande lezione e io credo che si debba dire che il nostro popolo cristiano - perché io sono innanzitutto il responsabile del popolo cristiano non in modo esclusivo ma in modo intensivo - sta vivendo questa lezione con una tristezza che permane. Non poter più vivere nel contesto determinato dalla fede, che propone la fede, è veramente una tristezza. Comprendo l’ira di alcuni sacerdoti per il lento procedere della ricostruzione e mi colpisce la tristezza che ho visto e che vedo nel volto di tanti altri nostri parroci perché è come se la loro capacità di azione dovesse fare i conti con una povertà nuova. Qui questa sera è presente Mons. Marcello Vincenzi e io mi sono specchiato molte volte nel suo volto perché nei preti più sensibili c’è veramente la tristezza. Dobbiamo riuscire a dare al più presto al nostro popolo sia la fede, e questo dipende da noi e da loro, sia anche i luoghi e le grandi opere che esprimono questa fede, ma questo non dipende totalmente da noi che cerchiamo di fare, come esemplarmente fa don Zanella, tutto ciò che è nelle nostre possibilità.
La santa Chiesa di Dio ai suoi inizi pregava ogni tanto perché Dio affrettasse i tempi delle loro persecuzioni affinché si andasse tutti con Lui in Paradiso. Ecco noi dobbiamo ancora continuare a pregare così Dio, ma dobbiamo anche pregare le istituzioni affinché affrettino i tempi della ricostruzione e istintivamente abbiamo più fiducia in Dio che nelle istituzioni. Tuttavia noi dobbiamo insistere perché non sia perduto inutilmente un solo giorno perché un solo giorno che continua questa situazione di faticosa impossibilità a declinare la fede nella grandezza della vita e dell’arte è una riduzione. Vivere in un tugurio si può, come hanno fatto milioni di nostri progenitori nei secoli scorsi, ma se si può vivere in una casa dignitosa, pulita, curata, questo è un diritto fondamentale della persona. Questo lo dico perché accompagnando la mia vita alla vostra ho visto che era una grande sfida, ho visto che la stiamo vivendo tristemente, ma bene, siamo anche stati capaci di integrazioni tra parrocchia e parrocchia che in condizioni normali non sarebbero accadute, grazie alla pedagogia ruvida di Dio. Questa pedagogia ha fatto sì che una parrocchia funzionante accogliesse i fratelli di una parrocchia vicina che non avevano più la possibilità di celebrare l’Eucaristia e gli altri sacramenti facendo sì che i confini e le porte delle nostre chiese non si chiudano all’interno ma si aprano all’esterno. Questa sinergia è stato un incremento sul piano della vita ecclesiale di cui paradossalmente dobbiamo ringraziare il terremoto che ci ha impedito e ci impedisce di chiuderci dentro il nostro particolare e ce lo fa vivere tutto proteso all’unità del mistero di Dio e all’unità della Chiesa. Ecco in questo senso l’evento calamitoso che ci occorso io non lo considero una cosa incongrua, perché nella sede del vescovado si sono ospitate grandi opere pervenute dalle chiese danneggiate. Questo mi rende contento perché il palazzo episcopale non è il luogo dove vive una realtà da museo che è l’Arcivescovo e se la teniamo sempre chiusa non potendola frequentare si potrebbe avere il sospetto che non ci sia nessuno. Allora vorrei cogliere da questa contingenza l’opportunità affinché ci sia una mostra permanente che possa essere visitata impegnandomi davanti a voi perché almeno a partire dalla fine dell’estate abbia inizio questa mostra permanente perché il vedere riempie il cuore di letizia e di responsabilità. Sono dell’avviso che stiamo imparando questa lezione che è stata dura e sarà sempre più dura e per questo bisogna far presto, perché c’è una capacità reattiva dell’intelligenza, del cuore e della sensibilità che accade nei primi tempi, m quando passano un anno, due, tre allora aumenta notevolmente la possibilità che si generino sentimenti di sgomento. Viviamo questa lezione perché da un lato radicalizza la questione della fede, dall’altro ci rende più corresponsabili, come possiamo, della vita di fede della nostra diocesi con quelle capacità di integrazione esemplari non solo fra parrocchie, ma devo rendere atto a molte amministrazioni locali dei nostri paesi per aver contribuito in maniera significativa affinché la vita della fede potesse continuare mettendoci a disposizione alcune strutture, addirittura pubbliche, perché si potesse continuare a celebrare l’Eucaristia domenicale.
E a proposito delle istituzioni locali vorrei fare una seconda osservazione. Noi abbiamo un grande rispetto verso le istituzioni, come ho scritto al sindaco Tagliani riconfermato da un grande riconoscimento popolare, e nella distinzione invalicabile dei nostri ruoli dobbiamo continuare a sostenerci con suggerimenti, richieste e iniziative che, pur se diversificate, procedano comunque nella direzione dell’incremento del bene comune di questa città, della sua grande storia cristiana e civile, e nella sua possibilità di essere per tutti, cominciando dai giovani, una esperienza attuale di bellezza, di verità, di giustizia e di bene. Per fare questo è necessaria una interlocuzione forte non nei toni, ma sostenuta dalle nostre ragioni affinché il tempo non sia perduto. La burocrazia non può diventare più importante dei valori che deve servire. Gli obiettivi si devono realizzare con il tempo che è necessario e noi non pretendiamo se non il giusto, se non ciò che ci appartiene, che non è nostro e dunque non è proprietà dell’arcivescovo il quale non può portarsi via quello che gli piace di questo patrimonio. Noi amministriamo ciò che ci è stato affidato e che è per noi e per la nostra chiesa. Perciò io riconfermo la mia incondizionata fiducia in don Zanella perché è un interlocutore forte, deciso e rispettoso che certamente riuscirà ad ottenere quello che è giusto che ci venga concesso non come concessione, ma come diritto.
Lasciatemi dire anche che c’è una grande creatività che la comunità cristiana e i singoli debbono recuperare. I tempi sono duri e c’è una povertà materiale che deve essere assunta. E qui vorrei dire che non è vero che la cattedrale di Ferrara l’hanno fatta gli Este, come non è vero che il duomo di Milano l’ha fatto Ludovico il moro, ad un certo punto hanno messo la loro firma, ma senza la capacità di generosità del popolo cristiano di Ferrara, di Milano, di Roma, di Firenze, non si sarebbe edificato nulla. Ecco la generosità di un popolo che ha creato queste cose non può spegnersi perché ci pensa la CEI con l’otto per mille, ma ogni cosa che noi dobbiamo costruire, anche con certezze che i nostri predecessori non avevano, la dobbiamo fare con la consapevolezza profonda che la Chiesa è nostra e perciò nei limiti delle nostre possibilità devono esserci i segni che questa generosità creativa non finisce. Ho conosciuto parroci che hanno fatto veri e propri sacrifici fino al punto di andare fuori dal loro territorio a chiedere l’elemosina per costruire le loro chiese. Certo sono stati anni in cui ci hanno abituato a vivere al di sopra delle nostre possibilità e dunque ora che ci troviamo in ristrettezze diventa difficile adattarsi, ma la chiesa e nostra. Allora, che questa cura della chiesa segni anche l’economia dei singoli o l’economia delle famiglie con la partecipazione, sia pur minima, alla riedificazione di questi patrimoni, perché sono i luoghi in cui il popolo cristiano si raduna, celebra l’Eucaristia, si scambia la vita di carità e passa le stagioni fondamentali della sua vita, per cui occuparsi anche materialmente della chiesa è parte integrante della nostra responsabilità cristiana. Per questo forse dovremmo pensare iniziative nuove che sollecitino in modo informale questa partecipazione anche economica nei confronti di queste realtà così come io sento la responsabilità di dover sollecitare l’iniziativa della nostra chiesa fatta di popolo per la grande questione educativa sulla scia delle indicazioni date ai vescovi italiani da Papa Francesco che ha detto: «Noi viviamo in un contesto culturale di pensiero unico, indiscutibile, e sembra che nemmeno ce ne accorgiamo». Queste sono le considerazioni che ho voluto brevemente raccogliere in questo momento che per me rimane di grande partecipazione al cammino doloroso e lieto della nostra chiesa. Doloroso perché è un dolore grande che ci segna il cuore e il volto, ma è lieto perché, in questa espropriazione, abbiamo riscoperto quello di cui non possiamo espropriati ossia di Cristo e della fede in Lui. Mentre camminiamo in questa direzione chiediamo a chi deve fare il proprio dovere che lo faccia fino in fondo e che i tempi non siano eccessivi, ma soprattutto impegniamoci a ritrovare una nuova creatività che ci consenta di essere sempre più corresponsabili della vita anche materiale della nostra diocesi. Grazie.
(non rivisto dall'autore)

RASSEGNA STAMPA OTTOBRE 2014

Clicca QUI per l'articolo “La speranza della famiglia”, e clicca QUI per l'articolo “Il Sinodo & oltre”. Vedi anche il pdf allegato.

PANNELLA, SANTO SUBITO

di Riccardo Cascioli
Per una curiosa coincidenza, ieri mattina nella consueta omelia a Santa Marta, papa Francesco ha commentato - riporta Radio Vaticana - il brano del Vangelo di Marco in cui Gesù spiega l’indissolubilità del matrimonio affermando che la comprensione per i peccatori va di pari passo con l’affermazione senza compromessi della verità. Dico una curiosa coincidenza perché tale importante distinzione arriva nel giorno in cui si è registrato un totale sbracamento di alte gerarchie ecclesiastiche nel commentare la morte di Marco Pannella, dove quella che appare chiara è la confusione tra la dovuta pietà – e in alcuni casi l’amicizia – verso un defunto e il giudizio storico su quanto dallo stesso defunto realizzato in vita.
Bello sapere che il Papa abbia offerto a Pannella un’amicizia e che qualche altro prelato lo abbia visitato fino agli ultimi giorni, speriamo per dargli una possibilità di redimersi prima di presentarsi davanti al Giudice supremo. È il segno di un’umanità fatta nuova da Cristo, che punta dritto al cuore dell’uomo per offrirgli la salvezza. E certamente anche in Pannella si poteva cogliere almeno un raggio di quel desiderio di eternità di cui è fatto ogni uomo. Qualcosa che si può intravedere anche dalla lettera inviata a papa Francesco e resa pubblica ieri.
Ma ciò che è stato detto e scritto da illustri ecclesiastici come valutazione dell’attività politica e sociale di Pannella è oggettivamente uno scandalo, che ripugna alla coscienza dei cristiani. C’è stata una sorta di beatificazione sul campo per un personaggio universalmente celebrato dai media e dai politici come protagonista di un cambiamento culturale dell’Italia che si può ben definire scristianizzazione. Si può sopportare lo spettacolo di vescovi e intellettuali cattolici che osannano e presentano a modello chi ha cercato per tutta la vita di cancellare ogni presenza cristiana? Sconcertanti i commenti di alcuni vescovi che sfruttano penosamente qualsiasi occasione pur di mettersi in mostra, ma le parole che hanno creato vero e proprio sconcerto anche per il ruolo che occupa, sono quelle del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi: «È una persona – ha detto tra l’altro a Tv2000 - che ci lascia una bella eredità dal punto di vista umano e spirituale per la franchezza dei rapporti, la libertà d’espressione e soprattutto per la dedizione totalmente disinteressata alle cause nobili. Aveva un impegno politico e sociale che non cercava il proprio interesse ma era attento ai problemi delle persone più deboli».
Una bella eredità spirituale? Dedizione a cause nobili? Attento ai problemi delle persone più deboli? Da non credere queste espressioni sulla bocca del portavoce vaticano. Contraccezione, divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia (a proposito, qualcuno si è fatto la domanda sulla sedazione che lo ha portato alla morte?), droghe libere, sperimentazione sugli embrioni: sono queste le cause nobili che stiamo celebrando? So già la risposta: è vero, ma si è occupato anche di carcerati, di fame nel mondo, di persecuzioni religiose. Insomma, avrebbe fatto cose condivisibili e cose non condivisibili. Da notare anche l’uso di questa terminologia: non si dice mai “buono” e “cattivo”, che implicano un giudizio chiaro e definitivo sulle azioni, ma si condivide o no, “eravamo d’accordo su alcune cose e su altre no”, “abbiamo lottato su fronti opposti”, cioè siamo nel campo delle opinioni, l’una vale l’altra.
Allora bisogna dire con chiarezza che mettere sullo stesso piano divorzio e aborto da una parte e il problema delle carceri dall’altra è un insulto alla realtà. La distruzione della famiglia e il disprezzo della vita, perseguiti tenacemente per sessanta anni, dimostrano la volontà di sovvertire l’ordine della creazione e sono causa prima della grave crisi economica, sociale e morale nella quale ci troviamo. Pannella ha rappresentato in Italia la testa d’ariete di quell’ideologia relativista e nichilista che sta portando la nostra civiltà al suicidio. Si può mettere questo sullo stesso piano di una pur giusta attenzione per il problema dei carcerati?
Soltanto parlando di aborto, alle campagne di Pannella dobbiamo sei milioni di bambini uccisi in 38 anni, gli esseri umani più deboli e vulnerabili in assoluto (l’aborto è la minaccia più grave alla pace nel mondo, diceva Santa Teresa di Calcutta). Se ci fosse stata davvero giustizia avrebbe meritato un processo per crimini contro l’umanità, invece abbiamo addirittura il portavoce vaticano che ne esalta la «dedizione a cause nobili».
Certo, se ne può apprezzare la franchezza, la coerenza, la gentilezza, perfino il disinteresse nel perseguire i suoi ideali. Tutte belle caratteristiche della sua personalità se paragonate all’opportunismo e alla codardia di tanti suoi presunti avversari, ma questi non sono valori in sé, il problema sono gli ideali. Anche il diavolo è tenace, coerente e tremendamente persuasivo, solo Gesù ha saputo resistergli totalmente; ma c’è qualche vescovo che per questo è disposto a farne pubblici elogi?
C’è un altro aspetto paradossale in tante lodi da parte di uomini di Chiesa. Pannella si è battuto per la situazione delle carceri, per alcune minoranze religiose perseguitate, per la fame nel mondo. È vero questo, ma davvero i cattolici devono imparare da lui? Alla fine quelle dei radicali sono denunce, urlano l’esistenza di un problema e chiedono che lo Stato o chi per lui intervenga. Ma il metodo della Chiesa non è anzitutto la denuncia, è la presenza e la condivisione. Così la vita cambia realmente e il mondo diventa più umano, non con le campagne radicali. Da secoli i missionari vanno nelle parti più remote del mondo e con l’annuncio del Vangelo che libera l’uomo hanno dato il massimo contributo possibile alla lotta alla fame; in tanti Paesi i cristiani hanno affrontato e affrontano il martirio per testimoniare la Verità (quella Verità così pervicacemente combattuta da Pannella e soci) e la dignità dell’uomo; e nelle carceri italiane ci sono centinaia di volontari cattolici che a tanti detenuti hanno ridato la speranza, non di una cella più grande (per quanto questo sia necessario) ma di essere perdonati per il male compiuto e di rinascere a vita nuova.
Se davvero si vuole dimostrare di aver voluto bene a Pannella, oltre ad augurarsi che almeno nell’ultimo istante abbia affidato la sua anima alla misericordia di Dio, ci si può solo impegnare a pregare per lui. Possibilmente in silenzio.
P.S. Per dire gli strani tempi che viviamo, ecco le storie parallele di due preti: il primo, don Salvatore Lazzara, cappellano militare, sul suo profilo Facebook ha parole di critica per l’intervento di padre Lombardi su Pannella e conclude così: «L‘eredità spirituale importante di Pannella è il sangue di centinaia di migliaia di bambini uccisi nel seno delle loro madri». Passano un paio d’ore e compare un secondo post in cui – costretto da ordini superiori – don Salvatore riporta l’intero testo dell’intervento di padre Lombardi. Nel frattempo a Palermo un altro prete, don Fabrizio Fiorentino, scrive un post di tenore opposto: «Così va il mondo: invece del Card. Bagnasco muore Marco Pannella. A lui sì, avrei affidato la guida dei Vescovi italiani». Il primo commento dice: «applausi da 40 min». A lui nessuna richiesta superiore. Ogni commento è superfluo.