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OMELIA SOLENNITA' “CORPUS DOMINI” DI S.E. MONS. GIAN CARLO PEREGO

Cattedrale di Ferrara

15/06/2017

E’ stato bello camminare insieme, per alcune vie della nostra città, in compagnia dell’Eucaristia, in compagnia di Gesù. Un cammino in silenzio e in preghiera, che vuole essere una professione di fede pubblica del realismo eucaristico, in questa Chiesa e in questa città, dove si rischia di dimenticare la lezione eucaristica della storia, racchiusa nel miracolo eucaristico del santuario di S. Maria in Vado, perdendo il valore simbolico dell’Eucaristia.
1. Eucarestia, luogo simbolico dell’incontro
Infatti, l’Eucaristia è il luogo simbolico della valenza storica della fede. Anzitutto perché ripropone la storia di Gesù nella sua realtà e nella sua contemporaneità, come auto donazione. Il dono diventa l’elemento centrale dell’Eucaristia. L’Eucaristia ripropone il dono dentro una comunità, nella forma storica delle fatiche, del cammino, dell’incontro di giovani e adulti, nella lingua di un popolo. Al tempo stesso, la ripropone nel suo valore di ‘modello’ di riferimento: come simbolo del valore della relazione, della comunione, della fraternità, dell’ascolto, della pace, del dono, del perdono. P.A. SEQUERI nel suo testo ‘Ma che cos’è questo per tanta gente? (Milano, Glossa, 1989), al primo capitolo (‘I Segni sacri’), ricorda che “Il sacramento è per la vita, non viceversa”. E continua: “Celebrato nella fede, il rito sacramentale iscrive la nostra esistenza nella forma della testimonianza di una benedizione che avvolge di impensata tenerezza l’esistenza di ogni uomo e di ogni donna che vengono in questo mondo. Ed è in questo modo che esso diventa il principio di responsabilità che ci è chiesto di assumere. Separata dalla forma di gratitudine la necessità del sacramento perde il suo senso proprio” (p.10).

2. La ‘performance’ dell’Eucaristia
Nel dono, l’Eucaristia, ritroviamo il senso più profondo della Liturgia cristiana e della vita della Chiesa (“culmen et fons” ricorda la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, n.10). Nella citata costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – la costituzione che ha aperto il rinnovamento conciliare – ritroviamo alcuni aspetti che sottolineano questo legame stretto tra Liturgia e carità. Già al n. 2 la costituzione conciliare afferma che “la Liturgia infatti, mediante la quale specialmente nel divino Sacrificio dell’Eucaristia ‘si attua l’opera della nostra Redenzione’, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina”. Questa sottolineatura dell’aspetto esperienziale e performativo della Liturgia in funzione di un annuncio integrale del messaggio cristiano agli uomini dice il legame stretto, anzitutto, tra fede e vita. Al n. 9 la costituzione conciliare ricorda che “la sacra Liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa. Infatti prima che gli uomini possano accostarsi alla Liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e si convertano”; inoltre, dopo che sono arrivati alla fede e che partecipano alla vita liturgica, i fedeli sono chiamati a esercitare “tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato, attraverso le quali si renda manifesto che i seguaci di Cristo, pur non essendo di questo mondo, sono tuttavia la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini”. Il testo è interessante, perchè segnala l’intreccio tra Liturgia e carità; e se da una parte ricorda il valore delle opere di carità che confermano la verità della fede e della celebrazione, dall’altra richiama, alla luce della Liturgia, il limite, la relatività delle opere di carità dentro un cammino storico destinato all’incontro con il Padre. In questo modo, se da una parte la verità della Liturgia dipende dalle opere di carità; dall’altra, la verità delle opere di carità si scopre solo dentro una storia della salvezza che invita ad andare ‘oltre’. Al n. 10 la S.C. segnala che la prima carità a cui educa la Liturgia è la vita fraterna, “la vita in perfetta unione”. La fraternità è il primo segno della verità della Liturgia, da cui nasce anche l’offerta, la colletta che non può non estendersi oltre al prossimo anche ai fratelli lontani, alla famiglia umana.

3. L’Eucaristia, “sacramentum caritatis”
L’Eucaristia è il sacramento in cui il legame tra Liturgia e carità è profondo. Un legame che nasce nel quadro cristologico di un rapporto stretto tra Ultima Cena e Croce, Morte e Risurrezione, dono e promessa, segno e realtà e che fa dell’Eucaristia “il sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura” (S.C. 47). L’esortazione post- sinodale Sacramentum caritatis di Benedetto XVI indica con chiarezza questo legame ontologico dell’Eucaristia all’amore di Cristo che costruisce la Chiesa e l’amore della Chiesa: “La possibilità per la Chiesa di «fare» l'Eucaristia è tutta radicata nella donazione che Cristo le ha fatto di se stesso. Anche qui scopriamo un aspetto convincente della formula di san Giovanni: « Egli ci ha amati per primo » (1 Gv 4,19). L’amore, la carità di Cristo - che è l’Eucaristia - genera una Chiesa capace di amare. Un amore che si rivolge all’interno e che fa della Chiesa una fraternità, un’agape, una comunione” (cfr. Sacramentum caritatis n.15). Un amore e una carità di Cristo che dall’Eucaristia ‘forma’ un’esistenza nuova del credente, aiutandolo a rileggere i momenti e le scelte della vita alla luce di Cristo (sacramenti), rileggendo il proprio stile di vita alla luce di alcuni valori (gratuità, pace, riconciliazione), a valorizzare il senso del limite (dolore, sofferenza e morte), a camminare sulle strade del mondo come portatori di una speranza e di una civiltà nuova. Un amore e una carità che dall’Eucaristia rende attenti i fedeli anche alle persone più deboli e in difficoltà. Gli infermi, i carcerati, i migranti sono tre categorie di persone alle quali guardare con una preferenza nelle nostre comunità anche a partire dal dono dell’Eucaristia (cfr. Sacramentum caritatis, nn.58-60).
In questo senso, molto bello è il passaggio dell’enciclica del Papa in cui si sottolinea la necessità di dare continuità tra la preghiera, l’offerta, la pace e il perdono celebrati nell’Eucaristia e nei sacramenti e i percorsi, i progetti, i servizi che segnano la storia di una comunità cristiana sul territorio e nel mondo. In tale prospettiva può essere letto un altro passaggio importante della Sacramentum caritatis, che sottolinea le ‘implicazioni sociali’ della partecipazione all’Eucaristia: “L'unione con Cristo che si realizza nel Sacramento ci abilita anche ad una novità di rapporti sociali: «la «mistica» del Sacramento ha un carattere sociale». Infatti, «l'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi ». Da questa consapevolezza nasce la volontà di trasformare anche le strutture ingiuste per ristabilire il rispetto della dignità dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. È attraverso lo svolgimento concreto di questa responsabilità che l'Eucaristia diventa nella vita ciò che essa significa nella celebrazione. Come ho avuto modo di affermare, non è compito proprio della Chiesa quello di prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile; tuttavia, essa non può e non deve neanche restare ai margini della lotta per la giustizia. La Chiesa «deve inserirsi in essa per via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunzie, non può affermarsi e prosperare Nella prospettiva della responsabilità sociale di tutti i cristiani - continua l’esortazione apostolica - i Padri sinodali hanno ricordato che il sacrificio di Cristo è mistero di liberazione che ci interpella e provoca continuamente. Rivolgo pertanto un appello a tutti i fedeli ad essere realmente operatori di pace e di giustizia: «Chi partecipa all'Eucaristia, infatti, deve impegnarsi a costruire la pace nel nostro mondo segnato da molte violenze e guerre, e oggi in modo particolare, dal terrorismo, dalla corruzione economica e dallo sfruttamento sessuale» ”(n.89).
Il Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti: “Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane”, dice san Paolo (1 Cor 10, 17). L'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. Diventiamo «un solo corpo», fusi insieme in un'unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell'Eucaristia: in essa l'agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l'insegnamento di Gesù sull'amore… fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un'unica realtà che si configura nell'incontro con l'agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel ‘culto’ stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l'essere amati e l'amare a propria volta gli altri. Un' Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Reciprocamente — come dovremo ancora considerare in modo più dettagliato — il ‘comandamento’ dell'amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l'amore può essere ‘comandato’ perché prima è donato» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 14).
Nell’Eucaristia, poi, un momento particolare è carico di significato sul piano educativo: è l’offertorio. L’esortazione apostolica sottolinea che questo momento richiama il principio sociale della destinazione universale dei beni come scelta personale e comunitaria: “Dall'inizio i cristiani si sono preoccupati di condividere i loro beni (cfr At 4,32) e di aiutare i poveri (cfr Rm 15,26). L'elemosina che si raccoglie nelle assemblee liturgiche ne è un vivo ricordo, ma è anche una necessità assai attuale. Le istituzioni ecclesiali di beneficenza, in particolare la Caritas a vari livelli, svolgono il prezioso servizio di aiutare le persone in necessità, soprattutto i più poveri. Traendo ispirazione dall'Eucaristia, che è il sacramento della carità, esse ne divengono l'espressione concreta; meritano perciò ogni plauso ed incoraggiamento per il loro impegno solidale nel mondo” (n.90).
A dare risalto a questa dimensione sociale dell’Eucaristia è venuta dopo il Concilio, la restaurazione del diaconato. A partire dall’azione liturgica, il diacono, figura ordinata nella comunità cristiana, aiuta la comunità a rinnovare i propri percorsi di azione e di animazione alla carità, i propri stili di vita e le proprie scelte. Il diacono oggi, sull’esempio di Stefano e di Filippo – due figure diaconali ricordate negli Atti degli apostoli (cc 6-8) – è chiamato ad “alzarsi” dalla celebrazione liturgica e “andare sulle strade” del mondo, forte anche di un’esperienza matrimoniale, professionale, culturale. Allo stesso tempo, è necessario promuovere nelle comunità cristiane una ministerialità laicale che favorisca un’attiva partecipazione liturgica di tutti i fedeli, anche attraverso una comunione che non si riduca alla comunità liturgica, ma che si estenda a partire dalla comunità liturgica.

4. Ritornare a casa trasformati
Da questa Cattedrale, da questo cammino insieme ritorniamo a casa confortati da un pane, da un incontro che aiuta a trasformare una città, per costruire fiducia in nuove prospettive di sviluppo economico, sociale, culturale. Come Chiesa radunata attorno al pane di vita, ‘panis viatorum’, sentiamoci sempre chiamati e coinvolti in ogni vicenda della vita dell’uomo.
+ Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa