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POMPOSA: OMELIA DELL'ARCIVESCOVO MONS.
GIAN CARLO PEREGO

Solennità della Trinità

11/06/2017

Sono contento di vivere la Solennità della Trinità in questo luogo monastico, Pomposa, carico di fede, di teologia, di cultura non disgiunte dal silenzio e dalla preghiera, dalla fatica e dal lavoro, dalla vita comune del monachesimo benedettino che, ispirandosi alla riforma camaldolese di S. Romualdo, con S. Guido, Guido d’Arezzo ha avuto qui dei testimoni straordinari.
Ringrazio i padri e le madri Ricostruttori nella preghiera che custodiscono questo luogo santo, ricreando nella spiritualità e nello stile di vita non solo una esperienza monastica, ma anche riattualizzando un collegamento stretto tra Occidente e Oriente, tra monastero ed eremo. Li ringrazio perché hanno visto in me e mi hanno accolto “come un padre e una madre” di questa santa Chiesa di Ferrara-Comacchio. Ringrazio le autorità presenti, in particolare il Sindaco di Codigoro per le amabili parole di saluto, cariche anche di responsabilità sociale.
Per conoscere e entrare in relazione con Dio, uno e trino, l’ascolto della Parola e non le nostre parole sono importanti. “Dio è misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. E’ il ritratto di Dio che ci consegna la pagina dell’Esodo. E’ un ritratto che vede al centro misericordia, amore e fedeltà e per questo condiviso da altre esperienze religiose monoteiste. Con Gesù questo ritratto si arricchisce di nuove pennellate, perché Dio, nel suo Figlio, rende possibile non solo parlare di Dio, ma incontrare Dio. La fede è questo incontro con Gesù, come per Nicodemo, che porta a leggere un Dio familiare, dove la relazione tra Padre e Figlio costituisce la sua identità da cui procede lo Spirito, che a Pentecoste viene dato in dono ai discepoli e rimane in dono alla Chiesa di ieri e di oggi. Questo nuovo volto di Dio trova la sua prima invocazione – saluto nel testo di Paolo: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito sia con tutti voi”. Dire, proclamare e professare la Trinità – nome che dal II secolo indica abitualmente il Dio cristiano – è la novità della fede cristiana. Una fede spiegata e professata poi nel IV secolo nei primi Concili di Nicea e Costantinopli, da cui nacque la prima professione di fede che ancora oggi abitualmente recitiamo nella S. Messa. Dalla relazione d’amore tra Padre e Figlio – come ricorda il testo evangelico di oggi – nasce la salvezza dell’uomo e del mondo, estesa a tutti nel Battesimo dello Spirito. L’uomo che guarda alla Trinità, per usare le immagini di S. Agostino, riconosce il suo essere, ciò che caratterizza la sua come ogni persona: l’intelligenza, il corpo, la coscienza. L’uomo, in altre parole, è la miglior immagine e somiglianza di Dio. Per questo riconosciamo, grazie a Gesù, che siamo figli di Dio e fratelli tra noi. Dall’idea del Dio cristiano nasce una rappresentazione sociale e politica diversa: l’uomo non è più un nemico dell’altro uomo, la violenza non caratterizza le relazioni umane, ma riconosce nell’ altro un fratello e una sorella e nella città una ‘comunità’. Il Dio cristiano non incute paura, non soggioga, ma favorisce la libertà e la responsabilità dell’uomo. Dove incontriamo Dio nel suo volto trinitario? Nella Chiesa che celebra, nella Chiesa che prega insieme e nel silenzio, nel cenobio e nell’eremo, nella Chiesa che incontra e ascolta, nella Chiesa che ama. L’esperienza monastica e oggi l’enciclica Laudato sii di papa Francesco ci ricordano che anche il mondo, il creato sono luoghi dell’incontro con Dio. Come anche le altre esperienze religiose ci richiamano come Dio è riconosciuto diversamente. Tutto è grazia.
Preghiamo oggi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché sappiamo riconoscere i i‘segni’ della presenza di Dio dentro e fuori di noi, nella Chiesa e nel mondo. Preghiamo la Trinità perché l’amore della famiglia di Dio generi comunione e pace. E questa abbazia può diventare luogo dove impariamo e sale questa preghiera. A questo proposito mi piace ricordare un passaggio di un discorso di Paolo VI nella sua visita all’abbazia di Montecassino, nel 1964: “La Chiesa e il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che S. Benedetto esca dalla comunità ecclesiale e sociale, e si circondi del suo recinto di solitudine e silenzio, e di lì ci faccia ascoltare l’incantevole accento della sua pacata e assorta preghiera…per offrirci una piccola società ideale, dove finalmente regna l’amore, l’obbedienza, l’innocenza, la libertà dalle cose e l’arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace, in una parola: il Vangelo”.
Abbiamo bisogno di lasciarci illuminare da queste parole di Paolo VI, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca della nostra terra, dove la vita familiare, la relazione tra marito e moglie, tra padre e figlia, come la vita di un innocente che nasce sono gravemente segnate da fatti di violenza che rischiano di non riconoscere l’azione di un Dio che ama e insegna ad amare la vita. Non per giudicare, ma per accompagnare. Papa Francesco nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia ci aiuta a leggere queste situazioni, riprendendo ciò che i Vescovi hanno detto al Sinodo: “Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni…Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni. Le conseguenze negative dal punto di vista dell’organizzazione sociale sono evidenti: dalla crisi demografica alle difficoltà educative, dalla fatica nell’ accogliere la vita nascente all’avvertire la presenza degli anziani come un peso, fino al diffondersi di un disagio affettivo che arriva talvolta alla violenza” (n.43). E’ la diagnosi anche della nostra situazione che chiede uno scatto di responsabilità in tutti. Come Chiesa dobbiamo sentirci responsabili di ogni omissione che lascia sole le famiglie, in particolare le donne che sono in attesa di una vita, condividendo spazi, intensificando le relazioni e il servizio alla vita, fino all’affido di fronte a scelte di rifiuto o di abbandono della vita. Al tempo stesso, non possiamo non esortare la politica, anche locale, perché siano intensificate azioni, rafforzati luoghi, strumenti e sostenute figure a tutela della vita e della famiglia.
Abbiamo bisogno, allora, che da questa abbazia salga una preghiera profonda, perchè le nostre comunità non dimentichino, ma abbraccino il volto del Dio della vita e del’amore, per vincere le oscurità e gli abissi della nostra storia, tutelando la vita e guardando con speranza al futuro.